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Sezione Terza Penale — Anno 2023

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Lottizzazione abusiva: la prescrizione non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Responsabile dell'Ufficio Tecnico comunale contro la sentenza d'appello che dichiarava la prescrizione per il reato di lottizzazione abusiva. Il tecnico chiedeva l'assoluzione nel merito, sostenendo di aver espresso solo un parere favorevole non vincolante. La Suprema Corte ha stabilito che anche un parere preliminare può configurare un concorso nel reato di lottizzazione abusiva se agevola il rilascio di permessi illegittimi. Inoltre, per ottenere un'assoluzione nel merito in presenza di prescrizione, l'innocenza deve emergere in modo evidente dagli atti. In caso contrario, l'imputato che desidera un giudizio approfondito deve rinunciare espressamente alla prescrizione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Terre e rocce da scavo: il finto riutilizzo costa la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità di un'azienda per l'illecito amministrativo derivante dal reato di gestione non autorizzata di rifiuti. L'impresa aveva scavato e trasportato "terre e rocce da scavo" da un cantiere pubblico a un'altra area comunale distante circa 500 metri per effettuare lavori di livellamento. La difesa sosteneva che il riutilizzo fosse avvenuto nello stesso "sito", escludendo la natura di rifiuto. I giudici hanno chiarito che per "sito" si intende un'area geograficamente definita e perimetrata, non potendo comprendere zone diverse e non contigue, anche se collegate dallo stesso appalto. Il trasporto su strada configura quindi una gestione di rifiuti. Inoltre, il risparmio di tempi e costi di smaltimento integra il requisito del vantaggio per l'ente, confermando la sanzione pecuniaria a carico dell'azienda.
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Abuso edilizio: demolizione e ricostruzione senza permesso
Il caso riguarda un privato condannato per abuso edilizio per aver demolito un fabbricato e costruito un nuovo immobile con muri di contenimento in cemento in una zona sismica e vincolata a verde pubblico, senza permesso di costruire e autorizzazione sismica. L'imputata sosteneva si trattasse di una semplice ristrutturazione edilizia realizzabile tramite SCIA. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna penale. I giudici hanno chiarito che le varianti tramite SCIA si applicano solo a lavori in corso e non a opere già completate. Inoltre, la costruzione di muri di contenimento e lo sbancamento del terreno alterano permanentemente il territorio, configurando una nuova costruzione che richiede il permesso di costruire, soprattutto in presenza di vincoli paesaggistici e sismici.
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Occupazione abusiva di demanio marittimo: sanatoria inutile
Il caso riguarda un gestore di uno stabilimento balneare condannato in appello per il reato di occupazione abusiva di demanio marittimo, avendo installato opere e una piattaforma galleggiante senza la necessaria concessione. Il Tribunale lo aveva inizialmente assolto ritenendo sanato l'abuso grazie a un permesso di costruire in sanatoria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del gestore, confermando la condanna. La Corte ha chiarito che la sanatoria edilizia non estingue i reati marittimi e che i termini di prescrizione erano stati legittimamente sospesi a causa dei rinvii richiesti dalla difesa. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sciopero e sospensione della prescrizione: condannati i tifosi
Un gruppo di tifosi, condannati per rissa e lancio di oggetti durante una partita di calcio, ha presentato ricorso in Cassazione. Gli imputati lamentavano l'illegittima sospensione della prescrizione durante un rinvio d'udienza dovuto allo sciopero dei loro difensori, sostenendo che il rinvio fosse in realtà causato da un difetto di notifica a una persona offesa. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che l'adesione dei difensori all'astensione dalle udienze determina automaticamente la sospensione della prescrizione, prevalendo su qualsiasi altra causa di rinvio. Inoltre, i fotogrammi usati per identificare i tifosi sono stati ritenuti prove legittime. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Omesso versamento ritenute previdenziali: condanna parziale
Un amministratore societario è stato condannato per l'omesso versamento ritenute previdenziali dei dipendenti per gli anni 2014 e 2016. La Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso del difensore. La Corte ha dichiarato prescritti i reati commessi nel 2014, applicando la legge sulla prescrizione più favorevole vigente al momento del fatto. Ha invece confermato la responsabilità penale per le omissioni del 2016, escludendo la causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto poiché la soglia di punibilità di diecimila euro è stata superata di oltre il trenta per cento e le condotte erano ripetute nel tempo. La sentenza è stata annullata senza rinvio per il 2014 e con rinvio alla Corte di appello solo per ricalcolare la pena per il 2016.
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Raccolta abusiva di scommesse: condanna annullata
I Gestori di un centro scommesse venivano condannati per il reato di raccolta abusiva di scommesse in assenza della licenza di pubblica sicurezza. I ricorrenti lamentavano che il diniego dell'autorizzazione derivasse dalla discriminazione subita dal bookmaker austriaco a cui erano affiliati, in violazione del diritto dell'Unione Europea. La Corte d'appello aveva ignorato la richiesta di acquisire la prova del diniego. La Corte di Cassazione, ribadendo che la normativa penale interna va disapplicata se contraria al diritto eurounitario, rileva che il ricorso non è inammissibile. Tuttavia, essendo il reato ormai estinto per il decorso del tempo, annulla la sentenza di condanna senza rinvio per intervenuta prescrizione.
