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D.P.R. 309/1990 — Anno 2023

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Altri anni per D.P.R. 309/1990

Spaccio o consumo di gruppo di stupefacenti? La Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di tre soggetti condannati per spaccio di eroina e cocaina. Uno dei ricorrenti sosteneva che la cessione di droga configurasse un semplice consumo di gruppo di stupefacenti, escludendo la rilevanza penale. La Suprema Corte ha chiarito che tale fattispecie richiede requisiti rigidissimi, qui assenti, confermando l'attività di spaccio. Un secondo ricorrente contestava il concorso nel reato e il mancato riconoscimento della lieve entità, ma i giudici hanno confermato la gravità del fatto basandosi sull'uso dell'auto per nascondere la droga e sulla pluralità di sostanze. Infine, la richiesta di sospensione condizionale della pena avanzata dal terzo ricorrente è stata respinta perché non presentata nei precedenti gradi di giudizio. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: condanna valida anche senza traduzione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione per un uomo accusato di spaccio di stupefacenti. L'Imputato, di nazionalità straniera, aveva contestato la mancata traduzione degli atti e chiesto la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità. I giudici hanno respinto il ricorso: la conoscenza dell'italiano è stata ampiamente dimostrata dalla sua condotta processuale e dalla residenza pluriennale in Italia. Inoltre, l'abitualità delle cessioni di cocaina, protrattesi per due anni con cadenza bisettimanale, e l'esistenza di un canale stabile di approvvigionamento escludono la lieve entità del reato, anche in assenza di continui sequestri di droga. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Concorso nel reato di spaccio: la vedetta non si salva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per una donna accusata di concorso nel reato di spaccio insieme al compagno. La polizia aveva sorpreso la donna mentre controllava la strada dalla finestra e faceva segno a un acquirente di entrare nell'appartamento, dove sono stati poi rinvenuti oltre trenta grammi di cocaina ad alta purezza. La difesa sosteneva si trattasse di una semplice connivenza non punibile, dovuta alla convivenza. I giudici hanno invece stabilito che il comportamento attivo della donna (palo e coordinamento degli ingressi) configura un pieno concorso nel reato di spaccio. Inoltre, l'elevata purezza della droga e il numero di dosi ricavabili hanno escluso l'ipotesi del fatto di lieve entità, rendendo il ricorso inammissibile e condannando la ricorrente al pagamento delle spese.
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Traffico di stupefacenti: quattro condanne e una pena da rifare
Cinque imputati sono stati condannati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il gruppo gestiva lo spaccio in un bar di famiglia e utilizzava un telefono comune per i turni. Quattro imputati hanno impugnato la condanna contestando i propri ruoli e la gravità dell'associazione, ma la Cassazione ha dichiarato inammissibili i loro ricorsi, confermando le condanne. Solo il ricorso del quinto imputato, Il Collaboratore Minore, è stato parzialmente accolto: la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente al calcolo della pena, ordinando un nuovo giudizio d'appello per valutare la minima partecipazione al reato e la continuazione con un precedente reato di spaccio.
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Spaccio di lieve entità: il peso reale vince sulle dosi pronte
L'Imputato è stato condannato per detenzione di eroina e cocaina. La Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente alla mancata qualificazione del fatto come spaccio di lieve entità. La Corte d'Appello aveva negato l'attenuante basandosi solo sulla suddivisione in dosi e sulla diversità delle droghe. La Suprema Corte ha ritenuto illogica tale decisione, evidenziando che il peso effettivo della cocaina non bastava nemmeno per una singola dose. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Custodia cautelare in carcere: il corriere della droga non esce
Il Tribunale di Catania ha confermato la custodia cautelare in carcere per Il Corriere, accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di droga tra Calabria e Sicilia. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza di gravi indizi di colpevolezza e contestando la necessità della misura carceraria rispetto ai domiciliari. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per i reati associativi legati agli stupefacenti opera una presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, superabile solo da prove contrarie non fornite dalla difesa. Inoltre, i numerosi viaggi monitorati tramite GPS e la consegna di telefoni criptati confermano il ruolo stabile dell'indagato nel gruppo criminale.
