LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Art. 660 Codice Penale — Sezione Settima Penale

Pagina 2 di 7

Altri anni per Art. 660 Codice Penale

Molestia e disturbo alle persone: l’insulto al vicino costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna condannata dal Tribunale per il reato di molestia e disturbo alle persone (art. 660 c.p.) a causa di reiterate aggressioni verbali e insulti rivolti alla propria vicina di casa. Originariamente contestata per il reato di atti persecutori, la condotta è stata riqualificata dal giudice di merito, che ha comminato una pena pecuniaria unitamente al risarcimento dei danni. La difesa ha impugnato la sentenza sostenendo la mancanza degli elementi costitutivi del reato e lamentando vizi procedurali sull'ascolto della parte lesa. I giudici di legittimità hanno ribadito che le censure miravano a una non consentita rivalutazione dei fatti, confermando la condanna e imponendo la sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
Continua »
Molestia o disturbo alle persone: ricorso respinto e sanzione
Il Tribunale condannava due soggetti alla pena di 250 euro di ammenda per la contravvenzione di molestia o disturbo alle persone ai sensi dell'articolo 660 del codice penale. Le imputate impugnavano la decisione lamentando presunti vizi di motivazione. L'impugnazione veniva trattata come ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. Le ricorrenti hanno sollevato contestazioni di puro fatto per chiedere una nuova valutazione delle prove, attività vietata ai giudici di legittimità. I giudici hanno confermato la sanzione penale e condannato entrambe le ricorrenti al pagamento delle spese processuali, oltre a tremila euro a favore della cassa delle ammende.
Continua »
Remissione di querela: condanna annullata per minaccia
La vicenda nasce dall'accusa contro una persona per i reati di minaccia e molestia ai danni di un'altra cittadina. Dopo la condanna in sede di appello, la difesa dell'imputata ha presentato ricorso per Cassazione. Nelle more del giudizio di legittimità, la persona offesa ha formalizzato la remissione di querela, accettata ritualmente dall'imputata. La Suprema Corte ha annullato la condanna senza rinvio: per la molestia è intervenuta la prescrizione del reato, mentre per la minaccia si è realizzata l'estinzione del procedimento grazie alla remissione di querela. Le spese processuali sono rimaste a carico della persona querelata come previsto dalla disciplina legislativa.
Continua »
Condanna confermata senza particolare tenuità del fatto
Un cittadino ha subito una condanna penale per molestia o disturbo alle persone. Il difensore ha impugnato la sentenza lamentando la mancata concessione della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché l'atto contestava il merito della decisione senza dimostrare violazioni di legge o difetti logici della sentenza di condanna. Di conseguenza, i giudici hanno confermato la sanzione e hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese legali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
Continua »
Molestia o disturbo alle persone: la Cassazione frena i ricorsi
Il Giudice per le indagini preliminari di Trani aveva condannato due soggetti per il reato di molestia o disturbo alle persone (art. 660 c.p.) alla pena di 200 euro di ammenda e al risarcimento dei danni in favore della vittima. I condannati hanno proposto ricorso per Cassazione chiedendo una diversa valutazione delle prove. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi poiché il giudice di legittimità non può rivalutare i fatti storici già accertati nei precedenti gradi. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna penale e ha sanzionato i ricorrenti con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »
Reato di molestia: condannata la vicina che spiava i lavoratori
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna condannata per il reato di molestia (art. 660 c.p.). L'imputata disturbava quotidianamente i vicini con continue telefonate e scattando foto ai dipendenti sul posto di lavoro per oltre un anno. La ricorrente si giustificava sostenendo di reagire ai rumori molesti dei vicini. I giudici hanno chiarito che il motivo dell'agire è irrilevante se vi è la consapevolezza di arrecare disturbo. Inoltre, la Cassazione ha escluso l'applicazione della particolare tenuità del fatto, poiché la condotta molesta è stata reiterata e abituale nel tempo. Di conseguenza, la condanna all'ammenda e al risarcimento dei danni è stata confermata, con l'aggiunta del pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
