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Sezione Sesta Penale — Anno 2023

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Associazione finalizzata al narcotraffico: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato, accusato di far parte di un'associazione finalizzata al narcotraffico operante in Calabria. La difesa sosteneva che il coinvolgimento dell'uomo fosse occasionale e limitato a un singolo episodio di spaccio. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto validi i gravi indizi di colpevolezza, evidenziando il ruolo attivo dell'indagato nella gestione dei depositi di droga, nel controllo dei pagamenti e nella verifica della qualita delle sostanze. Inoltre, le intercettazioni telefoniche hanno rivelato la piena fiducia dei vertici del gruppo criminale nei suoi confronti. La Suprema Corte ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso, condannando l'indagato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Mandato di arresto europeo: il ricorso tardivo nega la difesa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino straniero contro la decisione della Corte d'Appello di consegnarlo alle autorità spagnole. La Spagna aveva emesso un mandato di arresto europeo per l'esecuzione di una condanna per traffico di stupefacenti. L'interessato si opponeva alla consegna sostenendo di avere un parente in Italia pronto ad accoglierlo. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che il ricorso è stato depositato oltre i termini tassativi previsti dalla legge. Di conseguenza, i giudici hanno respinto l'impugnazione senza valutarne i motivi, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Impugnazioni cautelari: errore di deposito e ricorso respinto
L'Indagato, sottoposto a custodia in carcere per associazione mafiosa ed estorsione, ha proposto ricorso contro la decisione del Tribunale del Riesame. I suoi difensori hanno tuttavia depositato l'atto presso la cancelleria di un tribunale diverso da quello competente. L'atto è giunto all'ufficio corretto oltre il termine di dieci giorni previsto dalla legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che in tema di impugnazioni cautelari il deposito deve avvenire esclusivamente presso la cancelleria del giudice che ha emesso il provvedimento. Presentare l'atto a un ufficio errato pone a carico del ricorrente il rischio di tardività, poiché rileva solo la data di effettivo arrivo all'ufficio competente. L'Indagato perde la causa ed è condannato alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Agevolazione mafiosa: carcere confermato per l’aiuto al latitante
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di favoreggiamento personale. L'indagato aveva aiutato un esponente di spicco della criminalità organizzata a gestire la propria latitanza dopo l'evasione dagli arresti domiciliari. In particolare, gli procurava veicoli puliti, schede telefoniche e generi di prima necessità, facilitando i contatti con la famiglia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa, confermando la sussistenza della gravissima circostanza dell'agevolazione mafiosa. I giudici hanno chiarito che l'aiuto concreto fornito a un latitante di vertice rafforza l'intero sodalizio criminale, giustificando la massima misura cautelare.
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Richiesta di revisione: il finto furto non cancella la truffa
Il Proprietario di un'imbarcazione, condannato in via definitiva per simulazione di reato e frode assicurativa per aver finto il furto del proprio natante poi affondato, ha proposto una richiesta di revisione. A sostegno della domanda, ha presentato dichiarazioni di due testimoni raccolte durante investigazioni difensive, che indicavano un marinaio deceduto come autore del furto. La Corte d'appello ha dichiarato inammissibile l'istanza. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, stabilendo che la richiesta di revisione è inammissibile quando le nuove prove sono palesemente inaffidabili o inidonee a ribaltare il giudicato. Nel caso specifico, le dichiarazioni non escludevano la colpevolezza del Proprietario come mandante del piano fraudolento, potendo il marinaio essere un semplice complice. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese.
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Presenza dell’imputato in appello: il detenuto deve chiederla
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a otto mesi di reclusione per evasione a carico di un'imputata. La difesa lamentava la mancata traduzione in udienza della donna, detenuta per altra causa, sostenendo la nullità del processo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che nel giudizio camerale d'appello a seguito di rito abbreviato la presenza dell'imputato in appello non è obbligatoria. Spetta infatti al detenuto l'onere di comunicare tempestivamente la volontà di partecipare. I giudici hanno inoltre ritenuto legittimo il diniego di sostituzione della pena con la libertà controllata, giustificato dal fitto curriculum criminale del soggetto. Per l'applicazione delle sanzioni più favorevoli introdotte dalla Riforma Cartabia, l'interessata dovrà presentare istanza al giudice dell'esecuzione entro trenta giorni dall'irrevocabilità della sentenza.
