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Sezione Sesta Penale — Anno 2023

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Prescrizione del reato: la recidiva pesa anche se esclusa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due condannati. Il Primo Ricorrente sosteneva l'avvenuta prescrizione del reato, ritenendo che la recidiva, dichiarata subvalente nel bilanciamento con le attenuanti, non dovesse influire sul calcolo del tempo necessario a prescrivere. La Suprema Corte ha rigettato la tesi, stabilendo che, ai fini del calcolo del termine per la prescrizione del reato, si deve tenere conto della recidiva qualificata anche se ritenuta subvalente. La Seconda Ricorrente contestava l'applicazione della recidiva e un errore nel calcolo della pena, ma i suoi motivi sono stati ritenuti generici e infondati. Entrambi i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Induzione indebita a dare o promettere utilità: accuse smentite
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero contro il rifiuto di applicare una misura cautelare nei confronti di un funzionario pubblico. L'indagato era accusato del reato di induzione indebita a dare o promettere utilità per aver asseritamente convinto un imprenditore a fornirgli arredi gratuiti per la propria abitazione. I giudici di merito hanno ritenuto insussistenti i gravi indizi di colpevolezza a causa della totale inattendibilità e delle contraddizioni nelle dichiarazioni dell'imprenditore, giudicato reticente e non credibile. La Suprema Corte ha confermato che non è possibile richiedere in sede di legittimità una nuova valutazione dei fatti se la motivazione del provvedimento impugnato è logica, coerente e priva di vizi giuridici.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: patto irrevocabile
L'Imputato ha concordato una pena (patteggiamento) per reati di droga, aggravati dalla detenzione di una quantità ingente di sostanze. Successivamente, ha presentato un ricorso per cassazione contro patteggiamento, sostenendo che il giudice non avesse valutato la sua mancanza di consapevolezza sulla reale quantità di droga. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di patteggiamento, i motivi di impugnazione sono strettamente limitati dalla legge. La contestazione sulla qualificazione giuridica del fatto è ammessa solo se l'errore è evidente e immediato. Nel caso specifico, stabilire se l'imputato fosse consapevole o meno richiede una valutazione dei fatti e delle prove, attività vietata in sede di legittimità. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: patti chiari senza ripensamenti
L'Imputato ha concordato una pena per reati di droga tramite patteggiamento. Successivamente, ha presentato ricorso in Cassazione lamentando che il giudice non avesse motivato a sufficienza il mancato proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è limitato per legge a motivi tassativi, tra cui non rientra la contestazione sulla motivazione del proscioglimento. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: la Cassazione fissa i limiti
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza del Tribunale che aveva applicato la pena concordata tramite patteggiamento per reati legati agli stupefacenti. Il ricorrente ha lamentato l'insufficienza e l'illogicità della motivazione della sentenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che la legge limita rigorosamente i motivi di impugnazione contro le sentenze di patteggiamento. Tra questi motivi non rientra il vizio di motivazione. Di conseguenza, la Corte ha respinto il ricorso e ha condannato l'Imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende. La decisione conferma l'impossibilità di contestare la motivazione di un accordo sulla pena liberamente scelto.
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Ricorso per cassazione intempestivo: la condanna è definitiva
L'Imputato, condannato in appello per il reato di evasione, ha proposto ricorso tramite il proprio difensore. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha rilevato che il deposito dell'impugnazione è avvenuto il 9 marzo 2023, ben oltre la scadenza del 28 ottobre 2022, calcolata sulla base dei quarantacinque giorni successivi al termine per il deposito della motivazione della sentenza d'appello. Per questo motivo, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso per cassazione intempestivo e quindi inammissibile. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende per evidente difetto di diligenza.
