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Sezione Terza Penale — Anno 2023

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Restituzione nel termine: l’imputato non prova l’impossibile
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato contro il diniego della Corte d'appello alla sua richiesta di restituzione nel termine per impugnare una vecchia sentenza di condanna. La Corte d'appello aveva erroneamente addossato all'interessato l'onere di dimostrare il momento esatto in cui aveva avuto conoscenza del provvedimento. I giudici di legittimità hanno invece chiarito che sul cittadino grava solo un semplice onere di allegazione. Di fronte a una situazione di incertezza oggettiva sulla tempestività della conoscenza, e in mancanza di prove contrarie, il giudice ha l'obbligo di concedere la restituzione nel termine per consentire l'esercizio del diritto di difesa.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: sviste contro giudizi
Il Ricorrente ha proposto un ricorso straordinario per errore di fatto contro la decisione della Corte di Cassazione che aveva dichiarato inammissibile il suo precedente ricorso. La difesa lamentava che i giudici non avessero esaminato nel dettaglio le specifiche censure relative a un reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, chiarendo che il ricorso straordinario per errore di fatto è ammesso solo per sviste materiali o errori di percezione visiva, e non per contestare la profondità o la condivisibilità della valutazione dei giudici. Nel caso specifico, la precedente sentenza aveva valutato globalmente i motivi di ricorso, escludendo qualsiasi omissione percettiva.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: sanzione evitata
L'Indagato ha proposto ricorso per cassazione contro la misura cautelare del divieto di dimora applicata per presunte frodi carosello. Successivamente, il Giudice per le indagini preliminari ha revocato tale misura. Di conseguenza, il difensore dell'Indagato ha presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione, essendo venuto meno l'interesse a impugnare il provvedimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per rinuncia, condannando il ricorrente alle sole spese processuali ed escludendo la sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, poiché la rinuncia è dipesa da un evento successivo e favorevole all'indagato.
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Ordine di demolizione: l’ambiente vince sul diritto alla casa
La proprietaria di una villa abusiva di tre piani, situata all'interno del Parco Nazionale del Vesuvio, ha impugnato l'ordine di demolizione del manufatto. La ricorrente ha sostenuto che l'abbattimento avrebbe violato il suo diritto all'abitazione e il principio del ne bis in idem, considerata l'acquisizione del bene da parte del Comune. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del provvedimento. I giudici hanno chiarito che l'ordine di demolizione ha natura di sanzione amministrativa ripristinatoria e non punitiva. Inoltre, il diritto alla casa non è assoluto e deve essere bilanciato con la tutela dell'ambiente, specialmente in aree protette, in assenza di una comprovata situazione di indigenza della responsabile.
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Concorso nel reato di spaccio: quando la scusa non regge
Tre soggetti venivano fermati in autostrada durante il periodo di emergenza Covid-19 a bordo di un'auto nel cui bagagliaio erano nascosti oltre 12 kg di marijuana. Nonostante i tentativi di depistaggio e la tesi difensiva secondo cui due dei passeggeri fossero semplici spettatori ignari (connivenza non punibile), le indagini svelavano una pianificazione accurata del trasporto. Venivano infatti accertati contatti telefonici costanti, l'uso di due vetture per il viaggio di andata e il rinvenimento a casa di uno di essi di strumenti per il confezionamento della droga. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando la condanna a due anni di reclusione per concorso nel reato di spaccio. La Corte ha chiarito che l'onere di allegazione grava sulla difesa quando l'accusa ha fornito prove schiaccianti, escludendo inoltre la concessione di attenuanti o benefici a fronte del comportamento ostruzionistico degli imputati.
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Sequestro preventivo negato: l’errore del PM salva i beni
Il Pubblico Ministero presso un Tribunale locale ha richiesto il sequestro preventivo dei beni di alcune società e dei loro amministratori, indagati per reati fiscali. Dopo il rifiuto del Giudice per le indagini preliminari e del Tribunale del riesame, lo stesso Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di legittimazione. I giudici hanno chiarito che, contro le decisioni del tribunale del riesame in materia di sequestro preventivo, il potere di ricorrere in Cassazione spetta esclusivamente all'ufficio del pubblico ministero presso il giudice che ha emesso la decisione impugnata, e non al magistrato inquirente che aveva originariamente richiesto la misura. Di conseguenza, il provvedimento di diniego del sequestro è stato confermato.
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Sequestro preventivo negato: il vizio che salva i beni
Il Pubblico Ministero presso un Tribunale locale ha richiesto il sequestro preventivo dei beni di alcune societ e dei loro amministratori, indagati per reati fiscali. Il Giudice per le indagini preliminari e, successivamente, il Tribunale del riesame hanno respinto la richiesta. Il Pubblico Ministero locale ha quindi proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di legittimazione del ricorrente. Secondo la Corte, per le misure cautelari reali come il sequestro preventivo, la legittimazione a impugnare spetta esclusivamente all'ufficio del pubblico ministero presso il giudice che ha emesso la decisione impugnata, e non al pubblico ministero che ha originariamente richiesto la misura. Di conseguenza, il ricorso stato rigettato senza esame nel merito.
