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Sezione Terza Penale — Anno 2023

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Condono edilizio: lo scheletro abusivo non ferma la demolizione
Il Procuratore generale ha impugnato la revoca dell'ordine di demolizione di un immobile abusivo, decisa dalla Corte di appello sulla base di un condono edilizio concesso dal Comune. L'immobile, sequestrato nel 1996, era costituito solo da uno scheletro di cemento armato sia nel 2000 che nel 2013. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice ha il dovere di controllare la legittimità del titolo in sanatoria. La mancata ultimazione dell'opera entro i termini di legge non può essere giustificata dal sequestro se l'immobile si presentava ancora come un mero rustico strutturale non funzionale. La sentenza di revoca è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Riparazione per ingiusta detenzione: indennizzo ridotto per colpa
Il Richiedente, dopo essere stato assolto con formula definitiva dall'accusa di estorsione, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione. La Corte di appello gli ha riconosciuto un indennizzo di oltre 118.000 euro, escludendo che la sua condotta integrasse una colpa grave. Lo Stato ha impugnato la decisione. La Corte di Cassazione ha confermato l'assenza di colpa grave, specificando che il silenzio durante l'interrogatorio non può pregiudicare l'indennizzo. Tuttavia, ha accolto il ricorso statuendo che i giudici di merito avrebbero dovuto valutare se i comportamenti imprudenti del soggetto, come l'uso di telefoni intestati a persone inesistenti per fare commissioni a un parente detenuto, configurassero una colpa lieve idonea a ridurre l'importo del risarcimento. La sentenza è stata annullata con rinvio per una nuova quantificazione.
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Sequestro preventivo di veicolo: la scusa della grigliata fallisce
Il Tribunale del Riesame confermava il sequestro preventivo di veicolo (un autocarro) di proprietà di un'azienda edile, utilizzato dai dipendenti per trasportare e abbandonare illecitamente rifiuti legnosi. Il legale rappresentante dell'azienda proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo la propria totale estraneità ai fatti e affermando che i dipendenti avessero agito fuori dall'orario di lavoro per scopi privati (una grigliata). La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che le riprese di videosorveglianza dimostravano una condotta reiterata e riconducibile alle direttive aziendali. Di conseguenza, è stata esclusa la buona fede del proprietario del mezzo, confermando la legittimità del vincolo cautelare per impedire la reiterazione del reato ambientale.
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Aggravante della transnazionalità: no se il gruppo estero coincide
Il Tribunale di Napoli aveva applicato la misura degli arresti domiciliari a un indagato per contrabbando di tabacchi, riconoscendo l'aggravante della transnazionalità. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la sussistenza di tale aggravante e il pericolo di recidiva. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso, stabilendo che l'aggravante della transnazionalità non può essere applicata se il gruppo criminale estero coincide interamente con l'associazione a delinquere nazionale (principio di non immedesimazione). Mancando una motivazione chiara sulla reale distinzione tra le due organizzazioni, la Cassazione ha annullato l'ordinanza limitatamente a questo punto, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame, mentre ha confermato la validità delle esigenze cautelari.
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Ordine di demolizione: stop se rischia di far crollare la casa
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del proprietario di un immobile contro la revoca della sospensione di un ordine di demolizione per opere abusive. Il Giudice dell'Esecuzione aveva revocato la sospensione ignorando il pericolo di crollo della parte regolare dell'edificio. La Suprema Corte ha stabilito che la demolizione non può essere eseguita se mette a rischio la stabilità dell'intero immobile. Di conseguenza, i giudici hanno annullato il provvedimento e rinviato il caso per una nuova valutazione tecnica.
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Sequestro conservativo e concordato: lo Stato non ha priorità
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Pubblico Ministero contro l'annullamento del sequestro conservativo disposto sui beni di un'azienda. L'ente era stato condannato per responsabilità amministrativa legata al traffico illecito di rifiuti. Il Pubblico Ministero aveva chiesto la conversione di una somma precedentemente sequestrata in via preventiva in un sequestro conservativo, per garantire il pagamento delle sanzioni e delle spese di bonifica ambientale. Tuttavia, l'azienda era stata ammessa alla procedura di concordato preventivo. La Suprema Corte ha confermato che la pendenza di una procedura concorsuale impedisce l'adozione di un sequestro conservativo sui beni dell'impresa, poiché tale misura contrasta con il divieto di azioni esecutive e cautelari individuali, volto a tutelare la parità di trattamento di tutti i creditori. L'azienda ottiene quindi la restituzione delle somme eccedenti la confisca.
