Definizione
La conciliazione, nell'ordinamento giuridico italiano, è il procedimento attraverso cui un terzo aiuta le parti a comporre una lite.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 78 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 48% dei casi il giudizio si è estinto.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 13%
- Rigettato 12%
- Inammissibile 6%
- Estinto 48%
- Altro 21%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. Lavoro62%
- Civile Sez. 533%
- Civile Sez. 35%
Precedenti più richiamati
- Cass. 24632/2019in 4 provvedimenti
- Cass. S.U. 8980/2018in 10 provvedimenti
- Cass. 23175/2015in 7 provvedimenti
- Cass. 19071/2018in 3 provvedimenti
- Cass. 10140/2020in 3 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un gruppo di ex lavoratori universitari ha ottenuto il riconoscimento del diritto a una retribuzione superiore. L'Università ha presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile a causa di un difetto di ius postulandi (potere di rappresentanza legale) degli avvocati dell'Università. Il Rettore aveva conferito la procura speciale senza la necessaria autorizzazione dell'organo di vigilanza, rendendo nullo il mandato. Questo vizio procedurale ha vanificato l'appello dell'Università, che è stata condannata al pagamento delle spese legali.
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Una lavoratrice della sanità pubblica ha avviato una causa contro l'Azienda Sanitaria per ottenere l'inquadramento contrattuale superiore e le relative differenze retributive. Dopo alterne vicende giudiziarie, la controversia è giunta dinanzi alla Corte di Cassazione su ricorso dell'ente pubblico. Nelle more del giudizio di legittimità, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo amichevole depositando una formale memoria di conciliazione. La Suprema Corte ha preso atto della transazione e ha dichiarato la cessazione della materia del contendere. Questa pronuncia sancisce il venir meno dell'efficacia della precedente sentenza di merito e dispone la compensazione delle spese legali, chiudendo definitivamente il contenzioso tra lavoratrice e amministrazione.
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Una banca ha proposto ricorso per revocazione contro una decisione della Cassazione riguardante una controversia fiscale sulle aliquote d'imposta. Nel corso del giudizio, la banca e l'Amministrazione Finanziaria hanno raggiunto un accordo conciliativo per chiudere la lite. Di conseguenza, la banca ha depositato la rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo, stabilendo che la rinuncia è un atto unilaterale recettizio che non richiede l'accettazione della controparte per produrre i suoi effetti. Le spese di lite sono state compensate tra le parti.
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I Professionisti hanno fatto causa all'Operatore Telefonico per la mancata volturazione di un contratto, chiedendo il risarcimento dei danni. Il Tribunale ha rigettato la domanda perché la richiesta risarcitoria non era identica a quella formulata nella fase stragiudiziale. La Cassazione ha accolto il ricorso dei Professionisti, stabilendo che la non perfetta corrispondenza tra l'istanza stragiudiziale e la causa civile non comporta il rigetto della domanda nel merito. Tale mancanza attiva invece il tentativo obbligatorio di conciliazione come condizione di procedibilità. Di conseguenza, il giudice non deve respingere la causa, ma deve sospendere il processo e concedere un termine alle parti per rimediare, svolgendo il tentativo di accordo. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio.
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Una società contribuente ha impugnato gli accertamenti relativi alla tariffa di igiene ambientale emessi da un gestore di servizi pubblici. Nelle more del giudizio di legittimità, le parti hanno raggiunto un accordo conciliativo privato per risolvere la controversia. Di conseguenza, la società ha depositato formale atto di rinuncia, accettato dalla controparte. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio per rinuncia al ricorso per cassazione, disponendo che non si faccia luogo alla condanna alle spese di lite.
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Una società impugnava gli accertamenti della tariffa rifiuti emessi dall'ente gestore. Dopo una complessa vicenda giudiziaria, la controversia giungeva in Cassazione. Nelle more del giudizio, le parti raggiungevano un accordo transattivo per conciliare la lite. La società presentava quindi formale rinuncia al ricorso per cassazione, accettata dall'ente. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio, stabilendo che nulla è dovuto per le spese di lite.