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Deposito memorie difensive: il ritardo costa la condanna
L'Imputato, condannato in appello per simulazione di reato, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione di una perizia medica allegata alla sua memoria difensiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Nel giudizio d'appello cartolare, infatti, il deposito memorie difensive deve avvenire tassativamente entro cinque giorni prima dell'udienza. Poiché il difensore ha depositato l'atto solo due giorni prima, il termine è scaduto. La Suprema Corte ha chiarito che questo termine ha natura perentoria (cioè non può essere superato) per garantire il corretto confronto tra le parti e dare al giudice il tempo di decidere. Di conseguenza, l'omessa valutazione della memoria tardiva da parte dei giudici d'appello è corretta e l'Imputato perde la causa, dovendo pagare anche una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo: confiscato anche il denaro lecito
L'Amministratore di una società italiana ha stipulato contratti fittizi di distacco transnazionale di lavoratori con una ditta rumena per eludere imposte e contributi previdenziali. Il Tribunale ha disposto il sequestro preventivo di somme di denaro sui conti correnti della società. L'indagato ha proposto ricorso, sostenendo la lecita provenienza del denaro sequestrato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il sequestro preventivo. I giudici hanno stabilito che il sequestro di denaro, costituendo il profitto del reato, è sempre una confisca diretta a causa della natura fungibile del denaro. Di conseguenza, non rileva la dimostrazione dell'origine lecita delle specifiche somme sequestrate. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Ricorso per Cassazione inammissibile: la forma batte la sostanza
La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso per Cassazione inammissibile a causa della mancanza della procura speciale per il difensore che ha sottoscritto l'atto. Il ricorrente aveva impugnato una sentenza della Corte d'appello di Milano, ma il suo avvocato non era munito del mandato difensivo richiesto dalla legge per il giudizio di legittimità. Di conseguenza, i giudici hanno respinto il ricorso senza esaminarne il merito, applicando la sanzione processuale prevista dal codice di procedura penale e condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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DASPO e obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino che chiedeva la revoca della misura cautelare dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Il ricorrente sosteneva che la misura fosse superflua poiché era già sottoposto a DASPO con obbligo di firma per otto anni. I giudici hanno chiarito che le due misure sono del tutto autonome e non sovrapponibili. L'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria persegue una finalità preventiva generale contro la reiterazione di qualsiasi reato. Al contrario, l'obbligo di firma legato al DASPO serve unicamente a impedire l'accesso agli eventi sportivi durante il loro svolgimento. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Favoreggiamento personale: nascondere prove non salva il coniuge
Una donna ha proposto ricorso in Cassazione contro la misura dell'obbligo di firma applicatale per il reato di favoreggiamento personale. L'imputata aveva nascosto il denaro provento di un'estorsione commessa dal marito durante una perquisizione dei Carabinieri, per impedirne il sequestro. La difesa ha invocato la causa di non punibilità che tutela chi agisce per salvare un prossimo congiunto da un grave danno alla libertà o all'onore. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la scusante non si applica se il coniuge è già in stato di fermo al momento della condotta. Inoltre, contestare un'aggravante che non incide sulla misura cautelare applicata rende il ricorso privo di interesse concreto. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Tardività della querela: annullata la condanna del debitore
Il caso riguarda un debitore, nominato custode di due veicoli pignorati, condannato nei primi gradi di giudizio per non aver consegnato i mezzi all'Istituto Vendite Giudiziarie entro i dieci giorni previsti. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa, rilevando la tardività della querela. Il termine di novanta giorni per presentare la querela decorre dal momento in cui il creditore ha avuto piena conoscenza dell'inadempimento, ossia quando l'istituto vendite lo ha informato della mancata consegna. I tentativi successivi del creditore di attivare il fermo amministrativo tramite la polizia non spostano in avanti questo termine. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla senza rinvio la sentenza di condanna perché l'azione penale non poteva essere iniziata.
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Concorso in corruzione: condannato l’intermediario dei permessi
Un intermediario facilitava il rilascio di permessi di soggiorno mettendo in contatto cittadini stranieri e un agente di polizia. L'intermediario riscuoteva somme tra i 400 e i 1.000 euro, trattenendone una percentuale e consegnando il resto al pubblico ufficiale. La Corte d'Appello lo condannava per concorso in corruzione, disponendo la confisca di 1.600 euro. L'intermediario ricorreva in Cassazione chiedendo di riqualificare il fatto come traffico di influenze illecite, sostenendo di aver ricevuto solo piccole mance. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna per concorso in corruzione. I giudici hanno chiarito che vi è corruzione quando il denaro è destinato, anche solo in parte, a remunerare l'atto del pubblico ufficiale, e non la semplice mediazione.
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Confisca per equivalente: no al sequestro se il reato è prescritto
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino accusato di indebita percezione di contributi pubblici. Nonostante la prescrizione del reato, i giudici di merito avevano confermato il sequestro di una quota di un immobile. La Suprema Corte ha stabilito che tale misura costituisce una confisca per equivalente, avendo ad oggetto un bene immobile e non direttamente il denaro profitto del reato. Poiché la confisca per equivalente ha natura sanzionatoria, ad essa si applica il principio di irretroattività della legge penale più sfavorevole. Di conseguenza, la norma che consente la confisca in caso di prescrizione non può applicarsi a fatti commessi nel 2014, prima della sua entrata in vigore. La Cassazione ha quindi annullato la confisca e ordinato la restituzione dell'immobile.