Continua »
Avvocato non cassazionista firma il ricorso: condanna confermata
Il Tribunale di Messina condannava un cittadino alla pena di 300 euro di ammenda per il reato di molestia o disturbo alle persone. La difesa proponeva appello, ma l'atto veniva trasmesso alla Corte di Cassazione poiché la sentenza originaria non era appellabile. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibile il ricorso poiché l'atto di impugnazione era stato firmato da un avvocato non cassazionista, ossia non iscritto all'albo speciale per il patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
Continua »
Molestia o disturbo alle persone: no al merito in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di molestia o disturbo alle persone. L'imputato aveva contestato la valutazione delle prove, l'attendibilità della vittima e l'entità della pena stabilite dal Tribunale. La Suprema Corte ha chiarito che tali contestazioni riguardano esclusivamente il merito della vicenda e non possono essere ridiscusse in sede di legittimità. Di conseguenza, i giudici hanno confermato la condanna e inflitto al ricorrente il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
Continua »
Riqualificazione del reato: riti alternativi persi per ritardo
L'Imputato, originariamente accusato di atti persecutori, ha subito la riqualificazione del reato in molestie o disturbo alle persone durante l'udienza preliminare. Successivamente, ha presentato ricorso lamentando l'impossibilità di accedere a riti alternativi, oblazione o messa alla prova. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, a seguito della riqualificazione del reato, l'imputato avrebbe potuto richiedere i riti alternativi direttamente al giudice del dibattimento, prima dell'apertura dello stesso. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale dell'imputato, condannandolo anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
Continua »
Reato di molestia: condanna definitiva e niente oblazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di molestia. L'imputato aveva tenuto comportamenti molesti e assillanti nei confronti della vittima per diversi mesi. I giudici hanno confermato la condanna a un mese e dieci giorni di arresto, negando la possibilità di accedere all'oblazione. Questa decisione è stata presa a causa della gravità della condotta e dei precedenti penali dell'uomo. Di conseguenza, il ricorrente dovrà pagare le spese del processo e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »
Molestia o disturbo alle persone: condanna col telefono del padre
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro mesi di arresto per un uomo accusato del reato di molestia o disturbo alle persone. L'imputato aveva inviato numerosi messaggi grafici e audio invasivi alla vittima. La difesa sosteneva che la condotta integrasse il reato depenalizzato di ingiuria e che vi fosse incertezza sull'autore, dato che l'utenza telefonica era intestata al padre. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso: il telefono era nella disponibilità fisica dell'imputato e la vittima ne aveva riconosciuto la voce. Inoltre, l'invio ripetuto di messaggi invasivi lede la tranquillità privata, configurando pienamente il reato di molestia o disturbo alle persone e non la semplice ingiuria.
Continua »
Depenalizzazione dell’ingiuria: cancellata la condanna penale
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un uomo condannato nei gradi di merito per ingiuria, minacce, lesioni e molestie commessi nel 2009. L'Imputato ha proposto ricorso lamentando l'omessa applicazione della depenalizzazione dell'ingiuria e l'impossibilità di richiedere la particolare tenuità del fatto. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso. La Corte ha annullato senza rinvio la condanna per il reato di ingiuria, poiché il fatto non è più previsto dalla legge come reato a seguito della depenalizzazione dell'ingiuria. Per i restanti reati di minacce, lesioni e molestie, la Cassazione ha disposto l'annullamento senza rinvio della sentenza per intervenuta prescrizione, essendo decorso il tempo massimo previsto dalla legge. L'Imputato è stato quindi prosciolto da ogni accusa.
