Chiamati all’eredità, per il solo fatto di aver ricevuto ed accettato la notifica non assumono la qualità di erede

REPUBBLICA ITALIANA
In nome del Popolo italiano
TRIBUNALE DI PERUGIA

Il Tribunale, in persona del Giudice del Lavoro dott.ssa, nella causa civile n. /2016 Ruolo G. Lav. Prev. Ass.

promossa da
XXX (avv.)
– ricorrente –
contro
YYY (avv.)
– resistente–

ha emesso e pubblicato, ai sensi dell’art. 429 c.p.c., all’udienza del giorno 22 maggio 2019, leggendo la motivazione ed il dispositivo, la seguente

SENTENZA 136/2019 pubblicata il 24/05/2019

1. Fatto e svolgimento del processo. Con ricorso depositato in data 22 marzo 2016 XXX – assunta come collaboratrice domestica convivente da ***, madre di YYY dal 21 Maggio 2008 al Giugno 2014, dapprima senza alcuna regolarizzazione del rapporto e poi mediante fittizia stipulazione di contratto part time (per 12 ore settimanali e 430 ore mensili in luogo delle 54 ore settimanali svolte oltre almeno dieci ore di straordinario), con stipendio mensile di € 800,00, senza godere di giorni di riposo o di ferie – si è rivolta a questo Tribunale al fine di ottenere la condanna della convenuta signora *** al pagamento della somma di € 86.422,37 oltre interessi e rivalutazione monetaria, a titolo di differenze retributive per diritto al superiore inquadramento (livello C super in luogo del livello B CCNL di settore), scatti di anzianità, indennità di vitto e alloggio, indennità sostitutiva di ferie e riposi non goduti, mensilità aggiuntive, TFR, indennità di mancato preavviso oltre alla regolarizzazione contributiva per tutto il periodo.

***, ritualmente evocata in giudizio, si costituiva contestando, in fatto ed in diritto gli assunti avversari e chiedendo, in via principale, il rigetto delle domande attoree, nonché in via riconvenzionale, la condanna della resistente XXX al risarcimento di tutti i danni subiti e subendi nonché alla restituzione delle maggiori somme versate rispetto a quelle di spettanti.

Invano espletato il tentativo di conciliazione, valutato il thema probandum e fissata udienza di assunzione delle prove testimoniali ammesse, essendo stato reso noto dal proprio difensore il decesso della convenuta alla data del 21 agosto 2017, il Giudice disponeva, ai sensi degli artt. 299 e 300 c.p.c. l’interruzione del giudizio.

All’esito di rituale riassunzione, veniva fissata udienza di prosecuzione del giudizio e, all’udienza odierna, reputandosi l’eccezione di difetto di legittimazione passiva dell’odierno convenuto, YYY idonea a definire in rito il giudizio (art. 187 comma 2° c.p.c.), la causa veniva discussa e decisa.

2. Motivi della decisione. In via pregiudiziale va dichiarato il difetto di legittimazione passiva di YYY, risultando per tabulas rituale e formale dichiarazione di rinuncia all’eredità della madre XXX, da parte di costui, già in data 21 maggio 2018 (ossia in data già precedente alla notifica del ricorso in riassunzione e del decreto di fissazione di udienza, perfezionatasi in data 17 settembre 2018), mediante atto notarile, inserito il 21 giugno successivo, nel registro delle successioni presso l’intestato Tribunale. Orbene, è noto che l’art. 519 C.C. dispone che “la rinunzia all’eredità deve farsi con dichiarazione, ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione ed inserita nel registro delle successioni” e che, laddove si sia proceduto ad inserire l’atto di rinuncia all’eredità nei pubblici registri, l’effetto abdicativo può ben opporsi ai terzi che abbiano formulato pretese nei confronti del de cuius (terzi che, del resto, sono tenuti con ordinaria diligenza a verificare, dopo il decesso di quest’ultimo, la sorte del compendio ereditario dal lato attivo e passivo).

L’art. 521 primo comma prevede altresì che “chi rinuncia all’eredità è come se non vi fosse mai stato chiamato”.

Essendo palese che il rinunciatario, pur originariamente chiamato all’eredità, rimane definitivamente privo di ogni diritto e/o obbligo derivante dal patrimonio del de cuius, risulta altresì evidente, nel caso di specie, che la notifica del ricorso in riassunzione è stata operata nei confronti di soggetto – YYY – ormai privo di ogni legittimazione rispetto alla pretesa retributiva vantata ex adverso.

Né tale fatto impeditivo assume diversa valenza ove si consideri il dato dell’avvenuta costituzione dell’allora chiamato all’eredità nell’odierna fase ovvero – come pure prospettato in data odierna da parte ricorrente – il contenuto del verbale di udienza del 20 giugno 2018 (ove l’allora difensore della defunta XXX dichiarava che gli eredi avevano escluso ogni possibilità conciliativa).

Il primo dato rimane irrilevante ove si consideri che, secondo condiviso orientamento di legittimità, “i chiamati all’eredità, per il solo fatto di aver ricevuto ed accettato la predetta notifica, non assumono la qualità di erede, ma hanno l’onere di contestare, costituendosi in giudizio, l’effettiva assunzione di tale qualità ed il conseguente difetto di “legitimatio ad causam” (così ex multis Cass. Civ., Sez. II, 8 ottobre 2014, n. 21227).

Analoga valutazione di irrilevanza va riferita alla seconda circostanza, dal momento che la presenza del procuratore di Tassi Iole ad udienza del 20 giugno 2018, risultava doverosa in relazione alle dichiarazioni – necessarie per l’adozione dei provvedimenti previsti dagli artt. 299 e 300 c.p.c. – in ordine all’avvenuto decesso della propria assistita (evento tale da determinare ipso iure l’effetto interruttivo, rispetto al quale la statuizione giudiziale ha solo valenza dichiarativa e non costitutiva) e, in carenza di ogni procura ad litem da parte dei chiamati all’eredità (e tra questi di YYY odierno convenuto), da cui evincersi peculiare volontà di replicare alle pretese altrui nel corso del giudizio, del tutto inidonea a consentire attribuzione a costoro della formale veste di eredi per facta concludentia.

Alla luce di quanto esposto, va dichiarato il difetto di legittimazione passiva di YYY che, né dal punto di vista processuale né dal punto di vista processuale, può assumere veste di contraddittore, dal lato passivo, rispetto alle pretese retributive azionate da XXX.

Nondimeno, in applicazione dell’art. 92 c.p.c. – nella versione introdotta dalla l. 162/2014 e nella lettura proposta dalla sentenza n. 77/2018 della Corte Costituzionale – valutato che la prosecuzione, di fatto, di un dialogo conciliativo – per il tramite dell’allora difensore di XXX – con i chiamati all’eredità può avere ingenerato incertezza, nella parte ricorrente, in ordine alla scelta del soggetto da evocare in giudizio e che in ogni caso, la definizione in rito del giudizio ha precluso esame, dal punto di vista sostanziale, dei requisiti integrativi della pretesa retributiva azionata da parte ricorrente, le spese di lite possono essere integralmente compensate tra le parti.

P.Q.M.

definitivamente pronunciando:

– dichiara il difetto di legittimazione passiva di YYY e, per l’effetto, respinge il ricorso;

– compensa le spese di lite tra le parti.

Perugia, 22 maggio 2019

IL GIUDICE

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