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Sezione Terza Penale — Anno 2023

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Omessa dichiarazione dei redditi: condanna sì, ma confisca ridotta
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale di un imprenditore per i reati di occultamento di scritture contabili e omessa dichiarazione dei redditi per gli anni dal 2014 al 2016. I giudici hanno ritenuto provato il dolo specifico a causa della sistematica omissione degli adempimenti fiscali. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente al calcolo della confisca. I giudici di merito avevano infatti stimato i costi aziendali al 50% per determinare l'imposta IRPEF evasa, ma non avevano applicato la stessa riduzione forfettaria per quantificare il profitto confiscabile. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio alla Corte d'appello di Brescia solo per rideterminare l'importo della confisca, rendendo definitiva la condanna penale.
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Restituzione di beni sequestrati: negata per i laser nocivi
I Carabinieri sequestravano 629 proiettori laser pericolosi per la salute degli occhi. Il Tribunale del Riesame annullava il provvedimento per difetto di motivazione sulle finalità istruttorie, ordinando la restituzione dei beni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore della Repubblica, stabilendo che la restituzione di beni sequestrati non può essere disposta se la loro commercializzazione costituisce reato ai sensi del Codice del Consumo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza del Riesame, confermando il sequestro dei prodotti pericolosi.
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Correzione errore materiale: da Milano a Milazzo in Cassazione
La Corte di Cassazione ha disposto la correzione errore materiale contenuta nell'intestazione di una precedente sentenza. Il sistema informatico aveva erroneamente registrato il luogo di nascita de Il Ricorrente come Milano anziché Milazzo. Su segnalazione della Procura della Repubblica, i giudici hanno ordinato la rettifica sia sulla sentenza cartacea sia nel sistema informatico penale (SIC), ristabilendo la verità anagrafica senza modificare la decisione di merito.
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Particolare tenuità del fatto: la Cassazione annulla la condanna
L'Imputato era stato condannato nei gradi di merito per violazione delle norme sui giochi e sulle scommesse. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, evidenziando di avere un solo precedente analogo già dichiarato non punibile. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, chiarendo che un singolo precedente non basta a configurare l'abitualità del comportamento, la quale richiede almeno due illeciti ulteriori. Poiché il ricorso era fondato, la Corte ha rilevato d'ufficio l'intervenuta prescrizione del reato, annullando senza rinvio la sentenza di condanna. L'Imputato ottiene così l'annullamento della condanna senza subire alcuna pena.
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Getto pericoloso di cose: colpevoli ma salvi per prescrizione
Il Rappresentante Legale e il Responsabile Tecnico di una società di gestione idrica, insieme a un Dirigente Comunale, sono stati ritenuti responsabili del reato di getto pericoloso di cose. Gli imputati avevano omesso di eseguire le necessarie manutenzioni al depuratore cittadino, consentendo lo sversamento diretto in mare di reflui fognari non depurati ad alta carica batterica. La Corte di Cassazione ha confermato la sussistenza del reato, ribadendo che la condotta omissiva equivale a quella attiva per chi ricopre una posizione di garanzia. Tuttavia, accertato che la condotta illecita è cessata nel 2018 con la riparazione delle condutture, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna poiché il reato è ormai estinto per prescrizione.
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Atto abnorme del G.U.P.: no al blocco del processo penale
Il Pubblico Ministero ha contestato a un'indagata la violazione delle norme sul reddito di cittadinanza. Il Giudice dell'Udienza Preliminare (G.U.P.) ha dichiarato la nullità della richiesta di rinvio a giudizio e ha restituito gli atti al Pubblico Ministero, sostenendo che la norma incriminatrice sarebbe stata abrogata in futuro. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che la decisione del giudice costituisce un atto abnorme del G.U.P. poiché introduce una causa di nullità non prevista dalla legge e provoca un'indebita regressione del processo. Al momento della contestazione, infatti, la norma era pienamente in vigore. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza senza rinvio, ordinando la trasmissione degli atti al Tribunale per la prosecuzione del procedimento.
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Sequestro preventivo per equivalente: conti bloccati per frode
Il Tribunale del Riesame confermava il sequestro preventivo per equivalente di oltre 650.000 euro nei confronti dell'Amministratore di una società di carburanti, accusato di frode fiscale sulle accise. La difesa contestava il sequestro sostenendo che le somme sul conto corrente derivassero dal proprio lavoro e fossero quindi impignorabili, e che non vi fosse prova del nesso tra il reato e il denaro. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i limiti di impignorabilità non si applicano ai compensi degli amministratori di società e che il denaro, essendo un bene fungibile, può essere sempre sottoposto a sequestro diretto come profitto del reato, senza necessità di dimostrare un nesso di pertinenzialità con l'illecito. Di conseguenza, il sequestro è stato interamente confermato.