Continua »
Inammissibilità del ricorso per cassazione: da 600 a 3000 euro
Il Tribunale ha condannato L'Imputato a un'ammenda di 600 euro per i reati di molestia e deturpamento di cose altrui. L'Imputato ha proposto appello, qualificato poi come ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati riguardavano esclusivamente questioni di merito e non violazioni di legge o vizi di motivazione, unici motivi ammessi in sede di legittimità. Di conseguenza, L'Imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
Continua »
Lesioni personali aggravate: condanna definitiva e multa salata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per i reati di molestie e lesioni personali aggravate dall'uso di un'arma. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti e la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno chiarito che la Corte di Cassazione non può rivalutare le prove già esaminate nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, per negare le attenuanti generiche, è sufficiente che il giudice di merito indichi in modo logico gli elementi ritenuti decisivi per il diniego. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna dell'imputato, obbligandolo anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
Continua »
Molestia telefonica: quando l’insistenza cancella le attenuanti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di molestia o disturbo alle persone nei confronti di un soggetto che, per oltre due mesi, ha tempestato la vittima con migliaia di chiamate e visite sul luogo di lavoro per rivendicazioni economiche. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che la condotta di molestia telefonica continuativa e assillante esclude la concessione delle circostanze attenuanti generiche, anche in presenza di incensuratezza. Inoltre, le questioni non sollevate nei precedenti gradi di giudizio non possono essere dedotte per la prima volta in Cassazione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »
Patrocinio in Cassazione: l’avvocato non abilitato costa caro
Il Tribunale di Foggia condannava un cittadino a un'ammenda di 250 euro per molestie. L'imputato proponeva appello, poi convertito in ricorso per Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso perché firmato da un difensore non iscritto all'albo speciale per il patrocinio in Cassazione. Il ricorrente è stato condannato anche a pagare tremila euro alla Cassa delle Ammende. La decisione ribadisce che la mancanza del corretto patrocinio in Cassazione rende l'atto nullo e non esamina i motivi del ricorso.
Continua »
Patrocinio in Cassazione: l’avvocato non abilitato costa caro
Il Ricorrente, condannato dal Tribunale alla pena di trecento euro di ammenda per il reato di molestia o disturbo alle persone, ha proposto ricorso per Cassazione tramite il proprio difensore di fiducia. La Suprema Corte ha dichiarato l'atto inammissibile poiché il difensore non risultava iscritto nell'albo speciale per il Patrocinio in Cassazione. Di conseguenza, oltre al rigetto del ricorso, il cittadino è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende, non potendosi considerare esente da colpa nella scelta del professionista non abilitato.
Continua »
Molestie da call center: condannata la titolare per le telefonate
L'Amministratrice di una società di telemarketing è stata condannata per il reato di molestia o disturbo alle persone a causa delle continue telefonate commerciali effettuate dagli operatori del proprio call center. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, dichiarando inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che l'Amministratrice, in quanto titolare e gestore dell'attività, rivestiva una specifica posizione di garanzia. Aveva quindi il dovere di vigilare e predisporre piani operativi idonei a evitare le molestie da call center commesse dai singoli dipendenti. La responsabilità penale sussiste anche a titolo di colpa, ovvero per non aver impedito con adeguata negligenza le condotte moleste dei collaboratori. Di conseguenza, l'imputata deve risarcire la vittima e pagare le spese processuali.
Continua »
Molestia o disturbo alle persone: rinuncia e condanna definitiva
Una cittadina, condannata in primo grado per il reato di molestia o disturbo alle persone alla pena di cinquecento euro di ammenda, ha proposto ricorso per Cassazione contestando il giudizio di colpevolezza. Successivamente, il suo difensore, munito di procura speciale, ha depositato formale atto di rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha preso atto della rinuncia, dichiarando il ricorso inammissibile ai sensi del codice di procedura penale. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di cinquecento euro in favore della Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la sanzione originaria per il reato contestato.
Continua »
Patrocinio in Cassazione: l’avvocato sbaglia e il cliente paga
Il Tribunale di Pistoia condannava L'Imputato alla pena di duecento euro di ammenda per il reato di molestia o disturbo alle persone. Il Difensore dell'imputato proponeva appello, successivamente riqualificato come ricorso per cassazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per difetto di patrocinio in Cassazione. L'atto era stato firmato esclusivamente dal difensore, il quale non risultava iscritto nell'albo speciale dei patrocinanti davanti alla Corte di Cassazione, né l'atto era stato sottoscritto personalmente dall'imputato. Di conseguenza, la Cassazione ha respinto il ricorso senza esaminarlo nel merito, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »