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Sezione Seconda Penale — Anno 2023

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Associazione di stampo mafioso: il silenzio non evita il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato del reato di associazione di stampo mafioso. Il ricorrente contestava la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, ritenendo le accuse basate solo su dichiarazioni di collaboratori di giustizia. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le dichiarazioni dei pentiti sono valide se confermate da comportamenti concreti. Nel caso specifico, le intercettazioni e la partecipazione attiva a riunioni per risolvere tensioni interne hanno dimostrato il ruolo operativo dell'indagato come "uomo d'onore riservato". Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso, resta in carcere e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione di tremila euro.
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Ricorso per cassazione personale: la difesa fai-da-te costa cara
L'Imputato ha presentato personalmente un ricorso alla Corte di Cassazione contro la decisione della Corte di Appello che aveva respinto la sua richiesta di revisione di una condanna. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione personale non è più consentito dalla legge. Infatti, l'atto deve essere firmato e presentato esclusivamente da un difensore abilitato al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori. Di conseguenza, l'imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: pena ridotta ma l’espulsione resta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per rapina aggravata. L'imputato aveva concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello, rinunciando ai motivi di gravame. Successivamente, ha impugnato la sentenza lamentando la mancanza di motivazione sulla misura di sicurezza dell'espulsione dall'Italia, disposta già in primo grado. I giudici di legittimità hanno chiarito che, sebbene sia possibile impugnare le misure di sicurezza non incluse nell'accordo, l'imputato non aveva sollevato alcuna contestazione sul punto davanti alla Corte d'appello. Di conseguenza, non è possibile proporre per la prima volta in Cassazione questioni mai sottoposte al giudice di secondo grado. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo: l’affare sfumato che costa 400mila euro
Un'indagata per riciclaggio ha versato 450.000 euro a una società immobiliare per l'acquisto di un immobile, per poi recedere dall'affare. Con un accordo transattivo, la società ha trattenuto 400.000 euro a titolo di risarcimento danni. Il tribunale ha disposto il sequestro preventivo di tale somma, ritenendola profitto del reato di riciclaggio. L'amministratore della società ha fatto ricorso, dichiarandosi terzo estraneo in buona fede. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il sequestro preventivo. I giudici hanno stabilito che il terzo che ottiene un vantaggio da un reato non è estraneo se non dimostra un affidamento incolpevole. Nel caso specifico, le trattative anomale, la mancanza di contratti scritti con data certa e il coinvolgimento di soggetti già indagati escludono la buona fede della società.
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Patteggiamento e qualificazione giuridica: no a ripensamenti
L'Imputato ha concordato una pena per il reato di truffa, avendo finto di essere un avvocato per raggirare la vittima. Successivamente, ha proposto ricorso sostenendo che il fatto dovesse essere qualificato come sostituzione di persona. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di patteggiamento, il ricorso per contestare la qualificazione del reato è ammesso solo se vi è un errore manifesto ed evidente. Nel caso specifico, la falsa qualifica di avvocato è stata solo lo strumento per compiere la truffa. Di conseguenza, l'accordo originario resta valido e l'Imputato perde il ricorso, venendo condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Autoriciclaggio: spendere in lusso non cancella lo schermo estero
Due indagati hanno ideato una truffa telefonica convincendo due vittime a effettuare ingenti investimenti finanziari. Le somme sottratte, pari a oltre un milione di euro, sono state trasferite su conti esteri intestati a una società schermo e poi parzialmente reimpiegate. La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo dei beni dei ricorrenti, rigettando i motivi di ricorso sulla competenza territoriale e sulla configurabilità del reato. I giudici hanno chiarito che il reato di autoriciclaggio si perfeziona nel momento in cui i fondi illeciti vengono trasferiti alla società di comodo, ostacolandone la tracciabilità. Il successivo utilizzo del denaro per l'acquisto di beni di consumo personali costituisce solo un comportamento successivo irrilevante, che non cancella l'illecito penale già compiuto.
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Invasione di terreni o edifici: reato anche senza scasso
Il Tribunale di Napoli aveva prosciolto un'imputata dall'accusa di occupazione abusiva, ritenendo che l'assenza di scasso o violenza escludesse il reato. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il reato di invasione di terreni o edifici si configura anche senza violenza sulle cose o effrazione. È sufficiente l'introduzione arbitraria e non autorizzata nell'immobile altrui con la consapevolezza dell'illegittimità dell'azione e lo scopo di occuparlo. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza di proscioglimento e ha rinviato gli atti al giudice per la prosecuzione del procedimento penale.
