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Sezione Terza Penale — Anno 2023

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Spaccio di lieve entità: no allo sconto per chi vende cocaina
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per traffico di stupefacenti. L'imputato chiedeva la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità e contestava l'ordine di espulsione dall'Italia. I giudici hanno confermato la gravità dei fatti, evidenziando il possesso di oltre sessanta grammi di cocaina e la partecipazione sistematica a un'attività di spaccio organizzata. La Suprema Corte ha ritenuto legittima anche la misura di sicurezza dell'espulsione, motivata dalla concreta pericolosità sociale del soggetto, privo di un lavoro regolare e di una dimora stabile. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Fatture per operazioni inesistenti: nuova legge, stessa condanna
Un imprenditore, titolare di una ditta individuale, è stato condannato per l'emissione di fatture per operazioni inesistenti per gli anni dal 2015 al 2018. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo l'applicazione di una norma successiva più favorevole, introdotta nel 2019, che prevede una pena attenuata se l'importo annuo delle fatture è inferiore a centomila euro. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la nuova legge non è in concreto più favorevole rispetto a quella vigente al momento del fatto: entrambe prevedono la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni. Di conseguenza, non si applica il principio del favor rei. La Cassazione ha confermato la condanna e il calcolo della pena per la continuazione dei reati.
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Responsabilità penale del Sindaco: la delega non salva dal reato
Il Tribunale dichiarava estinti per prescrizione i reati di gestione illecita di fanghi di depurazione contestati a un Sindaco e ad altri soggetti. Il Sindaco ricorreva in Cassazione chiedendo l'assoluzione nel merito, sostenendo di non avere la gestione diretta dell'impianto, affidata a terzi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'assoluzione nel merito prevale sulla prescrizione solo se l'innocenza emerge immediatamente dagli atti, senza necessità di valutazioni approfondite. Inoltre, sussiste la responsabilità penale del Sindaco in materia ambientale, poiché egli conserva poteri di programmazione, controllo e attivazione a tutela della salute pubblica, anche in presenza di deleghe a dirigenti o ditte esterne.
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Torcia allo stadio e DASPO con obbligo di firma: confermati 6 anni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un tifoso contro il provvedimento di DASPO con obbligo di firma per la durata di sei anni. Il provvedimento era stato emesso dopo che il soggetto aveva acceso una torcia illuminante durante una partita di calcio. Il tifoso lamentava la violazione del diritto di difesa per non aver ottenuto copia degli atti e l'eccessiva durata della misura. La Suprema Corte ha chiarito che l'accensione di artifizi pirotecnici integra la pericolosità sociale e che il diritto di difesa è garantito dal contraddittorio cartolare, anche senza rilascio immediato di copie. La durata di sei anni è stata ritenuta congrua e motivata, considerando i precedenti penali del soggetto e la recidiva. Il ricorrente perde la causa e viene condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Riparazione per ingiusta detenzione negata a chi mente ai giudici
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna che chiedeva la riparazione per ingiusta detenzione dopo essere stata assolta in un processo per droga. I giudici hanno confermato il diniego dell'indennizzo a causa della condotta gravemente colposa della ricorrente. Quest'ultima, dopo l'arresto del compagno, aveva sostituito la serratura del garage in cui erano custodite le sostanze stupefacenti e aveva fornito dichiarazioni reticenti e contraddittorie durante l'interrogatorio di garanzia. La Suprema Corte ha ribadito che il comportamento incauto e ambiguo dell'indagato, se incide causalmente sulla custodia cautelare, esclude il diritto al risarcimento, indipendentemente dall'esito assolutorio del processo penale. Di conseguenza, la donna è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali.
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Rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale: no alla condanna
La Corte di Cassazione ha annullato la condanna per abbandono di rifiuti inflitta in appello alla Gestrice del Maneggio e al Proprietario dell'Immobile. Il Tribunale li aveva assolti, ritenendo regolare la gestione dei rifiuti. La Corte d'appello aveva invece ribaltato la decisione senza procedere alla rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale, ossia senza riascoltare i testimoni chiave. La Cassazione ha stabilito che, per ribaltare un'assoluzione basata su prove dichiarative, il giudice d'appello deve obbligatoriamente disporre la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale e fornire una motivazione rafforzata che superi ogni ragionevole dubbio. La sentenza è stata annullata con rinvio.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: no ai domiciliari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere. L'uomo era accusato di essere l'organizzatore di un'associazione finalizzata al narcotraffico operante in Costiera. La difesa contestava la qualifica di organizzatore e l'inadeguatezza degli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha confermato la decisione del Tribunale, rilevando che l'indagato pianificava costantemente le attività illecite nell'abitazione del capo del sodalizio (ristretto ai domiciliari). I giudici hanno ribadito che per l'associazione finalizzata al narcotraffico opera la presunzione di adeguatezza della sola custodia in carcere, non superata dagli elementi difensivi. Di conseguenza, l'indagato deve scontare la misura cautelare in carcere e pagare le spese processuali.