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Misure cautelari personali: il tempo cancella il pericolo
Il caso riguarda un ragioniere accusato di associazione a delinquere finalizzata a frodi fiscali. Il Tribunale del Riesame aveva confermato l'applicazione di misure cautelari personali (il divieto di dimora) basandosi sulla gravità dei fatti passati. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, evidenziando che i giudici non avevano adeguatamente motivato l'attualità e la concretezza del pericolo di reiterazione del reato. L'indagato si era infatti dimesso dalla società coinvolta oltre un anno prima dell'applicazione della misura, interrompendo ogni rapporto di fatto e di diritto. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento con rinvio, ordinando un nuovo esame che valuti rigorosamente se sussistano ancora le esigenze cautelari.
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Traffico di stupefacenti: quando lo spaccio diventa associazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per diversi soggetti accusati di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti operante in Sicilia. Gli imputati gestivano una vera e propria rete commerciale con divisione dei ruoli, cassa comune e disponibilità di armi. I ricorrenti contestavano la loro partecipazione stabile al gruppo e chiedevano la riqualificazione del reato in associazione di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il continuo approvvigionamento di droga dimostra l'adesione al programma criminoso, superando il semplice rapporto di compravendita. Inoltre, la rilevante capacità di rifornimento del gruppo esclude l'ipotesi della lieve entità, rendendo irrilevante la brevità del periodo di osservazione delle forze dell'ordine. Di conseguenza, i ricorrenti perdono il ricorso e sono condannati a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo negato: il PM perde per vizio di forma
Il Pubblico Ministero presso il Tribunale di Locri ha richiesto il sequestro preventivo dei beni di alcune società e dei loro amministratori, indagati per reati fiscali. Dopo il rifiuto del Giudice per le indagini preliminari e del Tribunale del riesame di Reggio Calabria, il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di legittimazione. Secondo l'articolo 325 del codice di procedura penale, infatti, il potere di impugnare i provvedimenti sul sequestro preventivo spetta esclusivamente all'ufficio del Pubblico Ministero presso il giudice che ha emesso la decisione impugnata (in questo caso, l'ufficio distrettuale), e non al magistrato locale che ha originariamente richiesto la misura. Di conseguenza, il sequestro preventivo non è stato concesso.
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Rinuncia al ricorso: vince il dissequestro ma scatta la multa
Un'azienda balneare ha impugnato il diniego di revoca di un sequestro preventivo. Successivamente, il tribunale ha revocato il sequestro e restituito i beni. Nonostante un iniziale ricorso in Cassazione per timore che il Pubblico Ministero potesse far ripristinare il vincolo, l'azienda ha deciso infine di presentare una formale rinuncia al ricorso dopo la conferma definitiva del dissequestro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso a causa della sopravvenuta rinuncia al ricorso, condannando la società al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Correzione errore materiale: l’imputato risarcisce lo Stato
La Corte di Cassazione ha disposto la correzione errore materiale del verbale di udienza relativo a un processo penale. Nel provvedimento originario, i giudici avevano omesso di condannare l'imputato al pagamento delle spese legali in favore della parte civile. Quest'ultima era stata ammessa al patrocinio a spese dello Stato. Accertata la svista, la Suprema Corte ha integrato il testo, stabilendo che l'imputato deve rimborsare allo Stato le spese di difesa sostenute dalla vittima, la cui quantificazione spetta alla Corte di Appello competente.
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Convalida del DASPO: l’orario mancante cancella l’obbligo di firma
Il Questore impone a un tifoso il divieto di accesso alle manifestazioni sportive per cinque anni, con l'obbligo di presentarsi in questura durante le partite. Il provvedimento viene notificato il 12 gennaio alle ore 19:00. Il Tribunale convalida la misura il 16 gennaio, ma omette di indicare l'orario della decisione. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del tifoso, stabilendo che la convalida del DASPO con obbligo di firma deve avvenire tassativamente entro novantasei ore dalla notifica. In assenza dell'orario sul provvedimento del giudice, non è possibile verificare il rispetto di questo termine perentorio. Di conseguenza, la Cassazione annulla senza rinvio l'obbligo di presentazione, ritenendolo ormai inefficace, mentre resta valido il solo divieto di accesso agli stadi.