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DASPO e violenza ai mondiali: la Cassazione respinge il ricorso
Un tifoso ha ricevuto un provvedimento di DASPO con obbligo di firma per aver aggredito, a volto coperto e in gruppo, dei sostenitori marocchini che festeggiavano i mondiali di calcio. Il tifoso ha fatto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di preavviso e l'assenza di legami con la tifoseria organizzata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il provvedimento non richiede il preavviso di avvio del procedimento per ragioni di urgenza. Inoltre, la misura si applica anche per condotte violente collegate a eventi sportivi internazionali, senza che sia necessario un legame con gruppi ultras. Infine, la procedura di convalida con difesa solo scritta è pienamente legittima e costituzionale. Il ricorrente è stato condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Obbligo di presentazione: la fretta del giudice annulla la misura
Il Questore imponeva al Destinatario del provvedimento l'obbligo di presentazione all'autorità di pubblica sicurezza. Il Giudice per le indagini preliminari convalidava la misura prima dello scadere delle quarantotto ore dalla notifica del provvedimento. Il Destinatario proponeva ricorso lamentando la violazione del diritto di difesa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il mancato rispetto del termine dilatorio di quarantotto ore impedisce l'effettivo esercizio della difesa tramite memorie scritte, determinando una nullità di ordine generale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza di convalida, dichiarando l'inefficacia della misura dell'obbligo di presentazione.
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Atto abnorme e leggi future: la Cassazione sblocca il processo
Il Giudice dell'Udienza Preliminare aveva dichiarato la nullità della richiesta di rinvio a giudizio formulata dal Pubblico Ministero nei confronti di un'indagata. Il giudice riteneva che la norma incriminatrice sulle violazioni del reddito di cittadinanza fosse stata abrogata con efficacia differita a una data futura. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che tale decisione costituisce un atto abnorme. Infatti, la norma era pienamente vigente al momento della decisione e l'ordinamento non prevede una nullità anticipata per abrogazione posticipata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento senza rinvio, ordinando la trasmissione degli atti al Tribunale per la prosecuzione del procedimento.
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Occultamento di documenti contabili: condanna anche se temporaneo
L'Amministratore di una società è stato condannato per omessa dichiarazione dei redditi e occultamento di documenti contabili. La Guardia di Finanza ha ricostruito i ricavi tramite accertamenti bancari, considerando sia i versamenti sia i prelevamenti come ricavi imponibili. La difesa sosteneva l'inutilizzabilità delle dichiarazioni confessorie rese durante la verifica fiscale e la mancanza di prove sul dolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'occultamento di documenti contabili è un reato di pericolo concreto e permanente, per il quale basta anche la temporanea indisponibilità delle scritture. Inoltre, la scelta del rito abbreviato sana l'eventuale inutilizzabilità delle dichiarazioni spontanee. L'imputato perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Rinuncia al ricorso: quando arrendersi costa caro in Cassazione
L'Imputato, condannato in appello per violazione della legge sugli stupefacenti, propone ricorso in Cassazione contestando la mancata qualificazione del fatto come uso personale o di lieve entità. Successivamente, tramite la direzione del carcere, presenta una formale dichiarazione di rinuncia al ricorso da lui sottoscritta. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso proprio a causa della sopravvenuta rinuncia al ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Omesso versamento IVA: i clienti non pagano ma il fisco condanna
Un imprenditore è stato condannato per il reato di omesso versamento IVA per non aver pagato l'imposta dovuta negli anni 2013 e 2014. La difesa sosteneva che il mancato pagamento derivasse dal mancato incasso delle fatture emesse ai clienti, con conseguente crisi di liquidità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di versare l'IVA prescinde dall'effettiva riscossione dei crediti, poiché il mancato pagamento da parte dei clienti rientra nel normale rischio d'impresa. Per escludere la colpevolezza, l'imprenditore avrebbe dovuto dimostrare di aver fatto tutto il possibile per reperire i fondi necessari, anche attingendo al proprio patrimonio personale. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per saltum: no alla Cassazione se si contesta il fatto
Tre condomini, condannati in primo grado per il reato di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone a causa di rumori molesti in condominio, hanno proposto un ricorso per saltum direttamente in Cassazione. Gli imputati lamentavano vizi di motivazione sulla responsabilità penale e il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha rilevato che, quando il ricorso immediato contiene censure sulla motivazione, non può essere trattato direttamente dalla Suprema Corte. Di conseguenza, i giudici hanno disposto la conversione del ricorso in appello, trasmettendo gli atti alla Corte d'Appello di Palermo per il regolare giudizio di secondo grado.
