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Sezione Terza Penale — Anno 2023

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Convalida del DASPO: se il giudice ha fretta il tifoso vince
Il Questore ha imposto a un tifoso il divieto di accedere alle manifestazioni sportive per cinque anni, con l'obbligo di presentarsi in questura durante le partite. Il Tribunale ha convalidato la misura prima che decorressero le 48 ore dalla notifica dell'atto, impedendo al destinatario di presentare memorie difensive. La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza di convalida senza rinvio. I giudici hanno stabilito che la convalida del DASPO avvenuta prima del termine di 48 ore viola il diritto di difesa e il principio del contraddittorio cartolare. Di conseguenza, l'obbligo di firma è stato revocato, mentre rimane valido il solo divieto di accesso allo stadio.
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Prescrizione dei reati tributari: annullato l’errore del giudice
Il Tribunale dichiarava prescritto il reato di omessa dichiarazione fiscale contestato a un amministratore societario per l'anno d'imposta 2011. Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione con ricorso per saltum. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che per la prescrizione dei reati tributari commessi dopo la riforma del 2011 si applica un aumento di un terzo dei termini ordinari. Nel caso specifico, il termine massimo era di dieci anni e, considerando le sospensioni, il reato non era estinto al momento della sentenza di primo grado. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza impugnata, rinviando gli atti alla Corte d'appello.
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Riparazione per ingiusta detenzione: l’assoluzione non cancella l’imprudenza
Un uomo, assolto dall'accusa di estorsione perché il fatto non sussiste, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione a seguito del periodo trascorso in custodia cautelare. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, rilevando che l'indagato aveva concorso a causare la propria carcerazione. Nelle intercettazioni, infatti, l'uomo usava espressioni intimidatorie e vantava la parentela con un noto esponente mafioso per ottenere denaro. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'assoluzione non cancella la condotta imprudente del soggetto: se i suoi comportamenti equivoci hanno ingenerato un giustificato allarme sociale e indotto in errore l'autorità giudiziaria, si configura una colpa grave che esclude il diritto all'indennizzo. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Il Tribunale di Catania ha ripristinato la custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato per reati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il lungo tempo trascorso dai fatti, risalenti al 2016, avesse affievolito le esigenze cautelari e che la misura fosse sproporzionata rispetto alle esigenze reali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il semplice decorso del tempo non è sufficiente a superare la presunzione di pericolosità e adeguatezza del carcere prevista per i reati associativi gravi. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Convalida del DASPO: se il giudice corre, il tifoso vince
Il Questore di Varese imponeva a un tifoso, a seguito di disordini durante una partita di basket, il divieto di accesso alle manifestazioni sportive per sei anni, con l'obbligo di presentazione periodica alla polizia. Il provvedimento veniva notificato l'8 maggio alle ore 15:00, ma il Giudice per le indagini preliminari convalidava la misura il 10 maggio alle ore 11:40, prima dello scadere delle 48 ore dalla notifica. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del tifoso, stabilendo che la convalida del DASPO non può avvenire prima del decorso delle 48 ore, termine minimo necessario per consentire l'effettivo esercizio del diritto di difesa. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla senza rinvio l'ordinanza di convalida limitatamente all'obbligo di firma, che cessa immediatamente di avere efficacia.
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Prescrizione del reato: annullata la condanna per i soci dell’officina
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di due soci di un'officina meccanica condannati in primo grado per violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro a seguito dell'infortunio di un collaboratore. La difesa ha contestato l'estensione della responsabilità al socio non amministratore e la natura subordinata del rapporto di lavoro, evidenziando che il collaboratore operava in autonomia pagando un canone per l'uso dei locali. La Suprema Corte, ritenendo i motivi di ricorso non manifestamente infondati e rilevando il decorso del tempo, ha dichiarato l'annullamento senza rinvio della condanna per intervenuta prescrizione del reato.
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Riesame del sequestro preventivo: quando il ruolo non basta
La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi presentati dal Direttore dei Lavori e dal Legale Rappresentante di una società di costruzioni contro il sequestro preventivo di alcuni immobili abusivi. Il Tribunale aveva dichiarato inammissibile il riesame del sequestro preventivo. La Cassazione ha confermato tale decisione per due motivi. Primo, il Direttore dei Lavori non ha un interesse concreto alla restituzione dei beni, non vantando alcun diritto reale o contrattuale sull'area. Secondo, il Legale Rappresentante, agendo per conto della società (soggetto terzo rispetto all'indagato persona fisica), avrebbe dovuto munire il difensore di una procura speciale, non essendo sufficiente la semplice nomina difensiva. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e sono condannati al pagamento delle spese processuali.