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Limiti del ricorso per cassazione contro patteggiamento
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza del Tribunale che aveva applicato la pena concordata (patteggiamento) per reati in materia di stupefacenti. La difesa lamentava la mancata motivazione sull'assenza di cause di proscioglimento immediato e l'incongruità della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La legge stabilisce infatti limiti rigidissimi per il ricorso per cassazione contro patteggiamento, consentendolo solo per vizi della volontà, difetto di correlazione tra richiesta e sentenza, errore di qualificazione giuridica o illegalità della pena. Le contestazioni sollevate non rientravano in queste ipotesi. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Revoca della misura cautelare: il tempo non cancella il rischio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro il diniego alla revoca della misura cautelare. La difesa sosteneva che il semplice decorso del tempo e la custodia subita per un altro reato attenuassero la pericolosità sociale. I giudici hanno invece chiarito che il passaggio del tempo non basta a cancellare le esigenze cautelari senza elementi positivi di cambiamento. Inoltre, i precedenti penali e le violazioni commesse in altri procedimenti dimostrano una spiccata propensione a delinquere. Di conseguenza, la richiesta di revoca della misura cautelare è stata respinta e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo firmato non si cancella
Un imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza del Tribunale che aveva applicato la pena concordata (patteggiamento) per reati in materia di stupefacenti. Il ricorrente lamentava la mancanza di motivazione sull'assenza di cause di proscioglimento immediato e sulla congruità della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento. I giudici hanno chiarito che, per legge, il ricorso contro la sentenza di patteggiamento è limitato a motivi tassativi, come l'espressione della volontà, la discordanza tra richiesta e sentenza, l'erronea qualificazione giuridica o l'illegalità della pena. Le contestazioni del ricorrente non rientravano in queste ipotesi. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Patteggiamento e ricorso per cassazione: l’accordo blinda la pena
L'Imputata ha concordato una pena per un reato di droga tramite patteggiamento. Successivamente, ha proposto ricorso lamentando la mancata esclusione della recidiva da parte del giudice, sostenendo che il precedente reato si fosse estinto grazie all'esito positivo dell'affidamento in prova ai servizi sociali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il tema del Patteggiamento e ricorso per cassazione è regolato da limiti rigorosi: la legge consente l'impugnazione solo per vizi della volontà, difformità tra richiesta e sentenza, errore di qualificazione giuridica o illegalità della pena. La contestazione sulla recidiva richiede accertamenti di fatto non consentiti in sede di legittimità. L'Imputata è stata condannata anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sequestro preventivo: la Cassazione conferma il dissequestro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore della Repubblica contro l'annullamento del sequestro preventivo di alcune società riconducibili a un indagato per estorsione aggravata da metodo mafioso. Il Tribunale del Riesame aveva revocato la misura reale ritenendo insussistente il fumus commissi delicti. La Suprema Corte ha chiarito che, contro i provvedimenti di sequestro, il ricorso in Cassazione è ammesso solo per violazione di legge e non per vizi di motivazione, a meno che la motivazione non sia totalmente assente o apparente. Nel caso specifico, i giudici di merito hanno ampiamente giustificato la decisione analizzando testimonianze e intercettazioni. Di conseguenza, l'impugnazione del pubblico ministero è stata respinta, confermando il dissequestro dei beni aziendali.
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Custodia cautelare in carcere: la condanna cancella i riesami
L'Imputata, accusata di associazione a delinquere finalizzata alla circonvenzione di incapaci, ricettazione ed estorsione, impugnava la conferma della custodia cautelare in carcere disposta dal Tribunale del Riesame in sede di rinvio. La difesa contestava l'omessa valutazione sulle modalità di accertamento dell'incapacità delle vittime. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la sopravvenuta sentenza di condanna in primo grado, anche se non definitiva, assorbe la verifica dei gravi indizi di colpevolezza e fa venir meno l'interesse dell'indagato a contestare la misura cautelare in sede di riesame. La decisione cautelare non può infatti porsi in contrasto con l'accertamento di merito già compiuto dal giudice di primo grado.
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Sequestro probatorio del cellulare: chat di spaccio e privacy
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro il provvedimento del Tribunale del Riesame che confermava il sequestro probatorio del cellulare. L'indagine riguardava il reato di spaccio di sostanze stupefacenti. La polizia aveva rinvenuto nella memoria del dispositivo alcune chat di rilevante interesse investigativo. La difesa contestava la mancanza di proporzionalità del sequestro e un errore materiale sull'indicazione della forza di polizia operante. I giudici hanno stabilito che l'errore formale non invalida l'esito dell'ispezione e che il sequestro probatorio del cellulare è proporzionato e necessario per analizzare e raccordare i messaggi con altri elementi di indagine, non potendosi limitare la prova alla sola visione superficiale di foto o video. L'Indagato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sequestro preventivo: stop ai ricorsi senza violazione di legge
Il Tribunale del riesame annullava il sequestro preventivo di alcune società riconducibili a un indagato per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il Procuratore della Repubblica proponeva ricorso per cassazione, lamentando la mancanza e la manifesta illogicità della motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore. La Corte ha chiarito che il ricorso contro i provvedimenti di sequestro preventivo è ammesso solo per violazione di legge e non per vizi di motivazione, a meno che la motivazione non sia del tutto assente o meramente apparente. Nel caso specifico, il Tribunale aveva ampiamente motivato la decisione analizzando le dichiarazioni della vittima e le intercettazioni, escludendo così ogni violazione di legge. Di conseguenza, l'annullamento del sequestro preventivo è stato confermato a favore dell'indagato.