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Misura di prevenzione patrimoniale: serve l’appello
Il caso riguarda la richiesta di revoca di una confisca applicata nel 2011 come misura di prevenzione patrimoniale. Il Tribunale aveva dichiarato inammissibile la richiesta dei soggetti interessati, i quali sostenevano l'assenza di pericolosità sociale attuale dopo l'annullamento della misura personale. Contro tale decisione è stato proposto ricorso per Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che, trattandosi di un procedimento iniziato prima dell'entrata in vigore del Codice Antimafia del 2011, si applica la disciplina previgente. Di conseguenza, il provvedimento del Tribunale non è impugnabile direttamente in Cassazione, bensì tramite appello. La Corte ha quindi riqualificato il ricorso come atto di appello, trasmettendo gli atti alla Corte d'Appello competente per il giudizio di merito.
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Invasione di terreni o edifici: occupare case popolari è reato
Una cittadina ha occupato abusivamente un alloggio di edilizia residenziale pubblica prima della conclusione del procedimento di assegnazione. Il Giudice per le indagini preliminari aveva escluso la rilevanza penale del fatto, ritenendolo una mera violazione amministrativa. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che l'occupazione non autorizzata di case popolari integra il reato di invasione di terreni o edifici. Secondo la Corte, l'introduzione arbitraria in un immobile pubblico configura sempre una condotta penalmente rilevante, anche in assenza di violenza fisica, poiché il bene conserva la sua destinazione pubblica. Di conseguenza, la sentenza di proscioglimento è stata annullata e gli atti sono stati trasmessi al Tribunale per la prosecuzione del procedimento penale.
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Termine per ricorso in Cassazione: il ritardo costa caro
Il caso riguarda un cittadino sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale per un anno, ritenuto socialmente pericoloso. L'interessato ha proposto ricorso per Cassazione contestando la sussistenza dei presupposti della misura. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che il provvedimento impugnato era stato notificato il 9 marzo 2023, mentre il ricorso è stato depositato il 30 marzo 2023. Ai sensi della normativa sulle misure di prevenzione, il termine per ricorso in Cassazione è stabilito tassativamente in dieci giorni dalla notifica. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso per tardività, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Invasione di terreni o edifici: condanna anche senza scasso
Il Pubblico Ministero ha chiesto un decreto penale di condanna per due soggetti accusati del reato di invasione di terreni o edifici. Il Giudice per le indagini preliminari ha respinto la richiesta, assolvendo gli imputati perché l'ingresso nell'immobile era avvenuto senza scasso o violenza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero, chiarendo che il reato non richiede modalità esecutive violente o effrazioni. Per la configurazione del reato è sufficiente l'introduzione arbitraria e non autorizzata nell'altrui proprietà con la consapevolezza dell'illegittimità e lo scopo di occupare l'immobile. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza di proscioglimento e ha disposto la trasmissione degli atti al Tribunale per la prosecuzione del procedimento penale.
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Reato di estorsione: condannati gli usurai che usano violenza
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per usura e reato di estorsione a carico di due soggetti che avevano concesso prestiti a tassi usurari a una commerciante in grave stato di bisogno. Di fronte alle difficoltà di restituzione, i condannati avevano utilizzato minacce e violenze fisiche contro i familiari della vittima per impossessarsi di beni mobili e immobili. La difesa sosteneva che la condotta andasse qualificata come esercizio arbitrario delle proprie ragioni e che vi fosse stata desistenza volontaria per aver rinunciato agli interessi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, stabilendo che il recupero di un credito usurario (quindi illecito) esclude qualsiasi pretesa legittima e che l'usura si consuma già con la promessa degli interessi, rendendo impossibile la desistenza. I ricorrenti sono stati condannati anche al risarcimento dei danni.
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Concordato in appello: la pena ridotta blocca il ricorso
L'Imputato, condannato in primo grado per rapina aggravata, raggiungeva un concordato in appello con il Procuratore Generale. L'accordo prevedeva la rideterminazione della pena a tre anni e otto mesi di reclusione, con rinuncia ai motivi di impugnazione sulla responsabilità. Successivamente, L'Imputato proponeva ricorso per cassazione contestando la ricostruzione dei fatti e la mancanza di motivazione sul proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello preclude la possibilità di proporre ricorso per cassazione su motivi precedentemente rinunciati, limitando la cognizione della Suprema Corte solo a vizi sulla formazione della volontà dell'accordo o all'illegalità della pena. Di conseguenza, L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato di ricettazione: vince il favor rei
Il caso riguarda un uomo condannato per ricettazione di un assegno rubato. La difesa ha impugnato la condanna eccependo la prescrizione. La Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che, in mancanza di prove certe sulla data in cui l'imputato ha ricevuto il bene, il momento consumativo del reato deve essere fissato vicino alla data del furto originario, in base al principio del favor rei. Di conseguenza, la prescrizione del reato di ricettazione era già maturata prima della sentenza d'appello. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la condanna.