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Confisca per sproporzione: disoccupato perde i contanti in casa
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della confisca per sproporzione di una somma di denaro pari a 3.870 euro rinvenuta nell'abitazione di un soggetto condannato per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. Inizialmente disposta come confisca diretta del provento del reato, la misura era stata annullata per mancanza di un nesso diretto tra la semplice detenzione della droga e il denaro. Nel giudizio di rinvio, il Tribunale ha riqualificato la misura applicando la confisca per sproporzione, rilevando l'evidente divario tra la somma nascosta in un accappatoio e l'assenza di redditi leciti dell'imputato, disoccupato da anni. La Cassazione ha respinto il ricorso dell'imputato, confermando che il giudice di rinvio può applicare una diversa qualificazione giuridica della confisca e che spetta alla difesa dimostrare la provenienza lecita del denaro fin dalle prime fasi del processo.
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Condono edilizio: il frazionamento fittizio non salva la casa
L'Acquirente di un immobile abusivo ha chiesto la revoca dell'ordine di demolizione emesso nel 1998. I precedenti proprietari avevano frazionato l'edificio presentando due domande separate di condono edilizio per aggirare il limite legale di 750 metri cubi. L'Acquirente ha proposto di demolire una parte del manufatto per rientrare nei limiti di legge, invocando la buona fede e il diritto all'abitazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che il limite volumetrico per il condono edilizio si calcola sull'intero edificio unitario e non sulle singole parti. Inoltre, la demolizione tardiva non sana l'abuso originario. L'ordine di demolizione non si prescrive e prevale sul diritto alla casa se l'acquirente conosceva l'abuso al momento dell'acquisto. L'Acquirente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Responsabilità del progettista: il crollo fatale costa la condanna
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso straordinario di un professionista condannato per omicidio colposo a seguito del crollo di un pesante architrave in pietra ornamentale, che ha travolto e ucciso un giovane arrampicatosi sul cancello d'ingresso. La difesa sosteneva che l'incidente fosse imprevedibile e che i giudici avessero commesso un errore di fatto nella valutazione delle prove. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità del progettista, evidenziando che la stabilità della struttura era compromessa dalla totale assenza di sistemi di ancoraggio in acciaio. I giudici hanno chiarito che il comportamento imprudente della vittima non esclude la colpa del costruttore se l'evento rientra tra i rischi prevedibili.
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Ordine di demolizione: la sanatoria futura non ferma la ruspa
Una proprietaria ha impugnato il rifiuto del Tribunale di revocare l'ordine di demolizione per abusi edilizi legati a una sopraelevazione. La ricorrente sosteneva che una delibera comunale per una futura variante urbanistica e una presunta domanda di sanatoria potessero bloccare l'abbattimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'ordine di demolizione può essere sospeso o revocato solo in presenza di una sanatoria effettiva e conforme al principio della doppia conformità, oppure se la pubblica amministrazione sta per adottare un atto incompatibile in tempi brevissimi. La semplice delibera programmatica del Comune o la mancanza di prova di una reale domanda di sanatoria non bastano a fermare l'esecuzione della demolizione.
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Spaccio di stupefacenti: condannata la moglie che fa da corriere
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un'imputata accusata di spaccio di stupefacenti in concorso con il marito, quest'ultimo agli arresti domiciliari. La donna sosteneva che il suo ruolo fosse marginale e che l'attivita dovesse qualificarsi come fatto di lieve entita. Inoltre, chiedeva che la detenzione e la cessione della droga venissero considerate come un unico reato. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la moglie svolgeva un ruolo essenziale, fungendo da braccio operativo del marito. Le condotte di detenzione e cessione, essendo distinte nel tempo e nelle modalita, configurano reati autonomi uniti dal vincolo della continuazione e non un unico reato assorbito. L'imputata perde il ricorso ed e condannata al pagamento delle spese processuali.
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Asilo o discarica? Deposito incontrollato di rifiuti punito
Un imprenditore edile è stato condannato per il reato di deposito incontrollato di rifiuti per aver abbandonato scarti di demolizione nel cortile di un asilo comunale durante lavori di ristrutturazione. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, eccependo la prescrizione del reato e contestando la natura imprenditoriale della condotta. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che il deposito sistematico e ripetuto di rifiuti da parte di un'impresa configura un reato permanente, il cui termine di prescrizione inizia a decorrere solo con la cessazione della condotta illecita. Inoltre, è stato accertato che i rifiuti derivavano direttamente dall'attività professionale dell'indagato.