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Reddito di cittadinanza: condanna per quote societarie omesse
Il caso riguarda un cittadino condannato per aver reso dichiarazioni false al fine di ottenere il Reddito di cittadinanza, omettendo di indicare la titolarità di quote societarie e cariche di rappresentanza. La difesa ha sostenuto l'assenza di dolo, qualificando l'omissione come un errore colposo dovuto all'inattività delle società, e ha contestato il calcolo della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'errore sull'obbligo di comunicazione non esclude la responsabilità penale. Inoltre, l'abrogazione della disciplina del Reddito di cittadinanza, disposta dalla legge di bilancio 2023 ma con effetto dal 2024, non cancella il reato commesso precedentemente. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Carte a casa e prestanome: condannato l’amministratore di fatto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un soggetto ritenuto amministratore di fatto di una società, accusato del reato di occultamento o distruzione di scritture contabili. L'imputato sosteneva di non aver gestito l'azienda, indicando come responsabili i legali rappresentanti formali. Tuttavia, i giudici hanno accertato che i prestanome (amministratori di comodo) servivano solo a coprire la sua attività direttiva, poiché egli gestiva i rapporti con il commercialista e custodiva la documentazione contabile a casa propria. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la responsabilità penale dell'amministratore di fatto e negando le attenuanti generiche a causa dei numerosi precedenti penali e della totale assenza di pentimento. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso di persone nel reato: la condanna colpisce anche il palo
Due donne hanno agito come palo mentre i loro compagni tentavano di rubare un ingente quantitativo di carburante da un deposito durante la notte. Il furto è stato sventato dall'intervento tempestivo delle forze dell'ordine. Le imputate hanno contestato la loro responsabilità, sostenendo che il ruolo di vedetta non costituisse una partecipazione attiva. La Corte di Cassazione ha invece confermato la condanna, stabilendo che il concorso di persone nel reato si configura anche attraverso un contributo agevolatore, che rende più facile o sicura l'esecuzione del delitto, pur non essendo strettamente indispensabile. I giudici hanno inoltre confermato l'aggravante della minorata difesa per l'orario notturno e negato le attenuanti generiche a causa della pianificazione del colpo.
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Obbligo di presentazione DASPO: nullo se l’amichevole non è nota
Il caso riguarda un tifoso condannato per aver violato l'obbligo di presentazione DASPO in occasione di alcune partite, comprese amichevoli e incontri all'estero. La Corte di Cassazione ha chiarito che l'obbligo di firma si applica anche alle partite amichevoli solo se queste sono preventivamente programmate e pubblicizzate in modo da essere conoscibili dal destinatario. Poiché i giudici d'appello non avevano verificato questa concreta conoscibilità per gli incontri contestati, il ricorso è stato ritenuto fondato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato prescritti i reati relativi a tre delle date contestate, annullando senza rinvio la condanna per quegli episodi e riducendo la pena residua per il solo episodio non impugnato a otto mesi di reclusione e 6.666,00 euro di multa.
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Confisca di beni altrui: quando manca l’interesse ad impugnare
Una donna veniva accusata di lottizzazione abusiva per aver realizzato un complesso commerciale senza autorizzazione. I giudici di merito dichiaravano il reato estinto per prescrizione, ordinando però la confisca dei beni, intestati a una società terza. La donna ricorreva in Cassazione contestando sia la responsabilità penale sia la confisca. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Riguardo alla confisca, la Corte ha stabilito che la ricorrente non ha un concreto interesse ad impugnare il provvedimento, poiché i beni appartengono a una società terza e l'eventuale annullamento non le arrecherebbe alcun beneficio diretto. La società proprietaria potrà invece tutelare i propri diritti proponendo un incidente di esecuzione.
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Misure cautelari personali: la Cassazione frena la Procura
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi del Pubblico Ministero e di diversi indagati contro l'ordinanza del Tribunale di Venezia sulle misure cautelari personali applicate per reati di traffico di stupefacenti e riciclaggio. Il PM contestava il diniego delle misure per alcuni soggetti e la concessione degli arresti domiciliari anziché del carcere per altri. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del PM, confermando che il "tempo silente" (il tempo trascorso dai fatti) esclude l'attualità del pericolo di reiterazione per alcuni indagati. Ha inoltre rigettato i ricorsi dei difensori, ritenendo legittimi gli arresti domiciliari basati su gravi indizi e intercettazioni telefoniche. Di conseguenza, le misure cautelari originarie restano confermate e gli indagati sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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