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Tentata estorsione per 5 euro: condannato il cliente violento
Un uomo ha minacciato di distruggere una tabaccheria se il titolare non gli avesse consegnato cinque euro, sostenendo falsamente che il distributore automatico avesse trattenuto la sua banconota. Non fornendo dettagli sull'accaduto, la sua pretesa è stata considerata un mero pretesto. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di tentata estorsione, escludendo la riqualificazione in esercizio arbitrario delle proprie ragioni. I giudici hanno chiarito che manca la ragionevole convinzione di esercitare un diritto. Inoltre, la Suprema Corte ha negato la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto a causa della recidiva reiterata del soggetto. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di truffa: pietre senza valore pagate a caro prezzo
Due soggetti sono stati condannati per il reato di truffa per aver messo in atto la cosiddetta truffa del marinaio. Gli imputati hanno finto di possedere gioielli di valore da vendere d'urgenza, convincendo la vittima a consegnare 1.500 euro in cambio di pietre senza alcun valore. I condannati hanno proposto ricorso in Cassazione, eccependo l'inattendibilità del riconoscimento fotografico e l'avvenuta prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno confermato l'attendibilità della vittima e hanno ricalcolato i termini di prescrizione, evidenziando che le sospensioni processuali, pari a 329 giorni, hanno spostato la scadenza a una data successiva alla sentenza d'appello. Di conseguenza, i ricorrenti hanno perso la causa e sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: persa l’auto se mancano redditi leciti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi contro la sorveglianza speciale applicata a un soggetto ritenuto socialmente pericoloso e la contestuale confisca di prevenzione di un'autovettura intestata alla convivente. I giudici hanno confermato l'attualità della pericolosità sociale del proposto, evidenziando una costante escalation criminale e la violazione delle prescrizioni. Riguardo alla confisca di prevenzione del veicolo, la Corte ha ribadito che la terza intestataria non può contestare i presupposti personali della misura applicata al proposto, ma deve limitarsi a dimostrare l'effettiva titolarità del bene e la provenienza lecita delle risorse usate per l'acquisto. Nel caso specifico, è emersa una netta sproporzione tra i redditi dichiarati dalla donna e il valore dell'auto. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Usura aggravata: condanna confermata ma l’aggravante vacilla
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di due soggetti condannati per il reato di usura aggravata. Il primo imputato contestava la legittimità delle intercettazioni ambientali e la sussistenza delle aggravanti relative allo stato di bisogno delle vittime e alla loro qualità di imprenditori. Il secondo imputato sollevava contestazioni simili. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del secondo imputato per carenza di interesse, poiché le aggravanti erano già state considerate subvalenti rispetto alle attenuanti. Ha invece accolto parzialmente il ricorso del primo imputato: la sentenza è stata annullata con rinvio limitatamente all'aggravante dello stato di bisogno per alcuni capi d'accusa. I giudici d'appello dovranno motivare meglio se l'alto tasso di interesse applicato dimostri da solo la grave difficoltà economica delle vittime, senza basarsi su formule generiche.
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Confisca di prevenzione: i beni dei familiari non sfuggono allo Stato
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di alcuni immobili riconducibili a un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. I beni, formalmente intestati ai familiari, erano stati acquistati con i proventi della vendita di una villa in Spagna, a sua volta comprata grazie al traffico internazionale di stupefacenti. La difesa contestava la riqualificazione della pericolosità da generica a qualificata e la provenienza illecita del denaro. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: la riqualificazione della pericolosità è legittima se basata su atti già noti alla difesa, e le contestazioni sulla provenienza dei beni non erano state sollevate in appello. L'interessato perde definitivamente i beni e deve pagare le spese processuali.
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Finto danno, vera violenza: sì alla tentata estorsione aggravata
Tre soggetti sono stati condannati per tentata estorsione aggravata e lesioni personali. Gli imputati avevano partecipato a una spedizione punitiva presso l'abitazione di un automobilista, coinvolto in precedenza in un lieve incidente stradale con un loro amico ciclista. L'obiettivo era costringere la vittima ad attivare le pratiche assicurative per risarcire un danno inesistente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli imputati, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che l'azione violenta di gruppo configura la tentata estorsione aggravata e non il meno grave reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, poiché la pretesa economica era del tutto infondata e ingiusta. Di conseguenza, gli aggressori perdono la causa e devono pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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