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Sfruttamento del lavoro: arresti confermati nonostante il tempo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imprenditore contro la misura cautelare degli arresti domiciliari per il reato di sfruttamento del lavoro. La difesa sosteneva l'assenza di un pericolo attuale di recidiva, evidenziando il carattere sporadico delle condotte, risalenti a due anni prima, e l'incensuratezza dell'indagato. I giudici hanno invece confermato la continuità dello sfruttamento, realizzato in collaborazione con un intermediario ("caporale"). La Corte ha chiarito che il pericolo di reiterazione del reato è concreto e attuale, desumibile dalle modalità sistematiche della condotta e dalla personalità del soggetto, anche in assenza di occasioni immediate di ricaduta o a distanza di tempo dai fatti. L'Imprenditore perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Aggravante della transnazionalità: prove valide ma accuse da rifare
Due indagati per contrabbando di sigarette ricorrono in Cassazione contestando l'utilizzabilità dei codici IMEI acquisiti senza autorizzazione e delle chat criptate decrittate dall'autorità francese. Contestano inoltre l'applicazione dell'aggravante della transnazionalità. La Suprema Corte dichiara legittima l'acquisizione dei codici IMEI come atto urgente di polizia e l'uso delle chat decrittate come documenti informatici. Tuttavia, accoglie il ricorso limitatamente all'aggravante della transnazionalità, ritenendo la motivazione del Tribunale generica e priva di elementi concreti che dimostrino l'esistenza di un gruppo criminale estero distinto e non coincidente con l'associazione a delinquere italiana. La sentenza viene annullata con rinvio su questo specifico punto.
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Ordine di demolizione: il ricorso pretestuoso costa 5.000 euro
Il proprietario di un immobile abusivo ha proposto ricorso contro il rigetto della richiesta di revoca o sospensione dell'ordine di demolizione. La difesa lamentava la mancata notifica dell'udienza a uno dei difensori e la presenza di istanze di condono. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'omessa notifica a un co-difensore costituisce una nullità sanata dalla presenza dell'altro avvocato in udienza senza obiezioni. Inoltre, l'ordine di demolizione può essere sospeso solo in presenza di imminenti provvedimenti amministrativi incompatibili con l'abbattimento, non bastando la mera pendenza di vecchie istanze di sanatoria. Il ricorrente è stato condannato anche a una pesante sanzione pecuniaria per aver presentato un ricorso pretestuoso e dilatorio.
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Condono edilizio: no alla sanatoria se si divide la casa abusiva
Un cittadino ha impugnato l'ordine di demolizione di un immobile abusivo, sostenendo che i figli avessero diritto a presentare autonome domande di condono edilizio e proponendo di demolire la volumetria in eccesso per salvare il resto della struttura. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di comproprietà indivisa, non è ammesso il frazionamento delle domande di sanatoria per aggirare i limiti volumetrici di legge. Inoltre, la demolizione tardiva della volumetria eccedente non rende condonabile la parte restante, poiché costituisce un indebito aggiramento dei termini temporali previsti dalla normativa. Di conseguenza, l'ordine di demolizione resta pienamente valido ed efficace.
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Contrabbando: cade l’aggravante della transnazionalità
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un indagato per contrabbando di tabacchi, contestando l'uso di chat criptate SKY ECC e l'acquisizione dei codici IMEI dei telefoni. La Corte ha confermato la piena legittimità dell'uso delle chat decrittate all'estero come documenti informatici e la validità del tracciamento dei telefoni senza autorizzazione del giudice. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso riguardo all'aggravante della transnazionalità. La sentenza ha chiarito che per applicare questa aggravante non basta la presenza di fornitori esteri, ma serve la prova di un gruppo criminale straniero autonomo e distinto dall'associazione italiana. La decisione è stata quindi annullata con rinvio limitatamente a questo punto, segnando una vittoria parziale per l'indagato.
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Sfruttamento del lavoro: arresti confermati per il titolare
Un imprenditore, operante come Datore di Lavoro, è stato sottoposto agli arresti domiciliari per il reato di sfruttamento del lavoro. L'indagato utilizzava un intermediario per reclutare cittadini extracomunitari in stato di bisogno, costringendoli a lavorare per un numero di ore superiore a quelle dichiarate e a restituire parte dello stipendio. La difesa ha sostenuto l'estranietà del titolare, attribuendo la responsabilità all'intermediario. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Datore di Lavoro. I giudici hanno confermato la misura cautelare, evidenziando la presenza di prove documentali, come i prospetti paga con la dicitura "differenza" scritti dall'imprenditore stesso, che dimostrano la sua piena consapevolezza e partecipazione attiva alla condotta illecita, oltre al concreto pericolo di reiterazione del reato.
