Definizione
L'espressione de cuius è una ellissi della locuzione latina is de cuius hereditate agitur che, tradotta letteralmente, significa "colui della cui eredità si tratta" e, in pratica, indica la persona defunta che ha lasciato un'eredità. Viene normalmente utilizzata nel linguaggio giuridico e burocratico come sinonimo, o perifrasi di tipo eufemistico, per "morto" o "defunto" in tutti i riferimenti a una vicenda successoria, intesa come insieme delle conseguenze, per lo più ma non esclusivamente patrimoniali, derivanti dalla morte di un individuo. In molti casi ha lo stesso valore di "ereditando" (colui dal quale si eredita) o di "testatore" (colui che ha fatto testamento). In conseguenza di tale uso, l'espressione de cuius ha perso qualsiasi riferimento grammaticale alla frase originaria latina e, benché composta da due parole, viene oggi correntemente intesa come un sostantivo unico di genere comune ("il de cuius", "la de cuius") e indeclinabile nel numero ("del de cuius", "dei de cuius"). L'espressione è testimoniata, seppur scarsamente, anche al di fuori di questi linguaggi tecnici e, spesso, senza più alcun riferimento agli aspetti ereditari: l'uso conserva unicamente il valore di sinonimo eufemistico per i più crudi "morto" o "defunto". In tali casi si preferisce rifarsi alla locuzione originaria latina nella sua variante is de cuius morte agitur.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 463 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 44% dei casi il ricorso è stato accolto, almeno in parte.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 44%
- Rigettato 38%
- Inammissibile 12%
- Estinto 1%
- Altro 5%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 261%
- Civile Sez. 528%
- Civile Sez. 311%
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Una Figlia, erede legittimaria, ha contestato le disposizioni testamentarie della Madre defunta, chiedendo l'azione di riduzione per reintegrare la sua quota di eredità. Il Tribunale aveva riconosciuto la lesione della quota paterna (di cui la Figlia era erede), ma aveva liquidato il risarcimento solo in denaro. La Figlia ha insistito per l'azione di riduzione in natura, ovvero per ottenere una parte dei beni stessi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Figlia, stabilendo che il legittimario ha diritto a ottenere la propria quota di eredità in natura, salvo eccezioni specifiche. La sentenza è stata cassata per un nuovo esame, ribadendo il diritto del legittimario ai beni.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso degli eredi di un venditore contro la decisione di una Corte d'Appello. Quest'ultima aveva accolto la richiesta di un acquirente per l'esecuzione specifica del preliminare di compravendita di un fondo rustico, condizionando il trasferimento della proprietà al pagamento del saldo. Gli eredi contestavano la prova del contenuto del contratto e del pagamento. La Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la Corte d'Appello aveva correttamente valutato le prove, incluse testimonianze e presunzioni semplici, ritenendo provati gli elementi essenziali del contratto preliminare e l'avvenuto pagamento. L'acquirente ha quindi ottenuto il trasferimento della proprietà.
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Gli Eredi hanno chiesto l'equo indennizzo per la durata irragionevole del processo avviato dal loro De Cuius. La Corte d'Appello ha limitato il risarcimento al periodo precedente la morte del De Cuius, ritenendo che gli Eredi agissero solo 'iure hereditatis' (per diritto ereditario). La Cassazione ha cassato questa decisione, affermando che gli Eredi agivano anche 'iure proprio' (per proprio diritto) per il periodo successivo alla loro costituzione in giudizio. La Corte ha sottolineato che la domanda di equo indennizzo riguardava l'intera durata del processo. La causa è stata rinviata per una nuova valutazione.
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Un contribuente ha presentato la dichiarazione di successione in ritardo rispetto al termine di dodici mesi, ma prima che l'Agenzia delle Entrate avviasse un accertamento. L'Agenzia ha irrogato una sanzione dichiarazione successione tardiva. La Commissione Tributaria Regionale ha ritenuto illegittima questa sanzione, poiché la normativa applicabile al momento dei fatti (antecedente al 1° gennaio 2016) non prevedeva sanzioni per la dichiarazione tardiva se presentata prima dell'accertamento e non configurava una vera e propria omissione. La Corte di Cassazione ha confermato questa interpretazione, rigettando il ricorso dell'Agenzia delle Entrate e condannandola al pagamento delle spese processuali.
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La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di **correzione errore materiale sentenza tributaria**. Un'erede ha impugnato una sentenza della Commissione Tributaria Regionale che aveva rigettato il ricorso contro un accertamento ICI. L'erede contestava sia la legittimità della correzione del suo nome nella sentenza (inizialmente indicato il defunto) sia l'omessa pronuncia sulla corretta valutazione dell'area edificabile. La Cassazione ha stabilito che la correzione di un nome è una semplice irregolarità se la parte è comunque identificabile. Ha anche confermato che non c'è stata omessa pronuncia sulla valutazione, poiché il giudice di merito aveva già affrontato il punto. Il ricorso dell'erede è stato quindi rigettato.
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I Proprietari hanno chiesto agli Inquilini il rimborso delle spese per demolire un manufatto abusivo costruito sull'immobile locato. Sostenevano che la costruzione fosse avvenuta durante la locazione e che avessero subito danni da mancato guadagno. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno respinto le loro richieste. La Cassazione ha confermato, sottolineando l'importanza dell'onere della prova in appello. I Proprietari non hanno riprodotto i documenti chiave che dimostravano le spese sostenute nel fascicolo telematico di secondo grado. La Corte ha ribadito che l'appellante deve ripresentare le prove. La domanda di rimborso e di risarcimento per lucro cessante è stata respinta per mancanza di prova.
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Un'Erede ha impugnato una cartella di pagamento emessa dall'Agenzia delle Entrate, originariamente intestata al defunto, per il recupero di imposte su interessi passivi. L'Agenzia aveva ripreso a tassazione tali interessi, ritenendoli non deducibili oltre un certo limite, a seguito di un controllo automatico della dichiarazione. L'Erede contestava la validità della notifica della cartella, inviata al defunto dopo la sua morte, e sosteneva che gli interessi fossero interamente deducibili come costi d'impresa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che l'impugnazione tempestiva dell'Erede ha sanato il vizio di notifica e che il controllo automatico era legittimo, poiché la Deducibilità interessi passivi come costi d'impresa avrebbe richiesto un accertamento più complesso, non una semplice verifica formale.
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Una figlia aveva ricevuto in donazione un terreno dal padre e vi aveva costruito una casa con i propri soldi. Alla morte del genitore, in sede di divisione ereditaria, è sorta la questione se la casa dovesse rientrare nell'obbligo di collazione. La Corte d'Appello aveva stabilito che sia il terreno che la casa andassero conferiti all'eredità. La Cassazione, invece, ha chiarito che la collazione di immobile costruito con denaro proprio su terreno donato deve riguardare solo il valore del terreno al momento della donazione. Il donatario ha diritto a dedurre il valore delle migliorie (la casa) e può farlo con una semplice eccezione, senza bisogno di una domanda riconvenzionale. La sentenza è stata cassata e rinviata per una nuova valutazione.
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Due fratelli gestivano di fatto un'azienda agricola utilizzando un conto corrente bancario cointestato. Alla morte di uno di essi, i suoi eredi hanno citato in giudizio il fratello superstite, chiedendo la ricostruzione contabile dei rapporti e la restituzione delle somme prelevate oltre la propria quota spettante. Il convenuto si è opposto, eccependo un precedente giudicato e sostenendo l'inapplicabilità del rendiconto tra soci co-amministratori. I giudici di merito hanno respinto le eccezioni difensive. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente le pronunce precedenti, stabilendo che sussiste l'obbligo di rendiconto agli eredi da parte dell'amministratore superstite. Questo adempimento contabile è indispensabile per redigere la situazione patrimoniale aggiornata e determinare il valore economico della quota societaria da liquidare agli eredi.
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Un contribuente aveva simulato la vendita di immobili nel 1984, contestando l'avviso di liquidazione INVIM. Dopo un lungo iter, la Cassazione aveva già stabilito che l'INVIM su atto simulato è dovuta. Il giudizio di rinvio non fu riassunto, rendendo definitivo l'avviso. Gli eredi del contribuente hanno impugnato nuovi avvisi, sostenendo di aver già pagato l'INVIM in sede di successione e la nullità della sentenza d'appello. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso degli eredi, confermando la definitività dell'accertamento e l'obbligo di pagamento dell'INVIM, ma escludendo le sanzioni.
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La Corte di Cassazione ha affrontato un caso cruciale sull'onere della prova della qualità di erede in ambito tributario. Alcune eredi, subentrate in un contenzioso fiscale del defunto, avevano prodotto documenti di rinuncia all'eredità. La Commissione Tributaria Regionale (CTR) aveva erroneamente ritenuto non provata tale rinuncia, invertendo l'onere della prova. La Cassazione ha chiarito che spetta all'Agenzia delle Entrate dimostrare l'accettazione dell'eredità da parte dei presunti eredi. La sentenza della CTR è stata cassata e la causa rinviata per un nuovo esame, che dovrà considerare i documenti di rinuncia.
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Un erede ha chiesto in tribunale la restituzione dell'intera somma depositata su un libretto cointestato con altri familiari, sostenendo che il denaro proveniva esclusivamente dalla defunta. I giudici hanno respinto la richiesta, applicando la presunzione di parità conto cointestato. Questa regola stabilisce che le somme in un conto cointestato si presumono divise in parti uguali tra i cointestatari, a meno che non si dimostri il contrario. L'erede non ha fornito prove sufficienti per superare tale presunzione. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo l'importanza dell'onere della prova.
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Un coltivatore ha chiesto al tribunale le indennità di legge per la perdita della disponibilità di un terreno agricolo a seguito di opere edili realizzate dai comproprietari. L'attore sosteneva di essere subentrato nel rapporto contrattuale del padre defunto. I proprietari si sono opposti contestando l'effettiva titolarità del rapporto. I giudici hanno respinto la domanda perché il richiedente non ha dimostrato la concreta coltivazione di quel terreno al momento della morte del genitore. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la successione nel contratto di affitto agrario richiede sia la qualifica professionale dell'erede sia la coltivazione diretta e continua di quello specifico fondo rustico prima del decesso dell'originario conduttore.
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L'Ente Previdenziale ha richiesto agli Eredi dell'Imprenditore il pagamento di contributi omessi, riqualificando dodici contratti di associazione in partecipazione come rapporti di lavoro subordinato. I lavoratori, infatti, non partecipavano al rischio d'impresa e ricevevano compensi fissi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso degli Eredi, confermando la decisione dei giudici precedenti. Ha ribadito che la qualificazione rapporto di lavoro spetta al giudice, che valuta liberamente le prove, inclusi i verbali ispettivi e le dichiarazioni del datore di lavoro, anche se non sono confessioni. La sentenza ha quindi confermato l'obbligo contributivo.
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Una banca ha citato in giudizio gli eredi di un debitore per far accertare la loro accettazione tacita dell'eredità. Questo era necessario per garantire la continuità delle trascrizioni immobiliari, fondamentale per una futura esecuzione forzata su un immobile ipotecato. Gli eredi sostenevano di aver già accettato l'eredità tramite la presentazione della denuncia di successione e il pagamento delle relative imposte. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso degli eredi, confermando che la denuncia di successione e il pagamento delle imposte non costituiscono accettazione tacita dell'eredità. La sentenza ha quindi ribadito il principio che tali adempimenti hanno natura fiscale e non implicano una volontà univoca di accettare. La banca ha ottenuto ragione, assicurando la possibilità di procedere con l'azione esecutiva.
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Un privato edifica un fabbricato a distanza non consentita dalla battigia marina. Il Comune ordina la demolizione e l'acquisizione dell'immobile abusivo al patrimonio pubblico dopo aver negato il condono edilizio. L'erede del costruttore impugna gli atti comunali davanti alla giustizia amministrativa, lamentando l'inerzia prolungata dell'ente locale e l'affidamento maturato nel tempo. I giudici amministrativi respingono integralmente il ricorso, confermando l'insanabilità dell'opera per violazione dei vincoli costieri. L'erede si rivolge quindi alla Corte di Cassazione, sostenendo un presunto travalicamento dei limiti decisori da parte del giudice d'appello. Le Sezioni Unite dichiarano il ricorso inammissibile: la Cassazione non può riesaminare l'interpretazione delle leggi compiuta dai giudici amministrativi. Il provvedimento sanzionatorio del Comune resta valido ed efficace.
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Una società creditrice ha agito in giudizio per far accertare la proprietà di alcuni immobili in capo agli eredi del debitore defunto. L'obiettivo era soddisfare il proprio credito sul patrimonio ereditario. Uno degli eredi ha ricorso in Cassazione sostenendo di non trovarsi nel possesso dei beni ereditari e che il mantenimento della residenza anagrafica in uno degli immobili non dimostrasse alcun potere di fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'erede. I giudici hanno affermato che la residenza anagrafica crea una presunzione legale di dimora abituale. Questa relazione materiale con l'immobile integra a tutti gli effetti il possesso dei beni ereditari. Di conseguenza, l'erede è stato condannato al pagamento delle spese legali e al versamento di un ulteriore contributo unificato.
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Un erede (il Fratello) ha avviato un'azione legale per tutelare la sua quota di legittima sull'eredità del padre, chiedendo la divisione dei beni e la riduzione delle donazioni fatte alla sorella. La Corte d'Appello ha emesso una sentenza non definitiva. La Sorella ha proposto un Ricorso per Cassazione inammissibile contro questa sentenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per due motivi principali: è stato presentato oltre il termine di sessanta giorni dalla notifica della sentenza d'appello e la ricorrente aveva espresso riserva di ricorso, rendendo l'impugnazione immediata non consentita. La Corte ha anche rilevato che le questioni sollevate non erano definitive.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di eredi che contestavano la validità di assegni firmati dal defunto poco prima della sua morte, sostenendo la sua incapacità naturale. La Corte d'Appello aveva accolto questa tesi, revocando i decreti ingiuntivi. I ricorrenti hanno impugnato questa decisione in Cassazione, lamentando vizi procedurali e di motivazione. La Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. Ha ribadito che non si possono riesaminare i fatti in Cassazione e che i motivi di ricorso devono essere specifici, non generici. La decisione della Corte d'Appello sulla incapacità naturale del defunto è rimasta valida.
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La disputa riguardava l'Assegnazione maso chiuso dopo la morte del padre. La Sorella chiedeva di essere designata assuntrice, ma il Fratello si opponeva, rivendicando il proprio diritto. La legge provinciale n. 17 del 2001 stabilisce criteri di preferenza, privilegiando chi ha partecipato abitualmente alla conduzione del maso nei due anni precedenti la successione. La Corte di Cassazione ha confermato che il Fratello aveva i requisiti, avendo contribuito alla gestione del maso, mentre la Sorella lo aveva abbandonato anni prima. Il diploma agricolo della Sorella non era sufficiente a superare il criterio di partecipazione effettiva. Il maso è stato assegnato al Fratello.
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