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Violazione di sigilli: casa sequestrata ma usata come villa vacanze
Quattro familiari del proprietario di un immobile sottoposto a sequestro giudiziario sono stati condannati per il reato di violazione di sigilli. I Carabinieri li avevano sorpresi a utilizzare la casa vacanze, con arredi esterni posizionati e panni stesi. La difesa sosteneva che i familiari si trovassero lì solo per eseguire piccoli lavori di manutenzione autorizzati anni prima. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la violazione di sigilli si configura non solo con la rottura fisica dei sigilli, ma anche con il semplice uso non autorizzato del bene sequestrato. Per la condanna è sufficiente il dolo generico, ossia la consapevolezza del vincolo di sequestro sull'immobile. I ricorrenti dovranno pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di stupefacenti: l’uso di gruppo non salva il compratore
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 7 anni e 6 mesi di reclusione per un uomo accusato di spaccio di stupefacenti. L'imputato sosteneva che l'acquisto settimanale di cocaina per venti mesi fosse destinato all'uso di gruppo. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto tale tesi inattendibile. La decisione si fonda su solidi indizi: l'ingente quantità di droga, l'acquisto a credito con saldo successivo alla rivendita e i contatti diretti con il gestore della piazza di spaccio. La Suprema Corte ha chiarito che l'assenza di prove dirette non esclude la colpevolezza se gli indizi sono gravi, precisi e concordanti. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Concordato in appello negato: la Cassazione conferma le condanne
Due soggetti, condannati in appello per detenzione e spaccio di cocaina, ricorrono in Cassazione. Il primo ricorrente lamenta la mancata valutazione di un presunto concordato in appello e il diniego delle attenuanti generiche. Il secondo ricorrente contesta il calcolo della recidiva reiterata e specifica applicata dai giudici di merito. La Suprema Corte dichiara inammissibili entrambi i ricorsi. I giudici chiariscono che non vi è stato alcun reale accordo tra le parti per un concordato in appello, ma solo una rinuncia parziale ai motivi di impugnazione. Inoltre, confermano la correttezza del calcolo della recidiva reiterata, giustificata dai numerosi precedenti penali per reati della stessa indole lucrativa. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e sono condannati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Dichiarazione di latitanza errata: salta il processo di condanna
Due imputati stranieri venivano condannati per reati di droga in un processo celebrato in loro assenza. La difesa ha impugnato la condanna contestando l'illegittima dichiarazione di latitanza, poiché non erano state svolte ricerche adeguate e mancava la prova della loro volontaria sottrazione alla giustizia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la dichiarazione di latitanza richiede l'accertamento rigoroso della volontà dell'imputato di sottrarsi all'arresto. Di conseguenza, l'erronea dichiarazione di latitanza ha travolto l'intero processo. La Suprema Corte ha annullato senza rinvio le sentenze di primo e secondo grado, ordinando la trasmissione degli atti al Giudice dell'udienza preliminare per ricominciare il procedimento da capo.
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Recidiva reiterata: perché i vecchi reati non aumentano la pena
L'Imputato era stato condannato per spaccio di lieve entità. I giudici di merito avevano applicato la recidiva reiterata, ritenendolo socialmente pericoloso solo perché riconosciuto dalle forze dell'ordine per i suoi precedenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, stabilendo che la recidiva reiterata non può essere applicata in modo automatico o basandosi solo sulla presenza di vecchi reati. Il giudice deve dimostrare concretamente come i precedenti penali abbiano influenzato la nuova condotta e se esista una reale e attuale pericolosità sociale. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente al calcolo della pena, ordinando un nuovo giudizio sul punto.
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Scommesse abusive: condannato il titolare, salvo il dipendente
L'Amministratore di una sala giochi è stato condannato per il reato di scommesse abusive, avendo raccolto giocate su eventi reali e virtuali senza la necessaria concessione statale e la licenza di pubblica sicurezza. La Guardia di Finanza ha scoperto che un dipendente utilizzava un computer connesso a un provider estero non autorizzato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imputato, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che le dichiarazioni del dipendente, semplice esecutore materiale ignaro dell'assenza di licenze, sono pienamente utilizzabili. Inoltre, la Suprema Corte ha escluso la depenalizzazione dell'attività e ha negato l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa della durata dell'illecito e dell'entità dei profitti accumulati.
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Vendita di alimenti contaminati: condannato il commerciante
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un commerciante condannato per la vendita di alimenti contaminati. L'imputato, titolare di una pescheria, vendeva mitili con una carica batterica superiore ai limiti di legge. La difesa sosteneva l'assenza di colpa, poiché i prodotti erano conservati in frigo e acquistati lo stesso giorno, e invocava la particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha chiarito che l'esenzione di responsabilità per i rivenditori si applica solo ai prodotti in confezioni originali sigillate. Per i prodotti sfusi, il commerciante risponde a titolo di colpa se non esegue controlli adeguati, assumendosi il rischio dell'attività. Il commerciante perde la causa ed è condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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