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D.Lgs. 159/2011 — Anno 2022

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Altri anni per D.Lgs. 159/2011

Riabilitazione dalle misure di prevenzione: assolto ma pericoloso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino, già sottoposto a sorveglianza speciale per legami con la criminalità organizzata, che chiedeva la riabilitazione dalle misure di prevenzione. Il ricorrente sosteneva di aver cambiato vita, evidenziando la sua assoluzione dal reato di associazione mafiosa e la sua attività di imprenditore agricolo. Tuttavia, i giudici hanno confermato il diniego della Corte d'appello. Per ottenere la riabilitazione, non basta non commettere reati o essere assolti in sede penale, ma serve la prova positiva della rottura definitiva con l'ambiente criminale e una condotta di vita costantemente improntata al rispetto delle regole sociali. Nel caso specifico, la presenza di un'interdittiva antimafia recente e la mancanza di prove su un lavoro stabile e lecito hanno impedito la concessione del beneficio.
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Terreno lecito ma casa illecita: sì alla confisca di prevenzione
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di diversi immobili e di un buono postale intestati ai familiari di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso per la sua partecipazione stabile a sodalizi mafiosi. Il Proposto aveva impugnato il provvedimento contestando la sproporzione dei redditi e invocando il principio di accessione per salvare gli immobili costruiti su un terreno di provenienza lecita. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che il principio di accessione non si applica se il valore dell'edificio abusivo o illecito supera ampiamente quello del suolo. Inoltre, è stata confermata la sorveglianza speciale per quattro anni con obbligo di soggiorno. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: la moglie perde la casa del boss
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di un immobile intestato alla moglie di un uomo ritenuto socialmente pericoloso e condannato per associazione mafiosa. La moglie aveva impugnato il provvedimento contestando la pericolosità del marito e la sproporzione tra i redditi familiari e l'acquisto del bene. I giudici hanno stabilito che il terzo intestatario fittizio non può contestare i presupposti personali della misura applicata al proposto, ma può solo dimostrare la reale proprietà e la provenienza lecita delle risorse usate per l'acquisto. Nel caso specifico, è emersa una netta sproporzione economico-finanziaria e la mancanza di redditi autonomi della donna, confermando la natura fittizia dell'intestazione. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Confisca di prevenzione: i beni del clan restano allo Stato
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione dei beni intestati a terzi ma riconducibili a un soggetto legato a un clan mafioso. Nonostante una precedente revoca delle misure personali per mancanza di pericolosità attuale, i giudici hanno chiarito che le misure patrimoniali godono di piena autonomia. La legge consente infatti di confiscare i beni acquistati con proventi illeciti se la pericolosità sociale del proposto sussisteva al momento del loro acquisto, anche se tale pericolosità è venuta meno al momento della decisione. La Corte ha quindi rigettato il ricorso dei familiari e delle società coinvolte, confermando definitivamente il sequestro dei beni a favore dello Stato e condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
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Verifica dei crediti su beni confiscati: stop ai creditori
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia Nazionale per l'amministrazione dei beni sequestrati e confiscati. I creditori di due società avevano ottenuto dalla Corte di Appello il riconoscimento dei loro crediti su immobili confiscati alla criminalità organizzata. Tuttavia, l'Agenzia Nazionale, custode dei beni, non aveva ricevuto alcuna notifica dell'udienza di trattazione. La Cassazione ha stabilito che la mancata convocazione dell'ente costituisce una violazione insanabile del contraddittorio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato la nullità assoluta del provvedimento e ha disposto il rinvio della causa per un nuovo giudizio, ristabilendo la necessità di coinvolgere l'amministrazione pubblica nella procedura di verifica dei crediti su beni confiscati.
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Truffa con ricarica Postepay: finta garanzia e condanna certa
Una donna sottoposta a sorveglianza speciale si è allontanata dal comune di residenza per compiere una truffa con ricarica Postepay in un negozio di un'altra provincia. Dopo aver ottenuto una ricarica da 252 euro sulla carta di una complice, è fuggita lasciando come garanzia la tessera sanitaria di un terzo soggetto. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per entrambe le imputate. I giudici hanno respinto l'eccezione di incompetenza territoriale sollevata dalla prima donna, stabilendo che il reato di violazione della sorveglianza speciale si consuma nel primo luogo in cui è accertata la presenza del soggetto. È stato inoltre negato il riconoscimento della particolare tenuità del fatto alla complice, poiché l'azione era pianificata e non di minimo valore economico.