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Una contribuente proponeva ricorso per cassazione contro il Comune per contestare cinque avvisi di accertamento relativi alla tassa sui rifiuti (TARSU). Nelle more del giudizio, le parti raggiungevano un accordo conciliativo. La contribuente depositava quindi una memoria dichiarando di voler rinunciare al ricorso, rinuncia accettata dall'ente pubblico. La Suprema Corte ha preso atto del perfezionamento della conciliazione, che nel processo tributario determina la cessazione della materia del contendere. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato l'estinzione del giudizio tributario, disponendo la compensazione integrale delle spese di lite tra le parti. La Corte ha inoltre chiarito che, trattandosi di estinzione per rinuncia, non è dovuto il raddoppio del contributo unificato, misura eccezionale applicabile solo in caso di rigetto o inammissibilità.
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Alcune lavoratrici, impiegate da un'associazione con contratti di collaborazione occasionale e contratto a progetto per l'assistenza ad alunni disabili, hanno chiesto il riconoscimento del lavoro subordinato. La Corte d'Appello ha accertato l'assenza di un vero progetto, disponendo la conversione in un unico rapporto di lavoro dipendente. L'associazione ha proposto ricorso in Cassazione. Tuttavia, durante il giudizio di legittimità, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo. Di conseguenza, la Corte di Cassazione ha dichiarato la cessazione della materia del contendere, compensando le spese di lite. La vicenda dimostra come la mancanza di un progetto reale trasformi la collaborazione in lavoro subordinato, anche se la lite si è conclusa con una conciliazione amichevole.
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Un cittadino e un Comune raggiungono un accordo economico per un terreno. Tuttavia, il Commissario nega l'omologazione della conciliazione per usi civici, giudicando il prezzo pattuito troppo basso e lesivo dell'interesse pubblico. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo un principio fondamentale: il potere del Commissario è limitato alla verifica della natura giuridica del terreno ('qualitas soli') e non può estendersi a una valutazione di merito sull'adeguatezza del prezzo. Il rifiuto basato sulla congruità economica è stato quindi ritenuto illegittimo.
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Una socia e amministratrice di un'azienda di famiglia, formalmente assunta anche come 'responsabile di stabilimento', è stata condannata a restituire oltre 800.000 euro di stipendi. I giudici hanno ritenuto il suo rapporto di lavoro subordinato fittizio, data la totale assenza di subordinazione. Essendo contitolare dell'impresa e ricoprendo cariche di vertice come vicepresidente e amministratore delegato, esercitava di fatto il controllo sulla società. Questa situazione ha evidenziato la chiara incompatibilità tra socio amministratore e lavoratore subordinato. Sebbene la manager avesse fatto ricorso in Cassazione, il processo si è estinto per un accordo raggiunto tra le parti, che ha reso definitiva la condanna alla restituzione delle somme.
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Un lavoratore aveva impugnato il proprio licenziamento, portando la causa fino alla Corte di Cassazione. Durante lo svolgimento del giudizio, tuttavia, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo per risolvere la controversia. A seguito di questo accordo, sia il lavoratore (ricorrente principale) che l'azienda (ricorrente incidentale) hanno formalmente ritirato le proprie impugnazioni. La Corte di Cassazione, prendendo atto della volontà comune, ha dichiarato l'estinzione del processo per rinuncia. Questa decisione ha posto fine in modo definitivo alla vicenda legale senza una pronuncia sul merito, confermando che un accordo tra le parti prevale sulla continuazione del contenzioso. Le spese legali sono state compensate.
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Un lavoratore aveva ottenuto il riconoscimento di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato a seguito della nullità del suo contratto di somministrazione. L'Azienda aveva impugnato la decisione in Cassazione. Tuttavia, durante il giudizio, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo. Di conseguenza, l'Azienda ha ritirato il proprio ricorso e il Lavoratore ha accettato tale ritiro. La Corte di Cassazione, prendendo atto dell'accordo, ha quindi dichiarato l'estinzione del processo per rinuncia, chiudendo definitivamente la controversia senza emettere una pronuncia sul merito della questione.
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La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di opposizione a precetto relativo a un accordo di conciliazione rateizzato. Il creditore aveva intimato il pagamento dell'intero debito residuo, sostenendo la decadenza del debitore dal beneficio del termine. Mentre i giudici di merito avevano dichiarato l'inefficacia totale del precetto, la Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente alla possibilità di richiedere in appello le rate già scadute. La Corte ha chiarito che tale richiesta non costituisce una domanda nuova, poiché il giudice dell'opposizione a precetto deve accertare l'esistenza e l'ammontare del credito al momento della decisione, secondo il principio rebus sic stantibus.
