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D.P.R. 309/1990 — Anno 2023

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Altri anni per D.P.R. 309/1990

Spaccio di lieve entità: quando i precedenti aumentano la pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per spaccio di lieve entità. L'imputato contestava la determinazione della pena base, ritenendola eccessiva rispetto alla scarsa offensività del fatto. I giudici hanno invece confermato la correttezza della decisione precedente, che aveva fissato la pena a nove mesi di reclusione (poco sopra il minimo edittale). Questa scelta è giustificata dalla natura della sostanza (cocaina) e dai numerosi precedenti penali specifici accumulati dall'uomo tra il 2017 e il 2021. La Cassazione ha ribadito che la capacità a delinquere e la gravità del comportamento legittimano un aumento della sanzione rispetto al minimo di legge. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso personale di stupefacenti: la Cassazione smaschera lo spaccio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di droga a fini di spaccio. L'imputato sosteneva l'uso personale di stupefacenti e chiedeva la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità. I giudici hanno invece confermato l'attività di spaccio basandosi su indizi precisi: il possesso di diverse tipologie di droghe in casa, un coltello sporco di sostanza stupefacente, la somma di 200 euro in contanti e la presenza di molteplici nascondigli per occultare la merce. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato la tesi della difesa, confermando la condanna e sanzionando il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di una somma a favore della Cassa delle Ammende.
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Circostanze attenuanti generiche: no allo sconto per chi delinque
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per reati in materia di stupefacenti. Il ricorrente contestava il calcolo della sanzione e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito e non è sindacabile se motivata in modo logico. Inoltre, per concedere le circostanze attenuanti generiche non basta la semplice assenza di precedenti, ma servono elementi positivi che giustifichino lo sconto. Nel caso specifico, i precedenti penali del ricorrente dimostravano una persistente capacità criminale, escludendo ogni meritevolezza.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: spaccio e non uso personale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. L'imputato richiedeva la riqualificazione del reato in detenzione per uso personale. Tuttavia, la Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, evidenziando che gli elementi di prova raccolti escludevano l'uso personale. In particolare, le forze dell'ordine avevano rinvenuto sette grammi di marijuana (pari a ventidue dosi) nascosti in un'intercapedine sotto il forno, insieme a bilancini di precisione, bustine di plastica per il confezionamento e banconote di piccolo taglio per un totale di 120 euro. Il ricorso è stato ritenuto generico e privo di censure specifiche, determinando la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Attenuante del danno di speciale tenuità: no con 200 dosi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per spaccio di sostanze stupefacenti. L'uomo, trovato in possesso di 18 grammi di hashish e 8,3 grammi di marijuana, chiedeva l'applicazione dell'attenuante del danno di speciale tenuità. La Suprema Corte ha chiarito che tale circostanza richiede un ridottissimo grado di offensività dell'azione. Nel caso specifico, la detenzione di circa 200 dosi di droga esclude qualsiasi ipotesi di lieve entità. Inoltre, il ricorso è stato giudicato inammissibile poiché formulato in modo del tutto generico, senza contestare in modo specifico le motivazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Applicazione della recidiva: lo spaccio abituale batte l’occasionalità
Un uomo, condannato per spaccio di lieve entità, ha proposto ricorso contestando il trattamento sanzionatorio e l'applicazione della recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che l'applicazione della recidiva è pienamente giustificata quando i precedenti penali specifici dimostrano che l'attività di spaccio non è occasionale, ma costituisce una fonte abituale di sostentamento. Tale condotta evidenzia una spiccata capacità a delinquere e una pericolosità sociale che legittimano l'aumento della pena. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità nel reato di spaccio: negata se c’è professionalità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che chiedeva la riqualificazione del reato di spaccio nella fattispecie attenuata della "lieve entità nel reato di spaccio". I giudici hanno rilevato l'assoluta genericità dei motivi di ricorso, privi di specifiche censure alla sentenza d'appello. Nel merito, la Suprema Corte ha confermato la correttezza della decisione precedente, che aveva escluso la "lieve entità nel reato di spaccio" a causa di un'organizzazione criminale strutturata, del possesso di droghe di diversa natura, della durata prolungata dell'attività illecita e della frequenza degli scambi con profitti elevati. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di stupefacenti a fini di spaccio: basta il bilancino
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto nella sua abitazione circa 184 grammi di hashish suddivisi in ovuli e panetti, oltre a 5 grammi di marijuana e un bilancino di precisione. L'imputato contestava la destinazione allo spaccio e il diniego delle attenuanti generiche. I giudici hanno confermato la condanna, stabilendo che la pluralità di sostanze, la suddivisione in dosi e il possesso del bilancino dimostrano inequivocabilmente l'attività di spaccio. Inoltre, i precedenti penali del soggetto precludono sia le attenuanti sia la sostituzione della pena con lavori di pubblica utilità. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: ricorso ko sul maxi carico
Il Trasportatore è stato condannato a quattro anni di reclusione e ventimila euro di multa per la detenzione di sostanze stupefacenti, avendo trasportato quasi quattordici chili di cocaina suddivisi in quattordici panetti destinati al mercato illecito. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione lamentando esclusivamente l'eccessività della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché il motivo di impugnazione era del tutto generico e si limitava a riproporre argomenti già esaminati e respinti nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, oltre alla conferma della condanna, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende per il carattere dilatorio del ricorso.
