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D.P.R. 309/1990 — Anno 2023

Altri anni per D.P.R. 309/1990

Reato continuato: la Cassazione unisce spaccio e grande traffico
Il caso riguarda la richiesta di riconoscimento del reato continuato in sede esecutiva presentata da un condannato per reati di droga. Il giudice dell'esecuzione aveva respinto l'istanza, ritenendo che lo spaccio di strada e la detenzione di grandi quantitativi in concorso indicassero solo un'abitudine al crimine e non un unico disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando la decisione con rinvio. La Suprema Corte ha stabilito che il giudice dell'esecuzione non può ignorare il reato continuato già riconosciuto dal giudice del processo di merito per fatti analoghi, a meno che non dimostri con elementi specifici che i nuovi episodi non rientrano nello stesso progetto criminoso.
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Continuazione in sede esecutiva: no allo sconto oltre i 5 anni
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della continuazione in sede esecutiva per unificare due sentenze di patteggiamento per reati di droga. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto l'istanza poiche la rideterminazione della pena complessiva avrebbe superato il limite massimo di cinque anni di reclusione previsto dall'art. 188 disp. att. c.p.p. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la continuazione in sede esecutiva per sentenze di patteggiamento e soggetta al limite invalicabile dei cinque anni. Di conseguenza, il ricorso e stato respinto con condanna alle spese.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: limiti e confische
L'Imputato ha concordato un patteggiamento per diciassette episodi di spaccio di sostanze stupefacenti. Successivamente, ha proposto ricorso lamentando la mancata qualificazione del fatto come reato di lieve entità e l'illegalità della confisca del denaro sequestrato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione contro patteggiamento. I giudici hanno chiarito che l'errore sulla qualificazione giuridica può essere denunciato solo se manifesto ed evidente. Inoltre, la confisca del denaro è stata legittimamente disposta come confisca allargata, per la quale non occorre dimostrare il nesso diretto con il singolo reato. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Assolto ma senza riparazione per ingiusta detenzione
Il Ricorrente, dopo essere stato assolto con formula piena dall'accusa di traffico di stupefacenti, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in custodia cautelare. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ravvisando una colpa grave nel comportamento dell'uomo. Durante un controllo, infatti, era stato trovato in auto con un complice con 800.000 euro in contanti non giustificati e numerosi contatti telefonici sospetti. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che tali condotte ambigue e non chiarite escludono il diritto all'indennizzo, poiché hanno creato una falsa apparenza di colpevolezza che ha giustificato l'arresto. Il Ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Custodia in carcere: incensurato ma con 80 kg di droga
L'Imputato, arrestato in flagranza con oltre 80 kg di droga (marijuana e hashish) nascosti nel proprio veicolo, ha impugnato l'ordinanza che confermava la custodia in carcere. La difesa sosteneva l'assenza del pericolo di reiterazione del reato, evidenziando lo stato di incensurato e la presenza di un lavoro stabile. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che l'ingente quantitativo di stupefacenti dimostra l'inserimento in una rete di spaccio su larga scala. Inoltre, l'imputato non ha fornito elementi utili durante l'interrogatorio, come l'identità dei complici. Di conseguenza, la custodia in carcere rimane la misura idonea, e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il braccialetto non basta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato per reati di spaccio di cocaina e resistenza a pubblico ufficiale, confermando la custodia cautelare in carcere. La difesa chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, ritenendo la prigione una misura eccessiva. La Suprema Corte ha invece confermato la decisione del Tribunale del Riesame: la custodia cautelare in carcere e l'unica misura idonea. L'indagato deteneva ingenti quantita di droga e strumenti di confezionamento proprio in casa, dimostrando che le mura domestiche non avrebbero impedito la continuazione dell'attivita illecita. Inoltre, il braccialetto elettronico non garantisce l'impossibilita di fuga nell'intervallo di tempo necessario alle forze dell'ordine per intervenire. Il ricorrente e stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Misura di sicurezza nel patteggiamento: serve motivazione reale
L'Imputato ha concordato una pena per importazione di sostanze stupefacenti. Oltre alla sanzione, il Giudice delle indagini preliminari ha applicato d'ufficio la libertà vigilata per due anni. L'Imputato ha fatto ricorso contestando la mancanza di motivazione sulla sua reale pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente a questo punto. Trattandosi di una misura di sicurezza nel patteggiamento non concordata dalle parti, il giudice aveva l'obbligo di motivare specificamente la pericolosità del soggetto, senza limitarsi a richiamare la gravità del reato. La sentenza è stata annullata sul punto con rinvio per un nuovo esame.