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Ordine di demolizione: la Cassazione rimedia all’omissione
Il Tribunale di Trapani condannava due proprietari per aver realizzato abusivamente un manufatto, una veranda e posizionato tre roulotte in un'area protetta. Il giudice ometteva tuttavia di inserire l'ordine di demolizione delle opere abusive. Gli imputati presentavano ricorso in Cassazione, ritenuto però inammissibile perché tardivo. Anche il Procuratore generale ricorreva, contestando l'omessa statuizione del ripristino dei luoghi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore, stabilendo che l'ordine di demolizione è una sanzione accessoria obbligatoria che non può essere aggiunta tramite una semplice correzione di errore materiale, ma richiede un'impugnazione formale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato parzialmente la sentenza senza rinvio, disponendo direttamente l'ordine di demolizione e la rimessa in pristino dell'area vincolata.
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Rapina per pagare i debiti di droga: no alla continuazione dei reati
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di due soggetti condannati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e per una rapina commessa ai danni di un commerciante. I ricorrenti chiedevano l'applicazione della continuazione dei reati, sostenendo che la rapina fosse stata commessa per pagare un debito di 700 euro al capo del sodalizio e poter così continuare a spacciare. La Suprema Corte ha confermato la decisione del giudice di rinvio, escludendo la continuazione dei reati. I giudici hanno chiarito che la rapina è stata una scelta estemporanea, dettata da una difficoltà economica contingente e non prevista nel programma criminoso iniziale dell'associazione, dedita esclusivamente al narcotraffico. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Notifica potenziale contaminazione: assolto il non proprietario
Il Tribunale aveva condannato l'amministratore di una società per l'omessa notifica potenziale contaminazione di un sito a seguito dell'incendio di una discarica. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato, evidenziando che le indagini non avevano rilevato alcuna reale contaminazione e che la condanna si basava su semplici congetture circa la presenza di amianto. Inoltre, è emerso che l'imputato era del tutto estraneo all'area interessata dall'incendio, non essendone né proprietario, né gestore, né utilizzatore. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna perché il fatto non sussiste, scagionando completamente l'imputato.
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Gestione illecita di rifiuti: quando l’usato diventa scarto
Il Tribunale di Vercelli condannava un cittadino per il reato di gestione illecita di rifiuti, avendo egli accumulato alla rinfusa oggetti rovinati e fuori uso nel cortile di casa. Il cittadino si difendeva sostenendo che i beni avessero valore commerciale per mercatini dell'usato. La Cassazione ha confermato la natura di rifiuti degli oggetti, precisando che il valore economico residuo non esclude tale qualifica. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente al calcolo della pena. Il giudice di merito aveva ridotto la sanzione di un terzo anziché della metà, errore commesso applicando le regole del rito abbreviato per le contravvenzioni. La Cassazione ha rideterminato direttamente la pena, riducendo l'ammenda da euro 2.400,00 a euro 1.800,00.
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Responsabilità ex D.Lgs. 231/2001: la fusione non cancella le sanzioni
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'azienda per l'illecito ambientale commesso dal suo legale rappresentante, ribadendo i principi sulla responsabilità ex D.Lgs. 231/2001. L'Azienda sosteneva che la propria estinzione, dovuta a una fusione per incorporazione, escludesse la punibilità, equiparandola alla morte dell'imputato. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che la fusione societaria non estingue la responsabilità dell'ente incorporato. Inoltre, la Corte ha confermato che il mancato smaltimento tempestivo dei rifiuti ha generato un indebito risparmio di spesa, configurando il necessario vantaggio per l'applicazione della sanzione. Il ricorso dell'Azienda è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Abuso edilizio: presenza sul cantiere costa cara al coniuge
Una coppia di coniugi viene condannata per abuso edilizio per aver realizzato un manufatto senza permessi e senza autorizzazione del Genio civile. Il marito contesta la propria responsabilità, sostenendo di non essere l'esecutore materiale. La Cassazione conferma la sua colpevolezza in concorso con la moglie proprietaria, poiché la sua ripetuta presenza sul cantiere e il legame coniugale dimostrano il suo interesse all'opera. Tuttavia, la Suprema Corte accoglie il ricorso sul calcolo della pena: i giudici di merito hanno illegittimamente applicato un aumento di pena detentiva per un reato satellite che prevedeva solo una pena pecuniaria. La sentenza viene quindi annullata limitatamente al trattamento sanzionatorio, con rinvio alla Corte d'appello per ricalcolare la pena, mentre la condanna per abuso edilizio diventa definitiva.