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Confisca antimafia: annullato il sequestro senza prove di mafia
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio il decreto di confisca antimafia emesso nei confronti di un imprenditore, accusato di appartenere a Cosa Nostra. I giudici di secondo grado avevano disposto il sequestro dell'intero patrimonio basandosi sulle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e su precedenti vicende penali, tra cui una rissa. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che i giudici di merito non hanno dimostrato in modo concreto la natura e la portata del reale contributo fornito dall'imprenditore all'associazione criminale. Inoltre, è mancata una corretta ricostruzione del nesso temporale tra la presunta pericolosità sociale e l'acquisto dei singoli beni. Ora la Corte d'Appello dovrà riesaminare il caso, verificando se esistano prove solide dell'effettiva appartenenza al clan prima di poter confermare la misura patrimoniale.
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Sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno: errore non scusa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a un anno di reclusione per aver violato la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. L'uomo era stato sorpreso in un comune diverso da quello di dimora coatta. La difesa sosteneva la nullità della notifica del processo, avvenuta tramite PEC al difensore durante l'emergenza COVID-19, e la buona fede dell'imputato, convinto che la misura fosse già scaduta. I giudici hanno chiarito che la notifica originaria era stata eseguita regolarmente a mani proprie e che il rinvio d'ufficio via PEC era legittimo in base alle norme emergenziali. Inoltre, l'argomento sulla buona fede è stato ritenuto generico e ripetitivo. Il ricorrente perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Revoca della confisca: lo Stato deve pagare anche gli interessi
Il caso riguarda un cittadino a cui erano stati sequestrati e poi confiscati 396.000 euro. Dopo la definitiva revoca della confisca, l'uomo ha chiesto la restituzione della somma maggiorata di interessi e rivalutazione monetaria dal momento del sequestro. La Corte d'appello, in sede di opposizione, aveva azzerato anche i pochi interessi inizialmente concessi. La Cassazione ha accolto il ricorso del proprietario, stabilendo che la revoca della confisca comporta il diritto a ricevere non solo il capitale, ma anche tutti i frutti e gli interessi maturati durante il periodo di gestione statale, calcolati in base al rendiconto. Inoltre, i giudici hanno chiarito che il giudice dell'esecuzione non può peggiorare la situazione del ricorrente se la pubblica amministrazione non ha proposto a sua volta opposizione.
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Misure di prevenzione: la Cassazione conferma la condanna
Il Cittadino è stato condannato per aver violato le prescrizioni imposte dalle misure di prevenzione, essendosi associato ripetutamente a soggetti con precedenti penali. Il suo ricorso in Cassazione è stato dichiarato inammissibile poiché i motivi presentati erano del tutto generici, limitandosi a lamentare la mancata applicazione di cause di non punibilità senza fornire alcuna specificazione. La Suprema Corte ha confermato la condanna e inflitto una sanzione pecuniaria.
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Continuazione dei reati: no al cumulo se manca il piano unico
Il Tribunale di Marsala, come giudice dell'esecuzione, ha respinto la richiesta di un cittadino volta a ottenere il riconoscimento della continuazione dei reati per diverse condanne accumulate tra il 2013 e il 2015. Il giudice ha ritenuto che i reati, pur omogenei, fossero distribuiti in un arco temporale di due anni, dimostrando una scelta di vita criminale anziché un unico disegno iniziale. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando un difetto di motivazione poiché il giudice non aveva valutato la continuazione dei reati per singoli gruppi di illeciti più vicini nel tempo. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso: la difesa aveva richiesto la continuazione per l'intero blocco di reati e non in via subordinata per singoli gruppi. Di conseguenza, il giudice dell'esecuzione non era tenuto a frazionare d'ufficio la valutazione.
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Violazione della sorveglianza speciale: nessuna scusa per i ritardi
Il Primo Ricorrente e il Secondo Ricorrente hanno impugnato la condanna per violazione della sorveglianza speciale e per evasione. Il Primo Ricorrente ha giustificato il rientro tardivo dopo le ore 21:00 adducendo un'improvvisa esigenza alimentare. Il Secondo Ricorrente ha contestato il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto per il reato di evasione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi. I giudici hanno stabilito che la consapevolezza di violare le prescrizioni configura il reato, escludendo che generiche necessità personali possano scriminare la condotta. Entrambi i soggetti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e a una sanzione pecuniaria.
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Decreto di espulsione dello straniero: la Cassazione lo conferma
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del decreto di espulsione dello straniero emesso dalla Prefettura nei confronti di un cittadino straniero. L'uomo era stato condannato per rapina e lesioni personali e aveva altri procedimenti penali in corso. Il Giudice di Pace aveva già respinto il suo ricorso, ritenendolo socialmente pericoloso anche a causa della sua mancata partecipazione al percorso di rieducazione in carcere. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del cittadino straniero, stabilendo che il giudizio di pericolosità sociale può basarsi su elementi di fatto certi e indizi precisi. Di conseguenza, il provvedimento di allontanamento dal territorio italiano resta pienamente valido ed efficace, sancendo la sconfitta del ricorrente.