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Incensurato ma in cella: custodia cautelare in carcere per droga
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di traffico di stupefacenti, dichiarando inammissibile il suo ricorso. Il ricorrente, incaricato dal cugino, aveva consegnato un chilogrammo di cocaina a un complice. La difesa chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari, evidenziando lo stato di incensuratezza e la precedente condotta collaborativa. Tuttavia, la Suprema Corte ha ritenuto legittima la decisione del Tribunale del Riesame. I giudici hanno evidenziato lo stabile e ramificato inserimento dell'indagato in una rete di narcotraffico, provato dal possesso di armi e messaggi cifrati. In questo contesto, il pericolo di reiterazione del reato è stato giudicato concreto e attuale, rendendo la custodia cautelare in carcere l'unica misura idonea a prevenire la ripresa dei contatti criminali.
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Spaccio di poche dosi ma la misura cautelare in carcere resta
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare in carcere per un uomo accusato di spaccio sistematico di cocaina. L'indagato aveva richiesto la sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari, sostenendo che le prove fossero insufficienti e le quantità di droga modeste. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto legittima la decisione del Tribunale del Riesame, basata su intercettazioni telefoniche che dimostravano un'attività di spaccio quotidiana, professionale e capillare sul territorio. La Suprema Corte ha chiarito che il pericolo di inquinamento delle prove e di reiterazione del reato giustifica pienamente la misura cautelare in carcere, respingendo il ricorso e condannando l'uomo al pagamento delle spese processuali.
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Sostituzione misura cautelare: il tempo non cancella il reato
Il Ricorrente, condannato a quattro anni di reclusione per detenzione di cocaina, ha richiesto la sostituzione misura cautelare degli arresti domiciliari con l'obbligo di dimora o l'autorizzazione a lavorare. Il Tribunale del Riesame ha respinto la richiesta, ritenendo il mero decorso del tempo (cinque mesi) insufficiente a dimostrare un affievolimento delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in assenza di fatti nuovi e significativi che dimostrino un reale ravvedimento, il semplice passaggio del tempo non giustifica la revoca o l'attenuazione della misura. Inoltre, le difficoltà economiche del nucleo familiare non incidono sulla valutazione della pericolosità sociale. Il Ricorrente rimane quindi agli arresti domiciliari e deve pagare le spese processuali.
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Giudizio di rinvio in Cassazione: quando la pena minima non basta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato contro la sentenza emessa nel giudizio di rinvio. L'imputato contestava la qualificazione del reato di droga e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha chiarito che nel giudizio di rinvio in Cassazione non è possibile ridiscutere questioni già decise e coperte da giudicato parziale, come la gravità del fatto e le attenuanti, se l'annullamento precedente riguardava esclusivamente il calcolo della pena. Poiché il giudice di rinvio aveva già applicato il minimo edittale della pena, il ricorso è stato respinto con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Ricettazione di lieve entità: il valore nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un soggetto condannato per il reato di ricettazione. L'imputato contestava il mancato riconoscimento della circostanza attenuante della ricettazione di lieve entità. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, ritenendo corretta l'esclusione della particolare tenuità del fatto. Questa valutazione si è basata sul valore economico non trascurabile delle banconote ricettate e sulla gravità soggettiva della condotta. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la sua responsabilità penale.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: la libertà costa cara
Un cittadino, dopo aver concordato una pena davanti al Tribunale di Perugia, proponeva ricorso contestando la qualificazione giuridica del fatto. Successivamente, il suo difensore, munito di procura speciale, presentava una formale dichiarazione di rinuncia all'impugnazione. La Corte di Cassazione ha preso atto di questa scelta e ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso. Poiché la rinuncia non esclude la colpa del ricorrente nella determinazione della causa di inammissibilità, la Corte lo ha condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di cinquecento euro a favore della Cassa delle Ammende. Questa decisione evidenzia le conseguenze economiche della rinuncia al ricorso per cassazione quando non si dimostri l'assenza di colpa.