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Concorso in detenzione di stupefacenti: non è favoreggiamento
Durante un controllo stradale, il Conducente di un'auto è fuggito a forte velocità, mentre il Passeggero ha gettato dal finestrino oltre due chili di marijuana. Nonostante il freddo di febbraio, i finestrini erano abbassati per disperdere l'odore della droga. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per entrambi, respingendo la richiesta del Conducente di riqualificare il fatto come semplice favoreggiamento. La Corte ha stabilito che si configura il concorso in detenzione di stupefacenti e non il favoreggiamento quando il reato è ancora in corso e vi è piena consapevolezza della presenza della droga, dimostrata dal forte odore e dal comportamento attivo dei soggetti. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, confermando le condanne e disponendo il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di denaro: annullato il sequestro al disoccupato
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la confisca di denaro per un importo di 7.350 euro disposta nei confronti di un uomo accusato di detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. Il giudice di merito aveva ordinato la misura ritenendo la somma provento del reato solo perché l'imputato e la moglie erano disoccupati. La Suprema Corte ha chiarito che, nel caso di mera detenzione di droga, la confisca di denaro è illegittima se manca un nesso di pertinenzialità diretto con lo specifico reato contestato. Il denaro non può essere confiscato se costituisce il ricavato di cessioni passate o è destinato ad acquisti futuri. Di conseguenza, la Cassazione ha ordinato l'immediata restituzione della somma all'avente diritto.
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Messa alla prova: ricorso del PM inammissibile senza decisione
Un'imputata, accusata di detenzione di sostanze stupefacenti, ha richiesto la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità e la contestuale sospensione del processo con messa alla prova. Il Giudice dell'udienza preliminare ha riqualificato il reato e ha ordinato all'UDEPE la redazione del programma di trattamento, rinviando la decisione finale. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la riqualificazione e l'ammissibilità del beneficio. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici hanno chiarito che, non essendoci ancora un provvedimento definitivo di sospensione del processo, l'ordinanza del giudice non è autonomamente impugnabile. La decisione sulla messa alla prova non era infatti ancora intervenuta, mancando così l'oggetto stesso del ricorso.
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Violazione degli arresti domiciliari: dallo spaccio al carcere
Un uomo, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari per furto, ha ripetutamente ceduto cocaina nel giardino di casa a un acquirente. A seguito di questa condotta, il giudice ha disposto l'aggravamento della misura cautelare, sostituendo i domiciliari con la custodia in carcere. La difesa ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che le dichiarazioni dell'acquirente non fossero supportate da riscontri esterni e che si potesse usare il braccialetto elettronico. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le parole dell'acquirente-testimone non necessitano di riscontri esterni e che la violazione degli arresti domiciliari tramite lo spaccio di droga impone obbligatoriamente il carcere, dimostrando la totale inefficacia della misura domestica.
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Custodia in carcere e contestazione a catena: la Cassazione annulla
Il Tribunale del Riesame di Catania aveva negato la retrodatazione dei termini di custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'esistenza di una contestazione a catena, poiché i fatti erano connessi a un precedente provvedimento cautelare emesso a Reggio Calabria e gli elementi indiziari erano già noti agli inquirenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che il giudice del riesame ha errato nell'escludere il vincolo di connessione tra gli episodi di spaccio. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza impugnata, rinviando il caso al Tribunale di Catania per una nuova valutazione sulla decorrenza dei termini di custodia.
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Custodia in carcere: confermato l’arresto per il custode
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto sottoposto a custodia in carcere. L'indagato era accusato di partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, avendo custodito stabilmente circa 32 kg di marijuana nel proprio garage per conto di un gruppo criminale. La difesa sosteneva che tale attività, svolta in cambio di denaro, non dimostrasse l'inserimento organico nel sodalizio. La Suprema Corte ha invece confermato la decisione del Tribunale del Riesame, ritenendo la motivazione logica e coerente. I giudici hanno chiarito che il ruolo stabile di custode, unito ai frequenti contatti con i vertici del gruppo emersi dalle intercettazioni, costituisce un grave indizio di colpevolezza. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Custodia cautelare in carcere: no ai file audio senza richiesta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame, confermando la custodia cautelare in carcere per traffico di stupefacenti. La difesa contestava la gravita degli indizi, l'interpretazione delle intercettazioni e l'utilizzabilita dei file audio non messi a disposizione. La Suprema Corte ha chiarito che il controllo di legittimita non consente una rielaborazione dei fatti. Inoltre, l'eccezione di inutilizzabilita delle intercettazioni e infondata poiche la difesa non aveva preventivamente richiesto copia dei file audio al Pubblico Ministero. La sussistenza di gravi indizi e il concreto pericolo di reiterazione del reato giustificano pienamente il mantenimento della misura restrittiva.