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Occultamento di scritture contabili: tra condanna e rinvio
Tre imprenditori sono stati condannati per il reato di occultamento di scritture contabili, nello specifico per non aver conservato le copie delle fatture emesse verso un committente. La Cassazione ha chiarito che il rinvenimento delle fatture presso il destinatario fa presumere la distruzione o l'occultamento della copia dell'emittente. Tuttavia, la Corte ha accolto parzialmente i ricorsi: ha annullato la condanna del primo imprenditore per carenza di motivazione sulla sua effettiva responsabilità, mentre per gli altri due ha annullato la sentenza limitatamente alla determinazione della pena e alla mancata concessione della sospensione condizionale, rinviando il caso alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Indebita compensazione: condanna ridotta per errore di calcolo
Una contribuente viene condannata per il reato di indebita compensazione di crediti d'imposta inesistenti. La Corte d'appello dichiara prescritti alcuni reati e ricalcola la pena per quelli residui, applicando però un aumento per continuazione interna ritenuto ingiustificato. La Corte di Cassazione accoglie parzialmente il ricorso della difesa. I giudici chiariscono che l'indebita compensazione si consuma con la presentazione dell'ultimo modello F24 dell'anno, configurando un unico reato e non più condotte in continuazione. Di conseguenza, la Cassazione annulla senza rinvio la sentenza limitatamente al calcolo della pena, eliminando l'aumento illegittimo e riducendo la condanna finale a sette mesi e dieci giorni di reclusione, dichiarando inammissibile il resto del ricorso.
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Confisca di denaro: la Cassazione frena il sequestro facile
Il Tribunale di Lanciano applicava a un imputato la pena concordata di tre anni di reclusione per illecita detenzione di cocaina, disponendo anche la confisca di denaro sequestrato. L'imputato proponeva ricorso per Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i motivi sul merito del patteggiamento, ma ha accolto il ricorso sulla confisca di denaro. La Corte ha chiarito che, nel reato di mera detenzione di stupefacenti, la confisca del denaro non è automatica. Il giudice deve motivare la sproporzione del denaro rispetto al reddito e l'impossibilità di giustificarne la provenienza, secondo le regole della confisca in casi particolari. La sentenza è stata quindi annullata limitatamente alla confisca, con rinvio per un nuovo esame.
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Gestione illecita di rifiuti: condanna ferma, confisca da rifare
I Gestori di un'Azienda Agricola sono stati condannati per la gestione illecita di rifiuti e per aver operato senza la necessaria Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA). Gli imputati gestivano enormi cumuli di scorie e ceneri di fonderia, sostenendo erroneamente che si trattasse di sottoprodotti destinati al riutilizzo ("End of Waste"). La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale dei Gestori e la responsabilità amministrativa dell'Azienda ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001, evidenziando la carenza di un idoneo modello organizzativo. Tuttavia, la Suprema Corte ha annullato la sentenza con rinvio limitatamente all'applicazione dell'aggravante ambientale e alla quantificazione del profitto da confiscare, disponendo inoltre l'annullamento senza rinvio del risarcimento danni all'Ente Parco, non regolarmente costituito come parte civile contro l'Azienda.