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Reato di peculato: assolto l’amministratore che aiuta il Comune
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di alcuni amministratori di società pubbliche in house accusati del reato di peculato per l'uso ritenuto illecito di fondi societari. La Suprema Corte ha chiarito che l'uso di risorse di una società interamente pubblica per raggiungere scopi istituzionali dell'ente controllante, come la riqualificazione urbana, non costituisce reato, poiché manca l'appropriazione privata. Di conseguenza, ha annullato senza rinvio la condanna per un'operazione di indennizzo immobiliare. Ha inoltre annullato con rinvio le condanne relative a consulenze sospette e all'uso della carta di credito aziendale, ribadendo che spetta sempre all'accusa dimostrare l'effettiva distrazione dei fondi per fini privati, senza poter operare un'ingiusta inversione dell'onere della prova a carico dell'imputato.
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Istigazione alla corruzione: dipendente o titolare di fatto?
Un commerciante, per evitare il controllo della Guardia di Finanza e il sequestro di calzature contraffatte, ha tentato un'istigazione alla corruzione infilando 850 euro nella tasca di un militare. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato contro la condanna a due anni di reclusione. I giudici hanno chiarito che l'offerta di denaro dimostra la titolarità di fatto dell'attività commerciale, smentendo la tesi difensiva secondo cui l'uomo fosse un semplice dipendente. Inoltre, la difesa non ha allegato le prove sull'asserita originalità dei marchi, rendendo impossibile la verifica della contraffazione. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Esclusione della recidiva: la Cassazione annulla la pena
Il Ricorrente, condannato per il reato di evasione, ha impugnato la sentenza d'appello lamentando la mancata valutazione della richiesta di esclusione della recidiva, giustificata dal lungo tempo trascorso dall'ultimo precedente e dall'occasionalità del fatto. La Corte di Cassazione ha accolto questo motivo, rilevando che i giudici di secondo grado hanno totalmente omesso di motivare sulla richiesta di esclusione della recidiva. Al contrario, ha ritenuto corretto il diniego delle attenuanti generiche, non essendoci elementi positivi valutabili oltre alle disagiate condizioni di vita. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente alla recidiva, rinviando il caso per un nuovo giudizio sulla pena, mentre ha dichiarato definitiva la responsabilità penale per l'evasione.
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Associazione di stampo mafioso: confermati 21 anni alla reggente
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di una donna per associazione di stampo mafioso, rigettando il suo ricorso. La Ricorrente, già condannata in passato per lo stesso reato fino al 2010, è stata ritenuta colpevole di aver continuato a dirigere il clan dal 2011 al 2016. I giudici hanno valorizzato un'intercettazione ambientale in cui la donna gestiva l'attività usuraria e le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, che la indicava come figura di vertice durante la detenzione del marito. La Suprema Corte ha chiarito che una precedente condanna definitiva costituisce un valido indizio della permanenza nel clan se unita a nuovi riscontri. Di conseguenza, la condanna a complessivi 21 anni di reclusione è stata confermata.
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Sospensione condizionale della pena salva per un errore formale
Il Tribunale ha condannato l'Imputato a nove mesi di reclusione, concedendo la sospensione condizionale della pena. Il Procuratore Generale ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il beneficio fosse stato concesso per la terza volta, violando i limiti di legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il ricorrente non ha allegato il certificato penale dell'Imputato, violando il principio di autosufficienza del ricorso. Inoltre, dall'esame dei documenti d'ufficio è emersa una sola precedente condanna con pena sospesa. Di conseguenza, la seconda sospensione condizionale della pena risulta pienamente legittima. L'Imputato mantiene quindi il beneficio della sospensione della pena.
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Associazione di stampo mafioso: il silenzio sulle armi non salva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due soggetti accusati di far parte di un'associazione di stampo mafioso attiva nel messinese. La difesa contestava la sussistenza dell'aggravante dell'associazione armata, sostenendo che il possesso di armi non fosse provato o noto a tutti i partecipanti. I giudici hanno respinto i ricorsi, chiarendo che l'aggravante del possesso di armi si applica a tutti i membri consapevoli o che avrebbero dovuto esserlo per colpa, data la notorietà del gruppo criminale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso di un imputato e dichiarato inammissibile quello del secondo, confermando le rispettive condanne a quattordici e nove anni di reclusione e condannandoli al pagamento delle spese processuali.
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