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Utilizzabilità chat SKY-ECC: i messaggi segreti diventano prove
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Indagato contro l'ordinanza cautelare per associazione finalizzata al narcotraffico. La difesa contestava l'utilizzabilità chat SKY-ECC, ossia messaggi criptati ottenuti dall'autorità francese tramite Ordine Europeo di Indagine. La Suprema Corte ha confermato la piena legittimità dell'acquisizione. Trattandosi di dati informatici già archiviati ("dati freddi") e non di intercettazioni in tempo reale, si applica la disciplina dei documenti ex art. 234-bis c.p.p. Inoltre, opera la presunzione di legittimità degli atti trasmessi dall'autorità straniera nell'ambito della cooperazione penale europea. L'Indagato rimane in custodia cautelare in carcere.
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Competenza territoriale: lo spaccio singolo non va al distretto
Un uomo, accusato di spaccio individuale di cocaina, ha contestato la misura dell'obbligo di firma. La difesa ha eccepito l'incompetenza del Giudice per le indagini preliminari distrettuale, sostenendo che il reato non fosse connesso all'associazione a delinquere contestata ad altri indagati nello stesso procedimento. Il Tribunale del Riesame ha rigettato l'eccezione, ma la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso. I giudici di legittimità hanno stabilito che la competenza territoriale speciale della Procura distrettuale non si estende automaticamente ai reati singoli senza una motivazione chiara sul legame di connessione con il reato associativo. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Traffico di stupefacenti: da fornitore a socio di fatto
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di far parte di un'organizzazione dedita al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva che l'indagato avesse solo venduto droga in pochi episodi isolati e senza consapevolezza del gruppo criminale. I giudici hanno invece stabilito che un rapporto di fornitura stabile e continuativo, unito a contatti diretti con i vertici del sodalizio e all'uso della forza del gruppo per riscuotere crediti, dimostra la piena partecipazione all'organizzazione. Anche la commissione di singoli reati può provare l'inserimento nel gruppo se l'agente ne sfrutta la struttura. L'appello è stato rigettato con condanna alle spese.
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Tentata estorsione: incensurato perde lo sconto di pena massimo
Un uomo, condannato per i reati di spaccio di stupefacenti e tentata estorsione, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la misura della pena. In particolare, l'imputato lamentava che il giudice di merito gli avesse concesso solo la riduzione della metà della pena per il tentativo, anziché il massimo di due terzi, nonostante la sua condizione di incensurato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno confermato che la riduzione di pena per la tentata estorsione è stata correttamente quantificata nella metà. La gravità delle modalità con cui è stato commesso il fatto e la ripetizione delle condotte criminali giustificano pienamente la scelta dei giudici di merito, superando la generica obiezione basata sulla sola assenza di precedenti penali. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Specificità dei motivi di ricorso: quando la genericità costa cara
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due soggetti condannati per reati in materia di stupefacenti. I ricorrenti contestavano in modo generico la determinazione della pena senza indicare i punti specifici della sentenza impugnata né gli elementi a supporto delle loro lagnanze. La Suprema Corte ha ribadito che la specificità dei motivi di ricorso è un requisito essenziale a pena di inammissibilità. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Estorsione consumata: la trappola dei Carabinieri non salva il colpevole
Un uomo pretendeva il pagamento di crediti legati allo spaccio di droga tramite gravi minacce e l'uso di complici. La vittima si era rivolta ai Carabinieri, i quali avevano monitorato di nascosto la consegna del denaro. La difesa sosteneva che si trattasse solo di tentativo di estorsione, poiché l'intervento delle forze dell'ordine aveva impedito il reale possesso del denaro. La Corte di Cassazione ha invece confermato la condanna per estorsione consumata. I giudici hanno stabilito che il reato si perfeziona nel momento in cui avviene il passaggio del denaro con ingiusto profitto, a nulla rilevando che la polizia stia sorvegliando l'operazione a insaputa del colpevole. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Ricorso contro patteggiamento: la Cassazione fissa i limiti
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza del Tribunale che aveva applicato la pena concordata tramite patteggiamento per reati legati agli stupefacenti. Il ricorrente ha lamentato l'insufficienza e l'illogicità della motivazione della sentenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che la legge limita rigorosamente i motivi di impugnazione contro le sentenze di patteggiamento. Tra questi motivi non rientra il vizio di motivazione. Di conseguenza, la Corte ha respinto il ricorso e ha condannato l'Imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende. La decisione conferma l'impossibilità di contestare la motivazione di un accordo sulla pena liberamente scelto.
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