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D.P.R. 309/1990 — Anno 2023

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Altri anni per D.P.R. 309/1990

Lieve entità dello spaccio: il peso della droga non basta
L'Imputato è stato condannato per la detenzione di 3 grammi di marijuana e 121 grammi di hashish. I giudici di merito hanno escluso la qualificazione del fatto come lieve entità dello spaccio basandosi unicamente sul peso della droga e sul ritrovamento di 195 euro. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, stabilendo che il solo dato quantitativo non è sufficiente per escludere la minore gravità del reato. I giudici devono valutare globalmente tutte le circostanze del caso, come l'assenza di un'organizzazione strutturata e la limitata circolazione di denaro. La sentenza è stata annullata con rinvio alla Corte di appello per una nuova valutazione.
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Resistenza a pubblico ufficiale: la testata in manette condanna
Durante una perquisizione antidroga, Il Genero si opponeva con violenza agli agenti, tentando di colpire un assistente con una testata nonostante fosse ammanettato. Successivamente, la polizia trovava altra droga addosso alla Suocera nella sua abitazione. La Corte d'Appello condannava entrambi: Il Genero per detenzione di stupefacenti e resistenza a pubblico ufficiale, la Suocera per concorso nello spaccio. La Cassazione ha confermato le condanne. Per Il Genero, il tentativo di testata configura pienamente il reato di resistenza a pubblico ufficiale, escludendo la tesi della resistenza passiva. Per la Suocera, il possesso personale della droga e di denaro ingiustificato escludono la semplice connivenza non punibile, provando il concorso attivo. Il ricorso del Genero è inammissibile, quello della Suocera è rigettato.
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Diniego della patente di guida: no alla multa per lite temeraria
Il Ministero ha opposto il diniego della patente di guida a un cittadino a causa di una precedente condanna per reati di droga. Il cittadino ha impugnato il provvedimento, ma i giudici di merito hanno respinto la domanda, condannandolo anche per lite temeraria e revocando il gratuito patrocinio. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del diniego, poiché la sanzione automatica decade solo in presenza di una riabilitazione formale. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente alla condanna per lite temeraria, annullandola. La Corte ha stabilito che la complessità della materia esclude la colpa grave del ricorrente. Per la revoca del gratuito patrocinio, il cittadino dovrà proporre un ricorso autonomo.
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Misure cautelari personali: tra parentela e affari di mafia
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure cautelari personali nei confronti di un soggetto accusato di far parte di un sodalizio mafioso e di un'associazione dedita allo spaccio di droga. La difesa sosteneva che i comportamenti dell'indagato fossero legati solo a rapporti di parentela con il capoclan e che mancassero prove fisiche, come le impronte sulle armi. I giudici hanno respinto il ricorso, chiarendo che la Cassazione non può rivalutare i fatti ma solo verificare la logica della motivazione. Nel caso specifico, le intercettazioni e le indagini dimostrano un ruolo attivo dell'indagato, che andava ben oltre il semplice legame familiare, partecipando alla gestione della cassa comune e compiendo atti intimidatori. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Carcere per il corriere: c’è pericolo di reiterazione del reato
Un uomo, accusato di aver trasportato e consegnato cocaina per conto di un gruppo criminale organizzato, ha impugnato la decisione del Tribunale che confermava la sua custodia in carcere. La difesa sosteneva che il suo ruolo di semplice corriere escludesse il pericolo di reiterazione del reato, rendendo sufficienti gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il carcere. I giudici hanno stabilito che il pericolo di reiterazione del reato è concreto e attuale, data la rete di contatti stabili dell'indagato con la criminalità organizzata e la gravità dei fatti, rendendo inadeguata qualsiasi misura meno afflittiva.
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Espulsione e riduzione pena: quando manca l’interesse a ricorrere
Lo Straniero, condannato per traffico di stupefacenti ed espulso dall'Italia come misura alternativa alla detenzione, ha richiesto la rideterminazione della pena a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale. Il giudice dell'esecuzione ha dichiarato inammissibile la richiesta poiché la sanzione era già stata espiata tramite l'allontanamento dal Paese. Lo Straniero ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che un suo eventuale rientro illegale avrebbe riattivato la pena detentiva, mantenendo vivo il rapporto esecutivo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per mancanza di un reale interesse a ricorrere. L'interesse non può infatti fondarsi sulla prospettiva di commettere un futuro reato, ovvero il rientro illegale nel territorio dello Stato. Lo Straniero è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Cessazione della permanenza del reato: armi o associazione?
