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D.Lgs. 159/2011 — Anno 2022

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Altri anni per D.Lgs. 159/2011

Attualità della pericolosità sociale: quando il passato pesa
Il Tribunale di Palermo aveva disposto l'esecuzione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale nei confronti di un soggetto condannato per associazione mafiosa ed estorsione, dopo un lungo periodo di detenzione. Il destinatario della misura ha proposto ricorso, sostenendo che la sua buona condotta in carcere dimostrasse l'assenza di pericolosità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la buona condotta carceraria rappresenta un dovere e non prova da sola il recesso dal sodalizio criminale. Di conseguenza, l'attualità della pericolosità sociale deve ritenersi persistente, specialmente se il soggetto ritorna a vivere nello stesso territorio in cui opera il gruppo criminale di appartenenza. Il ricorrente perde la causa e deve scontare la misura di prevenzione, oltre a pagare le spese processuali.
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Liquidazione dei compensi: il giudice penale cede al civile
L'Amministratore Giudiziario di beni sequestrati ha proposto ricorso per cassazione contro il rigetto della sua opposizione riguardante la liquidazione dei compensi per l'attività svolta. La Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione ha rilevato che, nonostante il sequestro sia avvenuto in un procedimento penale di prevenzione, le controversie sulla determinazione delle spettanze degli ausiliari del giudice hanno natura civile. Di conseguenza, la Corte ha stabilito che la competenza a decidere spetta alle sezioni civili. Per questo motivo, ha rimesso gli atti al Primo Presidente per la riassegnazione del ricorso alla sezione civile competente.
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Sorveglianza speciale: condanna annullata per obbligo inesistente
Il caso riguarda un uomo condannato a un anno di reclusione per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale. La Corte d'Appello aveva confermato la condanna ritenendo che il soggetto avesse violato l'obbligo di soggiorno allontanandosi da casa. Tuttavia, la Cassazione accoglie il ricorso della difesa: il provvedimento originario applicava la sorveglianza speciale senza obbligo di soggiorno. Di conseguenza, il fatto non costituisce il grave delitto contestato, ma una semplice contravvenzione. Poiché per quest'ultima è decorso il termine di cinque anni, il reato è ormai estinto. La Suprema Corte annulla quindi la sentenza senza rinvio per intervenuta prescrizione, liberando il ricorrente da ogni conseguenza penale.
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Cellulare vietato: limiti all’applicazione della recidiva
Un cittadino, sottoposto a misura di prevenzione con il divieto di possedere apparati di comunicazione, viene sorpreso a utilizzare un telefono cellulare. Condannato nei gradi precedenti, ricorre in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti, il diniego delle attenuanti generiche e l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte rigetta i motivi sul possesso del telefono e sulle attenuanti, ritenendo corretta la ricostruzione dei giudici di merito. Accoglie invece il ricorso sulla recidiva: i giudici d'appello l'hanno applicata in modo automatico basandosi solo sul certificato penale. La Cassazione chiarisce che l'applicazione della recidiva richiede una motivazione specifica sulla maggiore pericolosità del reo. La sentenza viene annullata limitatamente a questo punto con rinvio per un nuovo calcolo della pena.
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Sorveglianza speciale: il citofono guasto non evita la condanna
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, condannato per aver violato le prescrizioni. I Carabinieri non lo avevano trovato in casa durante un controllo notturno, nonostante avessero suonato ripetutamente il citofono. La difesa sosteneva che il citofono fosse guasto e che la violazione fosse di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna a otto mesi di reclusione. I giudici hanno chiarito che anche una violazione di breve durata o di modesta entità integra il reato di violazione degli obblighi della sorveglianza speciale. La tenuità del ritardo può essere valutata solo per quantificare la pena, non per escludere il reato. Il ricorrente è stato inoltre condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Foglio di via obbligatorio: ricorso nullo e condanna confermata
Un cittadino è stato condannato a cinque mesi di arresto per aver violato il foglio di via obbligatorio emesso dal Questore, che gli vietava di frequentare alcuni comuni per tre anni. L'uomo ha presentato ricorso in Cassazione lamentando una generica mancanza di motivazione da parte del giudice d'appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione deve contestare in modo specifico e dettagliato le singole motivazioni della sentenza precedente, senza limitarsi a contestazioni generiche o astratte. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Medesimo disegno criminoso: la linea tra reato e abitudine
Il Ricorrente, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di San Gregorio di Catania, violava le prescrizioni recandosi a Catania. Condannato a otto mesi di reclusione, proponeva ricorso chiedendo il riconoscimento della continuazione con una successiva violazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la semplice ripetizione di reati simili non dimostra il medesimo disegno criminoso. Per applicare lo sconto di pena della continuazione, serve la prova che il soggetto avesse programmato anticipatamente tutte le violazioni. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per cassazione personale: la condanna diventa definitiva
Un cittadino, condannato per aver violato gli obblighi della sorveglianza speciale, ha presentato un ricorso per cassazione personale senza l'assistenza di un avvocato abilitato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Con la riforma del 2017, infatti, l'imputato non può più firmare e depositare da solo l'atto di impugnazione davanti alla Suprema Corte. Questa attività spetta esclusivamente a un difensore iscritto nell'albo speciale dei cassazionisti. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Sequestro di prevenzione: no al ricorso contro la sospensione
La Corte di Appello aveva inizialmente revocato la confisca di alcuni beni, ordinandone la restituzione. Tuttavia, su richiesta del Procuratore Generale, la stessa Corte ha sospeso l'esecutività del dissequestro per una somma di oltre duecentomila euro. I proprietari dei beni hanno impugnato questa sospensione davanti alla Corte di Cassazione, ritenendola illegittima. I giudici di legittimità hanno dichiarato i ricorsi inammissibili. La Corte ha stabilito che non è possibile proporre ricorso per cassazione contro il provvedimento che decide sulla sospensione del dissequestro. Questo principio garantisce la stabilità delle decisioni cautelari collegate al sequestro di prevenzione, impedendo impugnazioni non previste espressamente dalla legge. Di conseguenza, i ricorrenti hanno perso la causa e dovranno pagare le spese processuali.