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Spaccio di lieve entità: 514 dosi escludono lo sconto di pena
Il ricorrente è stato condannato per detenzione e trasporto di sostanze stupefacenti da Sassari a Olbia. La polizia ha sequestrato un quantitativo di droga equivalente a ben 514 dosi medie singole. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo la riqualificazione del fatto come spaccio di lieve entità, la concessione delle attenuanti generiche e il riconoscimento del reato continuato con una precedente condanna per cocaina risalente a due anni prima. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che l'elevato numero di dosi e i collegamenti con ambienti criminali escludono lo spaccio di lieve entità. Inoltre, il distacco temporale di due anni e le diverse modalità escludono un unico disegno criminoso originario. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanna ferma
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di sostanze stupefacenti a carico di due soggetti. Il Primo Imputato guidava un'auto contenente uno zaino con droga e aveva in tasca banconote di piccolo taglio. Il Secondo Imputato deteneva un ingente quantitativo di stupefacenti a casa, pari a oltre 460 dosi giornaliere. I ricorrenti hanno impugnato la sentenza d'appello chiedendo una nuova valutazione dei fatti. La Suprema Corte ha rigettato le richieste, sancendo l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi erano generici e ripetitivi. La Cassazione non può riesaminare il merito della vicenda, ma solo la legittimità della decisione. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Coltivazione di sostanze stupefacenti: no alla lieve entità
L'Imputato è stato condannato per la coltivazione di sostanze stupefacenti dopo il ritrovamento di una piantagione in un luogo impervio, attrezzata con fertilizzanti e strumenti da taglio. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione richiedendo l'applicazione dell'attenuante della lieve entità e contestando l'entità della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la coltivazione di sostanze stupefacenti non può essere considerata di lieve entità quando dalle piante è possibile ricavare un numero elevato di dosi singole (nella specie, circa 1123). Inoltre, la determinazione della pena rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito e non è censurabile se supportata da una motivazione logica e coerente.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: limiti e divieti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato contro la sentenza di patteggiamento per detenzione di sostanze stupefacenti. L'imputato lamentava la mancata pronuncia di proscioglimento e l'errata qualificazione giuridica del fatto. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione contro patteggiamento è limitato per legge a casi tassativi. La mancata applicazione del proscioglimento non rientra tra i motivi di ricorso ammissibili, mentre l'erronea qualificazione giuridica può essere eccepita solo in presenza di un errore manifesto ed evidente. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: i messaggi sul cellulare battono la difesa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di spaccio di stupefacenti. L'imputato sosteneva che la condanna si basasse solo sulle osservazioni della polizia giudiziaria. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato la presenza di prove schiaccianti, tra cui le dichiarazioni di un acquirente, le ammissioni dello stesso imputato e i messaggi sul suo cellulare con richieste di droga. La Cassazione ha ribadito che non può rivalutare i fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio, confermando la condanna e sanzionando il ricorrente con il pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: condannato anche in ospedale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato contestava la mancanza di prove sulla destinazione della cocaina a terzi e il diniego delle attenuanti generiche. I giudici hanno confermato la condanna, evidenziando che la destinazione allo spaccio era provata dalla quantità e purezza della droga, dal materiale da confezionamento e dal sospetto andirivieni di persone nella stanza d'ospedale dove l'uomo era ricoverato. La Suprema Corte ha ribadito che il ricorso di legittimità non può limitarsi a riproporre le stesse difese già respinte nei gradi precedenti senza contestare la logica della sentenza impugnata. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: no ai ripensamenti
L'Imputato ha concordato un patteggiamento per la detenzione di ingenti quantitativi di eroina, cocaina e marijuana. Successivamente, la difesa ha proposto ricorso per cassazione contro patteggiamento, lamentando l'erronea qualificazione giuridica del fatto e sostenendo che il giudice avrebbe dovuto qualificare il reato come fatto di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione di una sentenza di patteggiamento per errore di qualificazione giuridica è ammessa solo in caso di errore manifesto ed evidente dal testo del provvedimento, senza necessità di rivalutare le prove. Nel caso specifico, il possesso di centinaia di grammi di sostanze stupefacenti pesanti esclude palesemente l'ipotesi lieve, confermando la correttezza della decisione originaria.
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