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Art. 660 Codice Penale — Anno 2025

Altri anni per Art. 660 Codice Penale

Ricorso in Cassazione: avvocato non abilitato e nullità
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso avverso una condanna per il reato di cui all'art. 660 c.p. Il motivo risiede in un vizio formale insuperabile: il ricorso in Cassazione è stato presentato da un avvocato non iscritto nell'albo speciale per il patrocinio dinanzi alle giurisdizioni superiori. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso inammissibile: la valutazione delle prove
La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile contro una condanna per disturbo alle persone. L'imputato contestava la valutazione delle prove, basata sulle dichiarazioni delle vittime. La Corte ribadisce che il giudice di merito è l'unico competente a valutare le prove e il ricorso non può limitarsi a proporre una lettura alternativa dei fatti.
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Violenza sessuale tentata: l’autoerotismo è reato?
Un uomo compie atti di autoerotismo davanti a una minore. La Cassazione chiarisce che non è violenza sessuale consumata per assenza di contatto, ma configura violenza sessuale tentata. Il reato è dichiarato prescritto, ma vengono confermati gli effetti civili e il risarcimento del danno alla vittima.
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Ricorso per cassazione: inammissibile se è di merito
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso per cassazione avverso una condanna per atti persecutori. La Corte ha stabilito che non è possibile chiedere una nuova valutazione dei fatti nel giudizio di legittimità, confermando la decisione di merito basata su testimonianze attendibili.
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Conversione pene pecuniarie: l’opposizione è il rimedio
La Corte di Cassazione ha affrontato un caso relativo alla conversione pene pecuniarie non pagate. Un Pubblico Ministero aveva impugnato la decisione di un Magistrato di Sorveglianza che aveva convertito una multa in libertà controllata. La Corte ha stabilito che il rimedio corretto non era il ricorso per cassazione, bensì l'opposizione davanti allo stesso magistrato, riqualificando l'atto e rinviando la causa per una nuova decisione nel contraddittorio tra le parti.
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Molestie telefoniche: reato anche con numero bloccato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per molestie telefoniche nei confronti di un uomo che continuava a chiamare l'ex compagna, nonostante lei avesse bloccato il suo numero. La Corte ha stabilito che le chiamate, anche se deviate in segreteria, costituiscono un'intrusione illecita nella sfera privata della vittima, integrando il reato. La condotta reiterata, inoltre, impedisce l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.
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Molestia telefonica: quando scatta il reato?
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 32770/2025, ha confermato la condanna per il reato di molestia telefonica a carico di un uomo che tempestava di chiamate e messaggi la sua ex partner. La Corte ha stabilito che la condotta è penalmente rilevante per il suo carattere petulante e invasivo, a prescindere dalla possibilità per la vittima di bloccare il numero. È stata inoltre esclusa l'applicabilità della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto data la reiterazione dei comportamenti.
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Errore in giudicato: Cassazione ferma la modifica
La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del PM che chiedeva di correggere un errore in giudicato. La sentenza di condanna aveva erroneamente sostituito la pena detentiva con la detenzione domiciliare per un reato ostativo. Secondo la Corte, tale errore sostanziale non può essere corretto in fase esecutiva ma doveva essere impugnato con i mezzi ordinari.
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Remissione di querela: annullamento in Cassazione
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza di condanna per molestie (art. 660 c.p.) a seguito della remissione di querela intervenuta durante il giudizio di legittimità. Inizialmente condannato per messaggi inviati tramite un social network, l'imputato aveva visto la sua pena detentiva sostituita con una pecuniaria in appello. Tuttavia, prima della decisione finale della Cassazione, la persona offesa ha ritirato la querela e l'imputato ha accettato. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato l'estinzione del reato, annullando la sentenza senza rinvio e ponendo le spese a carico del querelato.
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Riqualificazione del reato: da stalking a molestie
Un uomo, inizialmente accusato di stalking, viene condannato in primo grado per il reato di molestie. La Cassazione interviene sul caso, confermando la legittimità della riqualificazione del reato operata dal giudice, poiché basata sugli stessi fatti e non lesiva del diritto di difesa. Tuttavia, la Corte annulla parzialmente la sentenza per un vizio di motivazione, riscontrando un 'salto logico' nell'attribuzione di uno degli episodi di molestia all'imputato, in assenza di prove certe. Il caso viene rinviato per un nuovo esame su quel punto specifico.
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Inammissibilità ricorso: dosimetria pena e motivazione
La Corte di Cassazione dichiara l'inammissibilità del ricorso di un imputato contro una sentenza della Corte d'Appello. Il ricorso lamentava un'eccessiva dosimetria della pena e un errato bilanciamento delle circostanze. La Suprema Corte ha ritenuto la motivazione della corte di merito pienamente congrua e logica, confermando la condanna dell'imputato al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende.