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Confisca di prevenzione: legittimi i sigilli sui beni ereditati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dall'Erede di un soggetto sottoposto a misura di prevenzione. Il ricorso contestava la confisca di prevenzione di alcuni immobili situati a Gravina di Puglia e Corigliano Calabro ereditati dalla ricorrente. La donna sosteneva che i beni derivassero da successione familiare e che non vi fosse stato un effettivo esborso di denaro. La Suprema Corte ha chiarito che nel procedimento di prevenzione il ricorso per cassazione è limitato alla sola violazione di legge, escludendo il vizio di motivazione, salvo il caso di motivazione del tutto inesistente o apparente. Nel caso specifico, i giudici di merito hanno ampiamente motivato la sproporzione tra i redditi dichiarati e gli acquisti effettuati, confermando la legittimità del provvedimento di confisca.
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Sorveglianza speciale: l’estero non cancella la pericolosità
Il Sottoposto ha impugnato il provvedimento che respingeva la revoca della sorveglianza speciale, misura applicata nel 1995 e aggravata nel 2001. La difesa sosteneva l'assenza di attualità della pericolosità sociale, evidenziando il tempo trascorso dall'ultimo reato e la detenzione in Olanda con liberazione condizionale. La Corte d'Appello ha confermato la misura, rilevando che il soggetto era fuggito all'estero per eludere i controlli, mantenendo la base operativa dei suoi traffici illeciti in Olanda senza mostrare un reale cambiamento di vita. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che nei procedimenti di prevenzione il sindacato di legittimità è limitato alla sola violazione di legge. La motivazione dei giudici di merito è risultata logica, coerente e non apparente, giustificando pienamente la persistente pericolosità del ricorrente.
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Confisca di prevenzione: nozze e regali non salvano le villette
Il Proposto e i suoi Familiari hanno impugnato il provvedimento della Corte di Appello che confermava la confisca di prevenzione di tre villette e diversi crediti. La difesa sosteneva che gli immobili fossero stati acquistati con risorse lecite, come regali di nozze e redditi personali, contestando la valutazione economica effettuata dagli inquirenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che, in tema di misure di prevenzione, il ricorso per cassazione è ammesso solo per violazione di legge e non per contestare la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito. La motivazione della Corte d'Appello è stata ritenuta logica e completa, escludendo l'esistenza di una motivazione apparente. Di conseguenza, la confisca è definitiva e i ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: casa persa con reddito di 19 euro
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di un immobile intestato alla moglie di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. Il proposto era stato condannato più volte per traffico di stupefacenti. A fronte di redditi leciti quasi inesistenti, pari a poche centinaia di euro all'anno, la coppia aveva acquistato un appartamento pagando un anticipo in contanti di 41.000 euro e versando rate mensili di mutuo. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che in tema di misure di prevenzione patrimoniali il sindacato di legittimità è limitato alla sola violazione di legge. I giudici di merito hanno correttamente motivato la sproporzione economica e la pericolosità sociale, sia generica che qualificata, giustificando pienamente la misura ablativa.
