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Sezione Terza Penale — Anno 2023

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Confisca del profitto: risparmiare sui rifiuti costa caro
Due imprenditori, accusati di traffico illecito di rifiuti speciali, concordano la pena tramite patteggiamento. Il Tribunale dispone anche la confisca del profitto derivante dall'attività illecita per centinaia di migliaia di euro. Gli imputati ricorrono in Cassazione contestando il calcolo del profitto e sostenendo l'alternatività tra la confisca dei mezzi e quella del profitto. La Suprema Corte dichiara i ricorsi inammissibili. I giudici chiariscono che la confisca del profitto e quella dei mezzi usati sono cumulative e non escludenti. Inoltre, confermano che nei reati ambientali il profitto comprende anche il risparmio di spesa ottenuto evitando lo smaltimento legale. I ricorrenti perdono la causa e sono condannati alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo: l’azienda perde l’area per l’amianto altrui
I Carabinieri hanno eseguito il sequestro preventivo di un'area aziendale dove erano stoccati a cielo aperto venti imballi contenenti amianto, un rifiuto speciale pericoloso. Il legale rappresentante della società proprietaria del terreno ha impugnato il provvedimento, dichiarandosi terzo estraneo al reato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il terzo estraneo non può contestare la sussistenza del reato o la necessità della misura cautelare. Egli può solo dimostrare l'assoluta mancanza di collegamento tra il bene sequestrato e l'attività degli indagati. Nel caso specifico, l'area era nella piena disponibilità del socio indagato, confermando la legittimità del sigillo giudiziario.
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Giudizio abbreviato valido anche con procura generica
Un contribuente è stato condannato per omesso versamento di imposte tramite compensazione di crediti IVA inesistenti. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che il proprio difensore non avesse il potere di richiedere il giudizio abbreviato, poiché la procura speciale conteneva solo la formula generica "ogni più ampia facoltà prevista dalla legge". La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la firma sulla nomina con contestuale procura speciale, rilasciata dopo la chiusura delle indagini, esprime la volontà di delegare anche la scelta dei riti alternativi. Inoltre, l'imputato non ha dimostrato alcun concreto pregiudizio derivante dall'applicazione del giudizio abbreviato, che gli ha anzi garantito la riduzione di un terzo della pena.
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Ordine di demolizione: la cucina sul terrazzo va abbattuta
Il Giudice dell'esecuzione aveva revocato l'ordine di demolizione di un terrazzo di quaranta metri quadri, chiuso e adibito a cucina, ritenendo la misura contraria al principio di proporzionalità. Il Pubblico Ministero ha impugnato la decisione, evidenziando che il manufatto rappresentava solo un ampliamento abusivo di un'abitazione già esistente e idonea. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il diritto all'abitazione non è assoluto e va bilanciato con la tutela del territorio. Di conseguenza, l'ordine di demolizione non può essere revocato se l'abuso riguarda un vano accessorio non indispensabile alla vita familiare. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza di revoca, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame.
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Valutazione delle prove: quando un malinteso conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due imputati condannati per traffico di stupefacenti. La difesa contestava la qualificazione della sostanza e l'applicazione della recidiva, ma la Suprema Corte ha confermato la decisione d'appello. La valutazione delle prove è stata ritenuta logica e coerente: l'uso del termine 'nera' nelle intercettazioni si riferiva alla carnagione del corriere e non alla droga. La recidiva è stata correttamente applicata per la pericolosità del reo, e le attenuanti generiche sono state negate per mancanza di elementi positivi.
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Detenzione a fini di spaccio: quando l’accusa del complice condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per il reato di detenzione a fini di spaccio di cocaina. La difesa contestava l'attendibilità del collaboratore di giustizia che aveva accusato l'imputato, lamentando anche la mancata riqualificazione del fatto come reato di lieve entità. I giudici hanno chiarito che le dichiarazioni del coimputato sono pienamente credibili poiché coerenti e supportate da riscontri esterni, come testimonianze e passaggi di denaro tracciati tramite assegni. Inoltre, l'ingente quantità di sostanza stupefacente (225 grammi) e il rilevante valore economico escludono l'uso personale e la lieve entità della condotta. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità penale dell'imputato e condannandolo al pagamento delle spese processuali.
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Sequestro preventivo: niente dividendi alla socia innocente
Una socia di un'azienda di trasporti ha richiesto lo sblocco di sei milioni di euro, accantonati a bilancio come dividendi prima dell'avvio di un'indagine penale a carico della società. I beni aziendali erano stati sottoposti a sequestro preventivo. Sia il GIP sia il Tribunale del riesame hanno respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il diritto del socio a riscuotere i dividendi deliberati costituisce un mero diritto di credito verso la società e non un diritto reale sui beni sequestrati. Di conseguenza, tale posizione creditoria non è opponibile al sequestro preventivo penale, in quanto manca un rapporto diretto e immediato della socia con le somme materiali bloccate dall'autorità giudiziaria.