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Sicurezza sul lavoro: condanna per il mezzo obsoleto ma conforme
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un datore di lavoro per violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro. Il datore di lavoro aveva messo a disposizione dei dipendenti un escavatore del 1996 privo di sistemi antiribaltamento e cinture di sicurezza, utilizzandolo in una cava con forti pendenze. A causa di questa omissione, un lavoratore è deceduto a seguito del ribaltamento del mezzo. La difesa sosteneva che il macchinario fosse conforme alle norme dell'epoca di fabbricazione. I giudici hanno respinto la tesi, stabilendo che il datore di lavoro deve sempre garantire attrezzature adeguate ai rischi concreti, aggiornando i sistemi di protezione o destinando i mezzi obsoleti ad attività prive di pericoli. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Abuso edilizio in zona vincolata: da parcheggio a campeggio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del proprietario di un'area di 13.000 mq, destinata a pascolo e bosco, condannato per aver realizzato un campeggio abusivo senza autorizzazioni. Il proprietario sosteneva che si trattasse di un semplice parcheggio temporaneo estivo con strutture leggere. Tuttavia, i giudici hanno accertato la presenza di roulotte stabili, gazebi, bagni, docce e impianti idrici ed elettrici interrati. La Corte ha ribadito che la trasformazione stabile del territorio configura un abuso edilizio in zona vincolata, richiedendo necessariamente il permesso di costruire e l'autorizzazione paesaggistica. L'opera va valutata nel suo complesso e non frazionata in singoli micro-interventi. Di conseguenza, il proprietario perde il ricorso e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Traffico di stupefacenti: bastano due mesi per la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a oltre dieci anni di reclusione per un uomo accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva che la partecipazione al gruppo criminale fosse troppo breve (circa due mesi) per configurare il reato associativo e contestava la validità delle intercettazioni ascoltate da remoto dalla polizia. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che anche un contributo temporaneo e di breve durata è sufficiente a dimostrare l'inserimento nella struttura criminale se funzionale al sodalizio. Inoltre, le intercettazioni sono pienamente utilizzabili se registrate sui server della Procura, a prescindere dal luogo in cui la polizia effettua l'ascolto.
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Recidiva facoltativa: nessun aiuto a chi ingoia la droga
L'Imputato, sorpreso a deglutire tre ovuli di cocaina per evitare l'arresto, è stato condannato per spaccio di lieve entità. La Corte d'Appello ha applicato l'aumento per la recidiva facoltativa, ritenuta equivalente alle attenuanti generiche, considerando i numerosi precedenti penali recenti. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una carenza di motivazione sulla gravità della pena e sostenendo che la sua condizione di irregolarità sul territorio dovesse favorirlo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la recidiva facoltativa è stata correttamente applicata poiché i precedenti ravvicinati dimostrano una spiccata pericolosità sociale. Inoltre, ingoiare la droga esclude qualsiasi intento collaborativo. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Fatture per operazioni inesistenti: tra condanna e prescrizione
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un'amministratrice di fatto accusata di aver utilizzato fatture per operazioni inesistenti emesse da una società cartiera e da un'azienda di articoli sportivi per servizi di marketing mai eseguiti. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale per gran parte dei reati tributari contestati, dichiarando inammissibile il ricorso del coimputato. Tuttavia, i giudici hanno accolto parzialmente il ricorso dell'amministratrice in relazione a un singolo capo d'imputazione. La condanna per questo specifico reato si basava esclusivamente sulla precedente sentenza irrevocabile emessa contro un coimputato, senza ulteriori elementi di riscontro. Poiché tale reato era ormai estinto per prescrizione, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza limitatamente a questo capo, riducendo la pena finale dell'imputata a tre anni e sei mesi di reclusione.
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Lieve entità dello spaccio: la purezza al 99% nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato lamentava la mancata qualificazione del reato come fatto di lieve entità e l'impossibilità di far prevalere le attenuanti generiche sulla recidiva. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, evidenziando che l'elevata purezza della sostanza sequestrata (pari al novantanove per cento, equivalente a ben centoventiquattro dosi) e le modalità organizzate di occultamento della droga escludono la lieve entità dello spaccio. Di conseguenza, la Cassazione ha respinto il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Dichiarazione fraudolenta: commercialista non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione per un imprenditore accusato di dichiarazione fraudolenta tramite l'uso di fatture per operazioni inesistenti. I giudici hanno accertato l'inesistenza delle prestazioni poiché le ditte emittenti erano prive di dipendenti, attrezzature e contabilità, e l'imprenditore non ha dimostrato i pagamenti. La Suprema Corte ha chiarito che l'affidamento della contabilità a un commercialista non esonera il titolare dall'obbligo di vigilanza, né esclude il dolo, specie in presenza di anomalie macroscopiche come fatture con lo stesso numero. Negato anche il beneficio delle attenuanti generiche a causa della reiterazione della condotta illecita.
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Querela per furto nel supermercato: il direttore batte il ladro
Un'imputata è stata condannata per tentato furto di capi d'abbigliamento in un supermercato. La difesa ha impugnato la decisione sostenendo l'invalidità della querela, poiché presentata dal direttore del punto vendita privo di una procura speciale scritta del proprietario. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la querela per furto nel supermercato può essere validamente presentata anche dal direttore del negozio. Il bene protetto dal reato di furto non è solo la proprietà, ma anche il possesso di fatto della merce. Di conseguenza, chiunque abbia la custodia e la gestione dei beni esposti, come il direttore, è legittimato a sporgere querela per tutelare la merce sottratta. L'imputata perde il ricorso e viene condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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