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Sorveglianza speciale: contatti vietati e scatta l’aggravamento
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, confermando l'aggravamento di un anno della misura stessa. Il provvedimento era stato disposto a causa di ripetute violazioni delle prescrizioni, tra cui la mancata esibizione della carta precettiva durante un controllo di polizia e la frequentazione non occasionale di soggetti pregiudicati. I giudici hanno chiarito che, sebbene l'omessa esibizione del documento non costituisca reato autonomo, essa rappresenta comunque una violazione idonea a giustificare l'aggravamento della misura. Inoltre, i contatti con soggetti pregiudicati, esplicitamente vietati dal provvedimento, dimostrano una persistente pericolosità sociale e l'insofferenza alle regole dell'ordinamento. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo per equivalente: affitti dovuti allo Stato
Il caso riguarda un sequestro preventivo per equivalente disposto su immobili e quote societarie di una donna accusata di riciclaggio. Il giudice delegato aveva autorizzato l'amministratore giudiziario a riscuotere i canoni di locazione e un'indennità di occupazione dall'indagata stessa. La donna ha impugnato il provvedimento, sostenendo che la gestione produttiva dei beni fosse illegittima. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che, se il valore dei beni sequestrati (pari a circa 2 milioni di euro) è inferiore al profitto del reato da recuperare (pari a 5,9 milioni di euro), la gestione produttiva è pienamente legittima. La percezione dei frutti non supera infatti il limite del profitto e rispetta il principio di proporzionalità. La ricorrente perde la causa e deve pagare le spese.
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Mancato versamento della cauzione: la disoccupazione non salva
Un cittadino sottoposto a sorveglianza speciale non ha rispettato l'obbligo di depositare la somma di duemila euro stabilita dal Tribunale. L'uomo ha giustificato il mancato versamento della cauzione dichiarando di essere disoccupato e privo di beni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del cittadino, confermando la sua condanna penale. I giudici hanno stabilito che la semplice disoccupazione non esclude la colpevolezza se non viene dimostrata con prove precise l'assoluta impossibilità di lavorare o di reperire il denaro. Inoltre, la Cassazione ha escluso la particolare tenuità del fatto a causa dei numerosi precedenti penali dell'imputato e del protrarsi dell'inadempimento nel tempo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Pignoramento bloccato: serve l’opposizione agli atti esecutivi
Una società creditrice ha avviato un pignoramento presso terzi contro un debitore. Il terzo pignorato ha reso dichiarazione negativa e il giudice dell'esecuzione ha sospeso la procedura. La società ha proposto reclamo cautelare, ma il Tribunale lo ha dichiarato inammissibile. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso, chiarendo che le decisioni del collegio sul reclamo non sono impugnabili in sede di legittimità. La Corte ha precisato che il rimedio corretto contro la sospensione non è il reclamo, bensì l'opposizione agli atti esecutivi ai sensi dell'articolo 617 c.p.c., trattandosi di un atto ordinario di gestione del processo esecutivo e non di una misura cautelare.
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Misure di prevenzione personali: carcere e pericolo attuale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per violazione delle norme antiriciclaggio e delle prescrizioni relative alle misure di prevenzione personali. L'imputato lamentava la mancata verifica della sua pericolosità sociale attuale, sostenendo che lo stato di detenzione precedente avesse sospeso l'efficacia della misura. La Suprema Corte ha chiarito che la contemporanea sottoposizione a misure cautelari non cancella la presunzione di pericolosità. Inoltre, i giudici hanno ritenuto corretto il diniego delle attenuanti generiche e l'applicazione della recidiva, confermando la condanna penale e disponendo il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Tentata estorsione aggravata: il terrore non piega le vittime
Quattro soggetti hanno subito una condanna per tentata estorsione aggravata. Gli imputati volevano costringere alcune vittime a rinunciare all'acquisto di terreni agricoli privati. Per raggiungere lo scopo, hanno attuato gravi minacce, tra cui l'uccisione di animali, l'invio di fiori con messaggi intimidatori e un violento pestaggio. I giudici hanno applicato l'aggravante del metodo mafioso per via del clima di terrore generato e dei legami con la criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi dei condannati. I ricorrenti dovranno pagare le spese processuali e risarcire le vittime e le associazioni antiracket costituite come parti civili.
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Confisca di prevenzione: ville confiscate ma un terreno è salvo
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di una famiglia contro la confisca di prevenzione di diversi immobili, intestati ai figli e alla moglie di un soggetto ritenuto vicino a un'associazione mafiosa. I giudici hanno confermato la confisca dei beni principali poiché è emersa una enorme sproporzione tra il valore degli acquisti e i redditi leciti dichiarati, anche in anni successivi al periodo di accertata pericolosità del capofamiglia. Tuttavia, la Suprema Corte ha annullato parzialmente il provvedimento solo per un terreno acquistato dalla moglie nel 2003. La Corte d'Appello aveva infatti omesso di motivare la confisca di questo specifico bene, nonostante la donna avesse dimostrato di averlo comprato con denaro proveniente da un'eredità. Il caso di questo terreno dovrà quindi essere nuovamente valutato.
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