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Spaccio da 10 euro: il travisamento della prova cancella la pena
L'Imputato era stato condannato per spaccio di lieve entità per aver ceduto una singola dose di marijuana (1,42 grammi) per un valore di dieci euro. La Corte di Appello aveva negato l'attenuante del lucro di speciale tenuità, sostenendo erroneamente che l'uomo avesse compiuto plurime cessioni di droga. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, rilevando un evidente travisamento della prova. I giudici di secondo grado hanno infatti basato la decisione su un fatto inesistente e mai contestato, ovvero la pluralità delle cessioni. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello per un nuovo esame della vicenda.
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Gravi indizi di colpevolezza: il sospetto non basta per il carcere
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti de Il Padre, accusato di porto abusivo d'arma da fuoco. L'accusa si basava su intercettazioni tra terzi in cui si parlava di un uomo armato durante un incontro chiarificatore per la rottura di un fidanzamento. Tuttavia, l'indagato non era mai stato intercettato direttamente né nominato. La Suprema Corte ha stabilito che, per l'applicazione di misure cautelari, l'identificazione del soggetto deve essere certa. Mancano quindi i gravi indizi di colpevolezza necessari per giustificare la carcerazione preventiva. Il caso è stato rinviato al Tribunale per un nuovo giudizio.
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Tentata estorsione: il dubbio sul debito esclude il carcere
Il Tribunale applicava la custodia in carcere a un uomo per il reato di tentata estorsione, ritenendo che avesse minacciato la vittima via SMS per recuperare un credito di droga di 700 euro. L'indagato ricorreva in Cassazione, sostenendo che si trattasse di un legittimo recupero crediti, configurabile al massimo come esercizio arbitrario delle proprie ragioni, reato che non consente il carcere. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, evidenziando che non vi erano prove certe sull'origine illecita del debito e che, nel dubbio, si applica il principio del favor rei. Inoltre, i fatti risalivano a cinque anni prima, escludendo l'attualità del pericolo. L'ordinanza di custodia è stata annullata con rinvio.
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Rescissione del giudicato: via al processo se scoperto per caso
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino condannato in contumacia che aveva richiesto la rescissione del giudicato. L'imputato, assistito solo da un difensore d'ufficio con cui non aveva contatti, aveva scoperto la condanna solo accidentalmente tramite la notifica di atti relativi a una coimputata. La Corte d'Appello aveva dichiarato inammissibile la richiesta per mancata indicazione della data esatta di conoscenza. La Cassazione ha chiarito che l'articolo 629-bis c.p.p. non prevede l'inammissibilità in questo caso e che l'imputato ha dimostrato la tempestività della domanda fornendo prove concrete della conoscenza accidentale.
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Sostituzione della misura cautelare: il tempo non basta
L'Imputato, accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, ha richiesto la sostituzione della misura cautelare dal carcere agli arresti domiciliari, invocando il decorso del tempo e motivi di salute. Il Tribunale del Riesame ha dichiarato inammissibile l'appello per mancanza di specificità e di elementi di novità. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che la sostituzione della misura cautelare non può fondarsi sul solo decorso del tempo in carcere. Il mero scorrere dei mesi non attenua le esigenze cautelari se non accompagnato da elementi concreti e documentati, come un reale e provato peggioramento della salute. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna dell'Imputato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Terzo acquirente contro ordine di demolizione: vince il ricorso
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di una terza acquirente contro il rigetto della revoca di un ordine di demolizione. Il Tribunale aveva ritenuto nullo il permesso di costruire in sanatoria ottenuto dalla donna, ipotizzando un frazionamento artificioso dell'immobile abusivo originario. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno stabilito che il Tribunale non ha motivato adeguatamente l'illegittimità della sanatoria, omettendo di specificare le volumetrie e le ragioni dell'asserito abuso. La Cassazione ha quindi annullato la decisione, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame che verifichi la validità del titolo edilizio, sospendendo temporaneamente l'esecuzione dell'ordine di demolizione.
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Responsabilità penale del rivenditore: il caso del cibo alterato
Il Responsabile del Supermercato era stato condannato per aver detenuto per la vendita confezioni di pasta biologica invase da parassiti. La difesa ha impugnato la decisione evidenziando che il prodotto si trovava in confezioni originali sigillate e che i parassiti non erano visibili dall'esterno. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, chiarendo che la responsabilità penale del rivenditore per alimenti confezionati è esclusa dall'articolo 19 della legge 283/1962, a meno che non vi sia una colpevolezza qualificata, ossia la conoscenza effettiva del difetto o la presenza di evidenti segni esterni di alterazione sulla confezione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza di condanna, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo giudizio che applichi correttamente questo principio di diritto.