Il Condannato, condannato per associazione di stampo mafioso e traffico di stupefacenti, ha richiesto tramite incidente di esecuzione la retrodatazione della cessazione della permanenza del reato al 2009, anno del suo primo arresto per detenzione di armi. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile l'istanza, ritenendola una mera riproposizione di una questione già decisa nel 2020, che aveva fissato la cessazione al 2011 (data dell'arresto per il reato associativo). La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso, stabilendo che la precedente decisione non era frutto di un errore materiale ma di una scelta consapevole basata sulle prove. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Scioglimento del cumulo: quando la pena ostativa è già espiata
Il Tribunale di sorveglianza dichiarava inammissibile la richiesta di detenzione domiciliare presentata da un detenuto, ritenendo ostativa la condanna per associazione mafiosa. Il detenuto ricorreva in Cassazione, sostenendo che la pena per il reato ostativo fosse già stata interamente espiata grazie alla liberazione anticipata e alla custodia cautelare presofferta, e che i restanti reati nel cumulo non fossero ostativi. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che, in presenza di pene concorrenti, è obbligatorio procedere allo scioglimento del cumulo. Questa operazione serve a verificare se la porzione di pena relativa al reato ostativo sia stata interamente scontata. Se tale pena è espiata, l'accesso ai benefici penitenziari per le restanti pene non può essere bloccato. La sentenza è stata annullata con rinvio.
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Confisca allargata: mutuo lecito ma rate pagate con lo spaccio
Il caso riguarda il ricorso di un soggetto contro il diniego di dissequestro di un appartamento. L'immobile era stato sottoposto a sequestro preventivo finalizzato alla confisca allargata per reati di traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva che l'acquisto fosse lecito, poiché finanziato tramite mutuo bancario e prestiti dei nonni. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che l'indagato, formalmente nullatenente, rimborsava le rate del mutuo e i prestiti familiari utilizzando esclusivamente i proventi illeciti dello spaccio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'uso di schemi contrattuali leciti come il mutuo non esclude la confisca allargata se le rate vengono pagate con denaro sporco, poiché l'operazione va valutata nel suo complesso.
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Cessione di stupefacenti: condanna valida anche senza droga
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per il reato di cessione di stupefacenti, basata esclusivamente sul contenuto di intercettazioni telefoniche. Il ricorrente sosteneva che le sole telefonate, dal contenuto criptico, non fossero sufficienti a fondare la condanna oltre ogni ragionevole dubbio. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che per il perfezionamento del reato è sufficiente l'accordo tra le parti sulla transazione, senza che sia necessaria la consegna materiale della sostanza. Inoltre, il principio del ragionevole dubbio non opera in astratto, ma richiede che la difesa proponga una ricostruzione alternativa e logica dei fatti, cosa che nel caso specifico non è avvenuta. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Diritto al silenzio: sanzioni preventive e condanna per rapina
L'Imputato, condannato per rapina aggravata, ha impugnato la sentenza sostenendo che le dichiarazioni della vittima fossero inutilizzabili. Secondo la difesa, la vittima, avendo ammesso l'acquisto di modiche quantità di stupefacenti, rischiava sanzioni amministrative e doveva quindi essere avvertita della facoltà di non rispondere, tutelando il suo diritto al silenzio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il diritto al silenzio non si applica quando il testimone rischia solo sanzioni amministrative di natura preventiva, come quelle per l'uso personale di droghe. Di conseguenza, la testimonianza della persona offesa è pienamente valida e utilizzabile per la condanna.
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Custodia cautelare in carcere: cella per il clan dopo il rigetto
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per cinque indagati accusati di associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. Il Tribunale del Riesame aveva accolto l'appello del Pubblico Ministero contro il rigetto iniziale del GIP, ordinando l'arresto. I ricorrenti contestavano la genericità dell'appello del PM, l'attendibilità di un collaboratore di giustizia e l'esistenza di un divieto di doppio giudizio cautelare. La Suprema Corte ha rigettato e dichiarato inammissibili i ricorsi, rilevando che nuovi elementi indiziari, come le intercettazioni del 2020, avevano arricchito il quadro accusatorio, superando le precedenti valutazioni. I giudici hanno ritenuto pienamente giustificata la custodia cautelare in carcere a causa del concreto pericolo di recidiva e della gravità dei reati contestati.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Il caso riguarda un uomo condannato a quattordici anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari e il braccialetto elettronico, evidenziando il tempo trascorso dai fatti e l'assoluzione da altre accuse. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che per reati associativi gravi opera una presunzione di adeguatezza della misura carceraria. Il semplice decorso del tempo o la parziale assoluzione non bastano a superare tale presunzione, soprattutto a fronte di una condanna così severa e del rischio di riallacciare contatti criminali anche internazionali. Di conseguenza, l'imputato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il legame familiare non salva
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il ricorrente contestava l'identificazione personale e la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, sostenendo che la sua partecipazione fosse limitata nel tempo e priva di attualità cautelare. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che l'interpretazione delle intercettazioni spetta al giudice di merito e che, per i reati associativi di droga, opera la doppia presunzione di adeguatezza della misura carceraria. Non essendo stata fornita la prova della rescissione dei legami con il sodalizio criminale, la misura restrittiva resta legittima anche a distanza di tempo dai fatti.