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Spaccio e particolare tenuità del fatto: la Cassazione nega il beneficio
Il Ricorrente è stato condannato per la detenzione di circa 6,4 grammi di cocaina, suddivisa in 7 dosi pronte per lo spaccio. Alla vista delle forze dell'ordine, il soggetto ha tentato di disfarsi della sostanza gettandola sotto un'auto. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che il confezionamento in dosi e il tentativo di occultamento escludono la particolare tenuità del fatto, confermando la condanna alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Prescrizione del reato: il rinvio della difesa blocca l’impunità
Il Ricorrente ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte di Appello, sostenendo che fosse già maturata la prescrizione del reato di spaccio di lieve entità prima della decisione di secondo grado. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la prescrizione del reato non si era compiuta prima della sentenza d'appello, poiché occorreva sottrarre dal calcolo dei termini il periodo di sospensione dovuto alla richiesta di rinvio dell'udienza formulata dai difensori. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso impedisce di calcolare la prescrizione maturata dopo la sentenza di secondo grado. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello negato: la gravità cancella lo sconto
Un giovane imputato, condannato per detenzione di stupefacenti pari a 75.000 dosi, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato accoglimento del concordato in appello da parte della Corte d'Appello, nonostante il parere favorevole della Procura Generale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, sebbene il rifiuto del concordato in appello sia sindacabile, nel caso specifico la gravità del fatto, l'enorme quantitativo di droga e i precedenti penali del giovane giustificano ampiamente il diniego dell'accordo e la mancata concessione delle attenuanti generiche. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: uso personale o spaccio?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per la detenzione di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto nella sua camera da letto 13,60 grammi di marijuana, equivalenti a 47 dosi medie singole, insieme a strumenti per il confezionamento e il frazionamento della droga. La difesa sosteneva l'uso personale, invocando il proscioglimento. Tuttavia, i giudici hanno confermato che la presenza di strumenti di taglio e confezionamento esclude l'uso personale, provando l'attività di spaccio. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Lieve entità dello spaccio: no se c’è un’organizzazione
Il caso riguarda un uomo condannato per spaccio di stupefacenti che ha richiesto la concessione della circostanza attenuante della lieve entità dello spaccio. L'imputato era stato trovato in possesso di 17 dosi di hashish e 5 di marijuana. Tuttavia, l'attività di spaccio avveniva attraverso una stabile organizzazione dotata di vedette e ricetrasmittenti per eludere i controlli. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la presenza di un'organizzazione strutturata, unita al quantitativo non trascurabile di dosi, esclude la configurabilità del fatto di lieve entità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Limiti ricorso patteggiamento: accordo blindato sulla droga
Il G.U.P. di Brindisi ha applicato a un imputato, su accordo delle parti (patteggiamento), la pena di un anno e dieci mesi di reclusione e quattromila euro di multa per detenzione di cocaina e marijuana. L'imputato ha proposto ricorso lamentando un vizio di motivazione sul calcolo della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la legge stabilisce rigidi limiti ricorso patteggiamento (art. 448, comma 2-bis c.p.p.), consentendo l'impugnazione solo per vizi della volontà, difetto di correlazione, errore di qualificazione giuridica o illegalità della pena. La contestazione generica sulla motivazione della pena non rientra in questi casi. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: la Cassazione fissa i limiti
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal GIP del Tribunale di Torino per reati in materia di stupefacenti. La difesa lamentava la mancata pronuncia di assoluzione immediata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento. I giudici hanno chiarito che il vizio di motivazione sulla mancata assoluzione non rientra nei casi tassativi di impugnazione previsti dalla legge per questo rito speciale. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di quattromila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Credibilità della persona offesa: quando basta per la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per spaccio di cocaina ed estorsione. I ricorrenti contestavano la ricostruzione dei fatti basata sulle dichiarazioni della vittima, lamentando l'assenza di riscontri esterni. La Suprema Corte ha chiarito che la valutazione delle prove spetta esclusivamente ai giudici di merito. Se la motivazione della sentenza d'appello è logica, coerente e completa, il giudice di legittimità non può rivalutare i fatti. Nel caso specifico, la credibilità della persona offesa è stata ampiamente e correttamente vagliata nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Quantificazione della pena: la Cassazione frena i ricorsi facili
Il caso riguarda il ricorso presentato da un cittadino contro la sentenza d'appello che lo aveva condannato per reati sugli stupefacenti. Il ricorrente contestava la quantificazione della pena e l'applicazione della recidiva, ritenendo la motivazione insufficiente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la quantificazione della pena rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito e, se vicina al minimo edittale, non richiede una motivazione eccessivamente dettagliata. Inoltre, l'applicazione della recidiva è stata ritenuta corretta e giustificata dalla presenza di una precedente condanna per lo stesso tipo di reato, dimostrando una spiccata pericolosità sociale del soggetto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo non si cancella
L'Imputato aveva concordato con il giudice una pena di tre anni e quattro mesi di reclusione per detenzione di cocaina, marijuana e armi. Successivamente, ha presentato un ricorso contro patteggiamento in Cassazione, contestando la severità della pena e la mancata concessione delle attenuanti nella misura massima. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la legge limita rigorosamente i motivi per impugnare una sentenza di patteggiamento. Non è possibile contestare la congruità della pena concordata o la valutazione delle attenuanti, poiché l'accordo vincola le parti. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo firmato non si cancella
L'Imputato, accusato di detenzione illecita di sostanze stupefacenti, ha concordato con il giudice una pena di tre anni di reclusione e quattordicimila euro di multa tramite patteggiamento. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sull'assenza di cause di proscioglimento e sulla congruità della pena. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è limitato per legge a casi tassativi, tra cui non rientra la verifica delle cause di proscioglimento o la motivazione sulla misura della pena concordata. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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