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Un lavoratore fa causa all'azienda per aver svolto mansioni superiori e vince nei primi gradi di giudizio. L'azienda decide di proseguire la battaglia legale. Durante l'ultimo grado di giudizio, le parti trovano un accordo amichevole e presentano una rinuncia al ricorso. La Corte chiude il caso dichiarando l'estinzione del processo. I giudici stabiliscono un principio fondamentale: chi formalizza la rinuncia al ricorso a seguito di una conciliazione non deve pagare il raddoppio della tassa giudiziaria. Questa sanzione economica si applica esclusivamente quando il giudice respinge la richiesta o la dichiara inammissibile, premiando così chi sceglie la via dell'accordo pacifico.
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La Corte di Cassazione ha analizzato i criteri di accesso al Fondo di Garanzia INPS per il pagamento delle ultime tre mensilità di stipendio in favore di un lavoratore. Il cuore della controversia riguardava il calcolo del periodo di dodici mesi entro cui devono ricadere le retribuzioni per essere indennizzabili. La Corte ha stabilito che, in caso di datore di lavoro non soggetto a fallimento, il termine annuale deve essere calcolato a ritroso dalla data di inizio dell'esecuzione forzata. Poiché il lavoratore aveva ottenuto un titolo esecutivo e tentato un pignoramento mobiliare con esito negativo, il Fondo di Garanzia INPS è tenuto a corrispondere quanto dovuto, nonostante le contestazioni dell'ente sulla tempistica dell'iniziativa giudiziaria.
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L'Agenzia delle Entrate ha impugnato una sentenza della Commissione Tributaria Regionale relativa a un accertamento per Irpeg e Ilor. La Suprema Corte ha rilevato una motivazione apparente nel provvedimento impugnato, poiché i giudici di merito avevano ridotto i ricavi accertati basandosi su una bozza di conciliazione mai perfezionata. La sentenza non illustrava l'iter logico seguito per valutare le movimentazioni bancarie e i costi aziendali, limitandosi ad affermazioni generiche. La Cassazione ha quindi annullato la decisione, ribadendo che la mancanza di un ragionamento percepibile configura un vizio di nullità costituzionale.
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Una nota azienda di telecomunicazioni e un ex dipendente hanno raggiunto un accordo transattivo in sede sindacale mentre era pendente il ricorso davanti alla Suprema Corte. Tale intesa ha determinato la Cessazione della materia del contendere, rendendo superflua la decisione sul merito della causa. La Corte ha stabilito che l'accordo negoziale travolge e annulla l'efficacia delle sentenze emesse nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, è stato escluso il raddoppio del contributo unificato, poiché la definizione della lite è dipesa dalla volontà delle parti e non da una pronuncia di inammissibilità o rigetto del ricorso.
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Una primaria società di servizi e un lavoratore hanno raggiunto un accordo transattivo in sede sindacale durante la pendenza del ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato la cessazione della materia del contendere, rilevando che l'accordo negoziale ha sostituito integralmente la regolamentazione data dalla sentenza impugnata. Poiché la lite si è conclusa per volontà delle parti e non per rigetto del ricorso, non è stato applicato il raddoppio del contributo unificato.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato la cessazione della materia del contendere in una lite tra un ente sanitario e diversi dipendenti relativa al superiore inquadramento professionale. Durante il giudizio di legittimità, le parti hanno raggiunto un accordo conciliativo, rendendo superflua la decisione della Corte. Tale evento ha determinato il venir meno dell'efficacia della sentenza di appello precedentemente impugnata e la compensazione integrale delle spese di lite.
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Una dipendente pubblica ha agito in giudizio per ottenere un superiore inquadramento professionale e le relative differenze retributive. Dopo una sentenza d'appello favorevole alla lavoratrice, l'ente pubblico ha proposto ricorso in Cassazione. Durante il giudizio di legittimità, le parti hanno raggiunto un accordo di conciliazione. La Suprema Corte ha dunque dichiarato la cessazione della materia del contendere, annullando l'efficacia della sentenza impugnata e disponendo la compensazione delle spese di lite, escludendo inoltre il raddoppio del contributo unificato.
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