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Responsabilità penale: basta la vittima a provare il reato
La Corte di Cassazione ha confermato una condanna per estorsione, stabilendo che la responsabilità penale dell'imputato può essere provata anche solo sulla base della testimonianza credibile della persona offesa. L'ordinanza chiarisce che la Corte non può riesaminare nel merito le prove, compito esclusivo dei giudici di primo e secondo grado, e rigetta la richiesta di riqualificare il reato. La decisione ribadisce i limiti del giudizio di legittimità e il valore probatorio delle dichiarazioni della vittima.
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DASPO aggravato: quando è legittima la convalida?
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un DASPO aggravato nei confronti di un tifoso con precedenti specifici. La decisione si fonda sulla sua comprovata pericolosità sociale, derivante da un recente episodio di scontro con tifosi avversari, a prescindere dalla precisa qualificazione giuridica del reato contestato. La Corte ha ritenuto adeguata la valutazione del giudice sulla necessità e urgenza della misura, respingendo le censure generiche del ricorrente.
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Ricorso cassazione avvocato: quando è inammissibile
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso presentato da un avvocato non iscritto all'albo speciale per il patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori. L'imputato, condannato in primo grado per il reato di molestie, si trova a dover pagare le spese processuali e una sanzione di 3.000 euro a causa del difetto di legittimazione del proprio difensore, senza che il merito del ricorso venga esaminato.
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Dispositivo e motivazione: quale prevale in sentenza?
La Corte di Cassazione affronta un caso di contrasto tra dispositivo e motivazione. Un imputato, condannato per molestie, non ottiene i benefici di legge nel dispositivo letto in udienza, ma questi vengono menzionati nella motivazione depositata successivamente. Il Procuratore Generale ricorre per correggere l'errore a favore dell'imputato. La Suprema Corte rigetta il ricorso, riaffermando il principio della prevalenza del dispositivo, in quanto espressione immediata della volontà del giudice al momento della decisione, salvo rare eccezioni non riscontrate nel caso di specie.
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Prescrizione minaccia: la data della querela fa fede
La Corte di Cassazione ha stabilito che, per il calcolo della prescrizione minaccia, la data precisa indicata nella querela prevale su testimonianze incerte. Un imputato aveva sostenuto che il reato fosse prescritto, basandosi su dichiarazioni vaghe che collocavano i fatti in un periodo antecedente. La Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la querela, indicando una data specifica, fornisce la certezza necessaria per il calcolo dei termini, escludendo l'applicazione del principio del 'favor rei'.
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Prescrizione reato: quando la sospensione la blocca
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un imputato condannato per molestie, il quale sosteneva l'avvenuta estinzione del reato. La Corte ha chiarito che il calcolo della prescrizione del reato deve tenere conto dei periodi di sospensione introdotti dalla Legge Orlando per i giudizi di appello e cassazione. Applicando tali sospensioni, il termine non era ancora decorso al momento della sentenza di secondo grado, rendendo la condanna legittima.
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Remissione di querela: annulla la condanna? La Cassazione
Un individuo, condannato per il reato di molestie, ha presentato ricorso in Cassazione. Nelle more del ricorso, la persona offesa ha proceduto con la remissione di querela, accettata dall'imputato. La Suprema Corte ha annullato la sentenza di condanna, affermando che la remissione di querela, intervenuta prima della definitività della sentenza, estingue il reato e rende ammissibile il ricorso anche se proposto al solo fine di far valere tale remissione.
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Archiviazione per tenuità: quando il ricorso è nullo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro un'ordinanza di archiviazione per tenuità del fatto. La Corte ha stabilito che la sola iscrizione del provvedimento nel casellario giudiziale ad uso interno non costituisce un pregiudizio concreto ed attuale che giustifichi l'impugnazione, confermando un principio consolidato.
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Impugnazione effetti civili: la Cassazione annulla
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso in cui un'imputata, assolta in primo grado per minaccia e per un reato dequalificato a disturbo alle persone (dichiarato non punibile per tenuità del fatto), aveva impugnato la sentenza. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputata, in quanto basato su una rivalutazione dei fatti non consentita in sede di legittimità. Ha invece accolto l'impugnazione per effetti civili della parte civile, annullando la sentenza e rinviando al giudice civile per due motivi: la motivazione sull'assoluzione per minaccia era contraddittoria e il giudice di merito aveva omesso di pronunciarsi sulla domanda di risarcimento danni nonostante il proscioglimento per tenuità del fatto.
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