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Istanza di revisione: il fallimento non è un fatto notorio
Il Condannato ha proposto un'istanza di revisione contro la sentenza definitiva di condanna per violazioni in materia di manifestazioni sportive. A fondamento della richiesta, ha dedotto come "prova nuova" il fallimento della Società Calcistica interessata dal divieto, sostenendo che tale circostanza costituisse un fatto notorio. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità dell'istanza di revisione. I giudici hanno chiarito che il fallimento di una società non può essere considerato un fatto notorio, ma richiede una prova documentale specifica, nella specie non allegata dal ricorrente. Di conseguenza, l'istanza è stata dichiarata inammissibile con condanna del ricorrente alle spese.
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Sequestro preventivo per equivalente: ko la società-schermo
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo per equivalente di somme, azioni e polizze assicurative ai danni di una società in fallimento. L'amministratore era accusato di omessa dichiarazione fiscale per un'altra impresa. Il curatore fallimentare sosteneva che la società fosse un terzo estraneo in buona fede, non ancora esistente all'epoca del reato. Tuttavia, i giudici hanno accertato che la nuova società era un mero clone, una società-schermo creata appositamente dall'amministratore per trasferirvi risorse proprie e utilizzare la stessa struttura e gli stessi operai della precedente. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che il sequestro è legittimo se la società costituisce solo uno schermo fittizio dietro cui opera l'indagato.
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Convalida del DASPO: orario mancante annulla l’obbligo di firma
Il Questore ha imposto a un tifoso il DASPO con l'obbligo di presentazione alla polizia durante le partite. Il provvedimento è stato notificato il 12 gennaio alle 15:20, fissando la scadenza per la decisione del giudice entro 96 ore, ossia il 16 gennaio alle 15:20. Il Giudice per le indagini preliminari ha convalidato la misura il 16 gennaio, ma ha omesso di indicare l'orario del deposito sull'ordinanza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del cittadino, stabilendo che l'assenza dell'orario genera un'incertezza insanabile sul rispetto del termine perentorio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio il provvedimento, dichiarando l'inefficacia dell'obbligo di firma per vizio di forma nella convalida del DASPO.
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Rinuncia all’impugnazione: niente spese se la misura scade
Un imprenditore, sottoposto alla misura interdittiva del divieto di esercitare attività d'impresa nel settore dei rifiuti e dell'edilizia per sei mesi, ha proposto ricorso in Cassazione. Successivamente, a causa della scadenza del termine della misura cautelare, la difesa ha presentato una formale rinuncia all'impugnazione per sopravvenuta carenza di interesse. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Tuttavia, i giudici hanno stabilito che la rinuncia all'impugnazione dovuta alla naturale scadenza della misura non comporta la condanna al pagamento delle spese processuali o della sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende, poiché il venir meno dell'interesse non equivale a una sconfitta processuale del ricorrente.
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Convalida del DASPO: la fretta del giudice cancella l’obbligo
Il Questore di Foggia imponeva a un tifoso il divieto di accedere alle manifestazioni sportive per tre anni, con l'ulteriore obbligo di presentazione alla polizia durante le partite. Il Giudice per le indagini preliminari convalidava l'obbligo di firma prima dello scadere delle 48 ore dalla notifica del provvedimento all'interessato. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del tifoso, stabilendo che la convalida del DASPO con obbligo di firma effettuata prima del decorso del termine di 48 ore viola il diritto di difesa e determina la nullità generale del provvedimento. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla senza rinvio l'ordinanza di convalida, dichiarando l'inefficacia del solo obbligo di presentazione.
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Concorso nel reato di spaccio: basta un grido per la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per una donna accusata di concorso nel reato di spaccio. La difesa sosteneva che il semplice grido "Zio!", pronunciato alla vista della polizia, fosse insufficiente a qualificarla come vedetta. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che la donna, prima di lanciare l'allarme, si guardava continuamente intorno con fare sospetto. Questo comportamento coordinato dimostra una chiara partecipazione all'attività illecita del complice. Inoltre, la Suprema Corte ha respinto la richiesta di applicazione della circostanza attenuante del danno di speciale tenuità, poiché la difesa non ha fornito prove concrete sul profitto economico effettivamente perseguito o ottenuto, limitandosi a indicare la modesta quantità di cocaina sequestrata. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte: salta la vendita
Un amministratore societario, accumulato un ingente debito fiscale, vendeva l'intero patrimonio immobiliare della società a un'azienda terza, intestata a suoi stretti familiari, per poi liquidare la propria impresa. I giudici di merito lo condannavano per il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, disponendo la confisca dei beni venduti. La società terza ricorreva in Cassazione lamentando la mancata citazione nel processo. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno stabilito che l'omessa citazione del terzo nel giudizio di cognizione costituisce una mera irregolarità, poiché il terzo può far valere i propri diritti davanti al giudice dell'esecuzione. Inoltre, per la sussistenza del reato è sufficiente che l'atto di vendita sia idoneo a ostacolare la riscossione esattoriale, senza che sia necessario l'avvio di una procedura esecutiva.
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