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Convalida del DASPO: difesa del tifoso e tempi di notifica
Il Tifoso ha proposto ricorso in Cassazione contro la convalida del DASPO con obbligo di firma, emesso dal Questore e convalidato dal Giudice per le indagini preliminari. Il ricorrente lamentava la violazione del diritto di difesa, sostenendo che il giudice avesse convalidato la misura poche ore dopo la richiesta del Pubblico Ministero, impedendogli di presentare memorie. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il termine di 48 ore per presentare deduzioni difensive decorre dalla notifica del provvedimento del Questore al destinatario, e non dalla successiva richiesta di convalida del Pubblico Ministero. Di conseguenza, non essendovi stata alcuna violazione dei termini di difesa, la convalida del DASPO è legittima e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Legittimo impedimento: la quarantena Covid annulla la condanna
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un cittadino straniero condannato per spaccio di lieve entità, il quale non aveva potuto partecipare all'udienza d'appello poiché bloccato in isolamento fiduciario obbligatorio di dieci giorni dopo il rientro dal Marocco, come previsto dalle norme anti-Covid allora vigenti. La Corte d'appello aveva negato il rinvio, ritenendo che l'imputato avrebbe dovuto programmare meglio il viaggio. La Cassazione ha invece stabilito che la quarantena obbligatoria costituisce un assoluto e insuperabile legittimo impedimento a comparire, annullando la condanna nei suoi confronti con rinvio per un nuovo giudizio. Al contrario, ha dichiarato inammissibile il ricorso del coimputato, le cui contestazioni sulla pena erano generiche e di merito.
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Ravvedimento operoso valido anche se il Fisco indaga i fornitori
Il Procuratore della Repubblica impugnava l'assoluzione di un imprenditore accusato di dichiarazione fraudolenta. L'imputato aveva utilizzato fatture per operazioni inesistenti, ma aveva poi estinto il debito con il Fisco tramite ravvedimento operoso prima di ricevere accertamenti diretti. L'accusa sosteneva che il pagamento fosse tardivo, poiché l'Agenzia delle Entrate aveva già chiesto chiarimenti all'imprenditore durante una verifica sulla società emittente le fatture. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la richiesta di chiarimenti su verifiche altrui non costituisce formale conoscenza di un accertamento a proprio carico. Di conseguenza, il ravvedimento operoso è pienamente valido ed esclude la punibilità del reato.
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Associazione per stupefacenti: intercettazioni bastano per il carcere
Un indagato, inizialmente non ritenuto partecipe di un'associazione per delinquere e stupefacenti, viene sottoposto a custodia in carcere dopo che il Tribunale del Riesame ha ribaltato la prima decisione. L'uomo ricorre in Cassazione, sostenendo la mancanza di prove sulla sua partecipazione consapevole al gruppo criminale. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici affermano che il Tribunale del Riesame ha motivato in modo logico e sufficiente la sussistenza di gravi indizi, basandosi sull'interpretazione delle intercettazioni che delineavano una struttura organizzata, ruoli e un programma criminale. La Cassazione non può sostituire la propria valutazione dei fatti a quella del giudice di merito. L'indagato perde quindi il ricorso e la misura cautelare in carcere viene confermata.
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Coltiva cannabis: è associazione per traffico di stupefacenti
Un uomo viene messo agli arresti domiciliari per la sua partecipazione a una associazione per traffico di stupefacenti, con il compito di coltivare cannabis. L'indagato presenta ricorso in Cassazione, sostenendo di avere un ruolo marginale e che le prove a suo carico fossero deboli. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici sottolineano che per configurare il reato associativo non serve una struttura complessa, ma basta una collaborazione stabile. Le intercettazioni provavano chiaramente il suo pieno coinvolgimento, rendendo il suo ricorso generico e infondato. L'uomo perde e la misura cautelare viene confermata.
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Notifica all’imputato errata: condanna per violenza annullata
La Corte di Cassazione ha annullato una condanna per aggressione e danneggiamento avvenuti dopo una partita di calcio. La decisione non riguarda la colpevolezza dell'imputato, ma un grave errore procedurale. La Corte d'Appello, infatti, aveva inviato la convocazione per il processo a un vecchio indirizzo, ignorando il domicilio che l'imputato aveva formalmente eletto per ricevere le comunicazioni. Questa errata notifica all'imputato ha violato il suo diritto di difesa, rendendo nullo il giudizio di secondo grado. Di conseguenza, il processo d'appello dovrà essere celebrato di nuovo, partendo da una corretta comunicazione.
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