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Restituzione per equivalente: azienda svuotata e calcolo dei danni
I proprietari di un'autofficina, dopo aver ottenuto la revoca della confisca della loro società, hanno chiesto la restituzione per equivalente del valore dell'azienda, ormai cessata a causa della gestione dell'amministratore giudiziario che aveva venduto i macchinari e licenziato i dipendenti. Il Tribunale aveva rigettato la domanda, ritenendo inapplicabile la tutela. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso, stabilendo che la revoca della confisca fa sorgere il diritto alla restituzione per equivalente. Tuttavia, la somma dovuta non corrisponde al valore iniziale del bene al momento del sequestro, bensì a quanto risultante dal rendiconto finale di gestione approvato dal giudice. I proprietari conservano inoltre il diritto di promuovere un'azione civile di responsabilità contro l'amministratore giudiziario in caso di mala gestione.
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Restituzione dei beni sequestrati: no allo stato originario
I proprietari di alcuni immobili, precedentemente sottoposti a sequestro e confisca poi revocati, si opponevano alla riconsegna delle chiavi. Essi pretendevano che la restituzione dei beni sequestrati avvenisse nello stato originario e contestavano la gestione dei frutti civili. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. La Corte ha chiarito che la restituzione dei beni sequestrati deve avvenire sulla base della loro consistenza attuale al momento della riconsegna, comprensiva degli incrementi di valore e detratte le spese di gestione. Eventuali contestazioni sui frutti e sulle spese devono essere risolte tramite l'approvazione del rendiconto davanti al Tribunale in composizione collegiale. Di conseguenza, i ricorrenti hanno perso la causa e sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: un solo incontro non basta per la condanna
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la condanna di un uomo sottoposto a sorveglianza speciale, accusato di aver violato il divieto di associarsi a pregiudicati. L'accusa si basava su un unico incontro registrato dalle telecamere di sicurezza. La Suprema Corte ha chiarito che per configurare il reato è necessaria l'abitualità, ossia contatti plurimi e stabili nel tempo, non essendo sufficiente un singolo episodio isolato.
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Sospensione versamento tributi: TARI e beni sequestrati
Il Comune ha emesso un avviso di accertamento TARI per l'anno 2015 nei confronti di una Società i cui beni erano stati sottoposti a sequestro antimafia nel novembre dello stesso anno. La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento parziale dell'atto per il periodo successivo al sequestro. I giudici hanno chiarito che, durante la custodia giudiziaria, opera la sospensione versamento tributi prevista dal Codice Antimafia. Questa misura rende il credito del Comune temporaneamente inesigibile, impedendo l'emissione di nuovi accertamenti per quel periodo fino alla destinazione finale dei beni. Al contrario, per il periodo precedente al sequestro, il Comune conserva intatto il potere di accertamento, la cui legittimità spetta sempre al giudice tributario e non al giudice delegato della prevenzione. Entrambi i ricorsi sono stati rigettati.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: prescrizione o assoluzione?
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione proposto da un cittadino contro la sentenza d'appello che aveva dichiarato prescritto il reato di violazione delle prescrizioni dell'avviso orale. Il ricorrente lamentava l'illegittimità del divieto di utilizzare apparati radiotrasmittenti imposto dal Questore, ritenendolo privo di motivazione. La Suprema Corte ha stabilito che tale contestazione non può essere sollevata per la prima volta in sede di legittimità, non essendo stata presentata nei motivi principali di appello. Inoltre, il ricorso presentava un difetto di autosufficienza, non avendo il ricorrente allegato il provvedimento amministrativo contestato. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Confisca di prevenzione antimafia: colpiti anche i familiari
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione antimafia applicata a beni immobili e quote societarie formalmente intestati ai familiari di due fratelli, ritenuti esponenti di spicco di una cosca mafiosa. I familiari avevano impugnato il provvedimento sostenendo la liceità degli acquisti e l'estraneità delle quote societarie alle attività illecite. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, ribadendo che la confisca di prevenzione antimafia può estendersi all'intero patrimonio aziendale e alle quote di terzi quando l'impresa è stabilmente asservita agli interessi del clan. I giudici hanno evidenziato la totale sproporzione tra i redditi leciti dichiarati dai familiari e il valore dei beni acquistati, confermando che l'attività d'impresa era interamente inquinata da capitali illeciti.
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Mancato versamento della cauzione: la povertà evita la condanna
Il Sottoposto a sorveglianza speciale veniva condannato a sei mesi di arresto per il mancato versamento della cauzione di 516 euro, imposta come misura di prevenzione. L'imputato si difendeva allegando la certificazione ISEE per dimostrare il proprio stato di indigenza e l'impossibilità oggettiva di pagare. La Corte d'Appello ometteva di valutare tale documento, ritenendo non formalizzata la richiesta di riapertura dell'istruttoria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'allegazione dell'ISEE costituisce una chiara richiesta di valutazione di nuove prove sull'incolpevolezza dell'inadempimento. La sentenza è stata annullata con rinvio.
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