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Cessione di sostanze stupefacenti: reato anche senza consegna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due imputati. Il primo era accusato di porto d'armi illegale e danneggiamento per una spedizione punitiva. Il secondo era accusato di cessione di sostanze stupefacenti. Quest'ultimo sosteneva di non essere punibile perché la polizia aveva sequestrato la droga prima della consegna fisica. La Corte ha stabilito che il reato di cessione di sostanze stupefacenti si perfeziona con il semplice accordo tra le parti, se il venditore ha la disponibilità della merce al momento del patto. Di conseguenza, il successivo sequestro da parte delle forze dell'ordine non cancella il reato ormai consumato. Entrambi i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Droga in casa: quando il fatto di lieve entità viene escluso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione a fini di spaccio di circa 70 grammi di hashish. La difesa chiedeva di riqualificare il reato come fatto di lieve entità, evidenziando il basso principio attivo e l'assenza di denaro contante. Tuttavia, i giudici hanno confermato la decisione d'appello, valorizzando elementi concreti come il possesso di tre bilancini di precisione, venti bustine per il confezionamento e la suddivisione della droga in dosi pronte per la vendita. La Suprema Corte ha ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Abuso edilizio: la tettoia non è un pergolato libero
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per abuso edilizio nei confronti di un proprietario che ha realizzato una tettoia in acciaio su un lastrico solare in zona sottoposta a vincolo paesaggistico. L'imputato sosteneva che l'opera fosse un semplice pergolato rientrante nell'edilizia libera. I giudici hanno chiarito che una tettoia, modificando la sagoma dell'edificio, richiede sempre il permesso di costruire. Inoltre, nelle aree protette non si applica la tolleranza per le parziali difformità. Per un secondo imputato, nel frattempo deceduto, la Corte ha annullato la sentenza senza rinvio. Il ricorso del proprietario è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Particolare tenuità del fatto: negata allo spacciatore seriale
L'Imputato era stato condannato per spaccio di lieve entità a un anno di reclusione. Egli ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la droga fosse per uso personale e chiedendo l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la condanna evidenziando la serialità dell'attività di spaccio e la presenza di precedenti penali. Tali elementi escludono l'applicazione della particolare tenuità del fatto e la concessione della sospensione condizionale della pena. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: condanna per droga annullata dopo anni
L'Imputato era stato condannato per un reato in materia di stupefacenti commesso nel 2015. La sentenza di primo grado risaliva al 2015, mentre la decisione della Corte d'Appello è intervenuta solo nel 2022. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato e della Procura Generale, rilevando che tra la sentenza di primo grado e quella di appello sono decorsi oltre sei anni. Di conseguenza, si è verificata la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando estinto il reato per decorso dei termini.
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Messa alla prova: la Cassazione salva l’estinzione del reato
Il Procuratore generale ha impugnato la sentenza con cui il G.I.P. ha dichiarato estinto per esito positivo della messa alla prova il reato di coltivazione di marijuana contestato a due imputati. Secondo l'accusa, l'istituto non era applicabile poiché il reato originario prevedeva una pena massima di sei anni, superiore al limite di quattro anni stabilito dalla legge per accedere alla misura. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno accertato che, prima della richiesta di messa alla prova, il Pubblico Ministero aveva riqualificato il fatto in un'ipotesi meno grave, punita con una pena massima di quattro anni. Di conseguenza, la decisione del G.I.P. è legittima, in quanto il reato rientrava perfettamente nei limiti edittali previsti per l'accesso al beneficio.
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Costruzioni in zona sismica: condanna anche per piccoli ruderi
Il Proprietario di un piccolo rudere di circa 10 metri quadri ha eseguito lavori di ristrutturazione, rinforzando le pareti e sostituendo il tetto con una struttura metallica in una zona dichiarata sismica. I lavori sono stati realizzati senza la preventiva autorizzazione e senza presentare i calcoli di stabilità al Genio Civile. Il Tribunale lo ha condannato a una multa di tremila euro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Proprietario, confermando la condanna. La Corte ha chiarito che le regole sulle costruzioni in zona sismica si applicano a qualsiasi intervento edilizio, indipendentemente dai materiali usati (anche il legno) o dalla natura precaria dell'opera, poiché lo scopo principale è tutelare la pubblica incolumità e prevenire i rischi derivanti dai terremoti.
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Sospensione condizionale della pena: stop al doppio vincolo
L'Imputato veniva condannato per detenzione illecita di sostanze stupefacenti di lieve entità, avendo nascosto nel sottosella del ciclomotore tre confezioni di cocaina. La Corte di appello confermava la colpevolezza ma concedeva la sospensione condizionale della pena, subordinandola allo svolgimento di un lavoro di pubblica utilità non retribuito. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso dell'Imputato. I giudici di legittimità hanno chiarito che la sospensione condizionale della pena non può essere subordinata al lavoro di pubblica utilità nei reati di droga di lieve entità, poiché la legge speciale prevede un rapporto di stretta alternatività tra i due benefici. La sentenza è stata annullata con rinvio per rivalutare sia l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, sia la legittimità della subordinazione della sospensione.
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Falso ideologico del professionista: condanna ridotta a metà
Un geometra libero professionista è stato condannato per il reato di falso ideologico del professionista per aver allegato planimetrie e relazioni false a pratiche di sanatoria edilizia dei suoi clienti, nascondendo la presenza di locali abusivi. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso del professionista. I giudici hanno annullato senza rinvio la condanna per tre dei sei episodi di falso contestati, poiché per essi era ormai decorso il tempo massimo previsto dalla legge (prescrizione). Per i restanti tre episodi, la Corte ha confermato la responsabilità penale del geometra, ritenendo irrilevante la tesi difensiva del falso innocuo e rideterminando la pena finale in un mese e ventuno giorni di reclusione.
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