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Inquinamento ambientale: condannato il commissario negligente
Il Commissario ad acta per la messa in sicurezza di una discarica pubblica è stato condannato per inquinamento ambientale colposo. L'imputato ha omesso la manutenzione del telo di copertura e dei canali di scolo delle acque piovane. Di conseguenza, le piogge hanno causato l'infiltrazione e la fuoriuscita di percolato, inquinando gravemente il terreno e il fiume circostante con metalli pesanti. La difesa sosteneva l'inapplicabilità delle norme sulle discariche chiuse e l'abolizione del reato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarendo che il delitto di inquinamento ambientale prescinde dalle regole specifiche sulle discariche e si configura anche per semplice colpa generica (negligenza). Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Traffico illecito di rifiuti: condannato il trasporto di marmitte
Il Trasportatore è stato condannato per il reato di traffico illecito di rifiuti per aver trasportato, a bordo di una bisarca, 360 chili di catalizzatori e marmitte catalitiche esauste senza alcuna autorizzazione ambientale. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione lamentando il mancato rinnovo delle prove in appello e il diniego delle attenuanti generiche e della sospensione condizionale della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che il mezzo era autorizzato solo per il trasporto di merci comuni e non di rifiuti speciali. Inoltre, l'elevata quantità di materiali e la professionalità dell'attività escludono la concessione di benefici penali. Il Trasportatore è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Scarico non autorizzato: condanna anche in circuito chiuso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'Amministratore di un'azienda per i reati di scarico non autorizzato e discarica abusiva. I giudici hanno accertato che l'impianto aziendale effettuava uno scarico non autorizzato di acque reflue industriali tramite un sistema di "troppo pieno" in bacini non consentiti. Inoltre, all'interno della cava di proprietà, erano stati abbandonati rifiuti eterogenei e deteriorati. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso della difesa, chiarendo che lo scarico di reflui industriali senza autorizzazione integra il reato anche se avviene all'interno di un sistema di laghetti artificiali. È stata dichiarata inammissibile anche la richiesta di sospensione condizionale della pena, poiché non vi era prova del regolare deposito telematico delle conclusioni scritte in appello e l'imputato non era incensurato.
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Ordine di demolizione: nullo se il reato è prescritto
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una sopraelevazione non autorizzata in un'area protetta. La Corte d'appello aveva dichiarato la prescrizione dei reati ma aveva confermato l'ordine di demolizione e le statuizioni in favore delle parti civili senza motivare adeguatamente. La Cassazione ha stabilito che l'ordine di demolizione non può sopravvivere in mancanza di una sentenza di condanna penale definitiva. Inoltre, in presenza di parti civili, il giudice non può limitarsi a dichiarare la prescrizione senza valutare il merito della responsabilità civile. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio l'ordine di demolizione e ha rimandato la decisione sui danni al giudice civile.
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Guida in stato di ebbrezza: scontro notturno e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una conducente condannata per guida in stato di ebbrezza con l'aggravante di aver provocato un incidente stradale notturno. La donna aveva urtato un veicolo fermo a bordo strada, il cui proprietario era sceso solo pochi istanti prima. La difesa contestava la confisca dell'auto (di proprietà della madre), l'attendibilità dell'alcoltest e la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto. I giudici hanno respinto ogni motivo: la ricorrente non ha interesse a impugnare la confisca di un bene non suo, il test era attendibile e la condotta era potenzialmente letale. L'inammissibilità del ricorso ha impedito di far valere la prescrizione maturata dopo la sentenza d'appello, confermando definitivamente la condanna penale.
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Attenuanti generiche e calcolo della pena: la Cassazione taglia la condanna
La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso di un uomo condannato per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Mentre i giudici hanno confermato la sua partecipazione all'organizzazione con il ruolo di organizzatore, hanno rilevato un errore nel calcolo della pena. Il Tribunale aveva concesso le attenuanti generiche per il buon comportamento processuale, ma aveva ridotto la pena solo di un quarto invece del massimo di un terzo, senza motivare la presenza di elementi sfavorevoli. La Cassazione ha quindi rideterminato direttamente la pena finale, riducendola da dieci anni a otto anni, dieci mesi e venti giorni di reclusione.
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Disturbo della quiete pubblica: pub condannato nonostante la difesa
Il titolare di un locale commerciale è stato condannato per il reato di disturbo della quiete pubblica a causa di ripetuti spettacoli musicali rumorosi che superavano i limiti acustici consentiti, disturbando il riposo dei vicini. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la contestazione fosse limitata a un singolo giorno e chiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la condotta disturbante è stata reiterata per oltre tre mesi, escludendo così la tenuità del fatto. Inoltre, la Corte ha confermato che il disturbo della quiete pubblica è un reato di pericolo presunto, per il quale basta l'idoneità dei rumori a disturbare un numero indeterminato di persone. Il gestore del pub è stato condannato anche a pagare le spese processuali e il risarcimento alle parti civili.
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