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Concordato sulla pena: l’accordo impedisce il ricorso successivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che contestava la determinazione della sanzione dopo aver attivato il concordato sulla pena in appello. La difesa aveva concordato la sanzione rinunciando ai motivi di appello, ma l'imputato ha successivamente impugnato la decisione lamentando un difetto di motivazione. La Suprema Corte ha stabilito che esiste una carenza di interesse nel contestare una decisione frutto di un accordo bilaterale accettato dal giudice. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo che cancella il ricorso
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello di Milano. Tuttavia, il procedimento di secondo grado si era concluso con un concordato in appello, attraverso il quale le parti avevano concordato la pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accordo sulla pena comporta la rinuncia implicita alle altre questioni sollevate. Questa rinuncia produce un effetto preclusivo che impedisce di contestare la responsabilità penale o i vizi di motivazione in sede di legittimità. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Competenza per territorio: scontro tra Milano e Brescia
Il caso nasce da un'indagine per calunnia e diffamazione che coinvolgeva un magistrato e un avvocato. Il Giudice per le indagini preliminari di Brescia ha archiviato la posizione del magistrato e ha dichiarato la propria incompetenza per la parte restante riguardante l'avvocato, restituendo gli atti a Milano. Gli imputati hanno fatto ricorso in Cassazione denunciando l'abnormità della decisione per mancata promozione di un conflitto di competenza. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. Ha stabilito che, una volta archiviata la posizione del magistrato, cessa la competenza speciale e si applica la ordinaria competenza per territorio senza che operi la conservazione della giurisdizione. Il provvedimento del giudice bresciano è dunque pienamente legittimo e non abnorme.
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Esigenze cautelari: la Cassazione frena il ricorso del PM
Il Tribunale del riesame riduceva da un anno a sei mesi la durata di una misura interdittiva applicata a un indagato, escludendo i gravi indizi per il reato di frode in pubbliche forniture. Il Pubblico Ministero proponeva ricorso in Cassazione contestando solo l'esclusione dei gravi indizi di colpevolezza, senza però motivare sulla persistenza e attualità delle esigenze cautelari, nonostante la misura fosse già interamente decorsa. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici hanno stabilito che l'accusa, per impugnare utilmente la revoca o riduzione di una misura, deve dimostrare l'attualità delle esigenze cautelari, soprattutto quando il periodo di efficacia della misura è già scaduto. Di conseguenza, l'indagato mantiene la riduzione della misura interdittiva ormai esaurita.
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Droga e arresti domiciliari: perché la famiglia non basta
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un giovane indagato per detenzione di oltre 3 kg di droga, confermando la custodia in carcere. La difesa chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico presso l'abitazione degli zii. La Suprema Corte ha stabilito che l'ingente quantitativo di stupefacenti dimostra legami stabili con la criminalità organizzata, rendendo inadeguati gli arresti domiciliari. Inoltre, la disponibilità dei familiari a ospitare l'indagato non garantisce la necessaria vigilanza per evitare il pericolo di reiterazione del reato. L'indagato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: condanna inevitabile
Il caso riguarda Il Ricorrente, condannato per riciclaggio aggravato per aver impiegato fondi di provenienza illecita nell'aumento di capitale di una società alberghiera. La difesa ha presentato un ricorso straordinario per errore di fatto, sostenendo che la Corte di Cassazione avesse travisato i risultati di una perizia tecnica sulla reale capacità finanziaria degli imputati, omettendo di considerare un ampio arco temporale e una consulenza di parte. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che le contestazioni della difesa non riguardavano un errore materiale di percezione visiva dei documenti, bensì una critica sulla valutazione delle prove effettuata nei gradi precedenti. Di conseguenza, la condanna originaria è stata confermata e Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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