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Spacciatore o affiliato? Custodia cautelare in carcere confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di far parte di un'associazione finalizzata allo spaccio di droga. La difesa sosteneva che l'indagato fosse solo un semplice spacciatore occasionale e che il tempo trascorso dai fatti avesse annullato le esigenze cautelari. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che per i reati associativi legati al traffico di stupefacenti opera una doppia presunzione di pericolosità e di adeguatezza della misura carceraria. Tale presunzione può essere superata solo dimostrando l'effettiva e totale rescissione dei legami con il gruppo criminale, elemento non provato nel caso di specie. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Retrodatazione della custodia cautelare: negata per lo spaccio
Il Tribunale di Catanzaro ha confermato la custodia cautelare in carcere per Il Ricorrente, accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico di droga. La difesa ha richiesto la retrodatazione della custodia cautelare, sostenendo che le accuse derivassero da fatti già noti durante un precedente arresto per spaccio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la retrodatazione non opera automaticamente tra il reato associativo e i singoli episodi di spaccio, specialmente se la complessità delle indagini e delle intercettazioni ha richiesto tempo per ricostruire l'intero organigramma criminale. Di conseguenza, Il Ricorrente resta in carcere senza alcuno sconto temporale sulla durata della misura cautelare.
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Custodia cautelare in carcere: da semplice compagna a contabile
Una donna, compagna del capo di un'organizzazione dedita allo spaccio di droga, è stata sottoposta alla misura della custodia cautelare in carcere. La difesa ha contestato la misura, sostenendo che la donna avesse offerto solo un supporto morale e lamentando una disparità di trattamento rispetto ad altre indagate finite ai domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la donna partecipava attivamente alla gestione del gruppo, tenendo la contabilità e pianificando le attività. Inoltre, per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti opera la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere. La differenza di trattamento con le altre donne è giustificata dal fatto che queste ultime erano madri di figli piccoli.
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Giurisdizione penale nazionale: arresti per droga oltre confine
Il Tribunale di Catanzaro ha applicato la misura degli arresti domiciliari a un soggetto accusato di traffico di cocaina acquistata in Italia e rivenduta in Svizzera. La difesa ha impugnato il provvedimento contestando la sussistenza della giurisdizione penale nazionale, sostenendo che la condotta si fosse interamente consumata all'estero. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che la giurisdizione penale nazionale sussiste sia perché l'accordo per l'acquisto della droga si è perfezionato in Italia, sia perché, trattandosi di un cittadino italiano rintracciato nel territorio dello Stato per un reato punito con reclusione superiore a tre anni, si applica l'articolo 9 del codice penale. Confermata anche l'attualità delle esigenze cautelari per il concreto pericolo di recidiva.
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Determinazione della pena base: quando la Cassazione dice no
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la sentenza della Corte d'Appello che rideterminava la sua sanzione per reati di droga. Il ricorrente contestava la determinazione della pena base, lamentando un vizio di motivazione. I giudici di legittimità hanno chiarito che la determinazione della pena base rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito, purché motivata in base alla gravità del fatto e alla personalità del reo. Nel caso specifico, la sanzione era stata fissata ben al di sotto della media edittale e ampiamente giustificata. Di conseguenza, la Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la condanna e infliggendo una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende per la manifesta infondatezza del ricorso.
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Sospensione condizionale della pena: no al terzo beneficio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata condannata per reati in materia di stupefacenti. La ricorrente contestava l'esclusione del beneficio della sospensione condizionale della pena. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte di appello, rilevando che l'imputata aveva già usufruito di tale beneficio per ben due volte in passato. La legge italiana vieta la concessione della sospensione condizionale per una terza volta. Di conseguenza, il ricorso è stato ritenuto manifestamente infondato e generico. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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