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D.P.R. 309/1990 — Anno 2022

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Altri anni per D.P.R. 309/1990

Ricorso contro il patteggiamento: accordo e sanzione
L'Imputato ha concordato l'applicazione della pena davanti al Giudice per le Indagini Preliminari per reati in materia di stupefacenti. Successivamente, la difesa ha presentato un ricorso contro il patteggiamento lamentando esclusivamente un difetto di motivazione del provvedimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. La legge limita tassativamente le ipotesi di impugnazione delle sentenze concordate, escludendo generiche contestazioni sulla motivazione se non emerge una causa evidente di non punibilità. I Supremi Giudici hanno quindi condannato l'Imputato alle spese legali e al versamento di quattromila euro alla Cassa delle Ammende per ricorso inammissibile con colpa.
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Ricorso Penale Inammissibile: Errore di Diritto non Manifesto
Due individui hanno presentato ricorso contro una sentenza del Tribunale di Bologna. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale. I ricorrenti contestavano un'erronea qualificazione giuridica del fatto, sostenendo che la detenzione di stupefacenti dovesse essere riqualificata come ricettazione. Tuttavia, la Corte ha stabilito che l'errore non era 'manifesto', una condizione necessaria per l'accoglimento del ricorso in Cassazione in questi casi. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti e i ricorrenti condannati al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Dose minima e precedente unico: vale la particolare tenuità del fatto
I giudici di merito hanno condannato l'imputato a quattro mesi di reclusione per detenzione di modica quantità di sostanza stupefacente. La Corte di appello ha negato l'esclusione della punibilità ritenendo che un singolo precedente penale dimostrasse l'abitualità del crimine. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso difensivo, chiarendo che un solo precedente non basta a integrare la condotta abituale. I giudici supremi hanno applicato la particolare tenuità del fatto e annullato la condanna senza rinvio a causa del minimo disvalore dell'illecito commesso.
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Consumo di gruppo e spaccio: i limiti del ricorso
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza di condanna per reati legati agli stupefacenti, sostenendo la tesi difensiva del consumo di gruppo per escludere l'attività di spaccio. La difesa ha inoltre chiesto per la prima volta la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e ha sollevato dubbi di legittimità costituzionale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso integralmente inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove già esaminate in appello. La Corte ha inoltre stabilito che le nuove eccezioni di diritto non possono essere presentate per la prima volta durante il giudizio di legittimità. Di conseguenza, L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali insieme a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Associazione per traffico di stupefacenti: carcere confermato
Un indagato ha impugnato l'ordinanza cautelare che confermava la custodia in carcere per il reato di associazione per traffico di stupefacenti e singoli episodi di cessione. La difesa ha eccepito la nullità del provvedimento per motivazione apparente, la presunta illegittimità delle intercettazioni e l'assenza di gravi indizi, sostenendo una diversa lettura delle comunicazioni intercettate. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'ordinanza del tribunale conteneva un'autonoma e rigorosa valutazione degli indizi. Il materiale investigativo ha provato il ruolo stabile dell'indagato, il quale gestiva consegne, debiti e svolgeva compiti di vedetta.
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Patteggiamento e Ricorso in Cassazione: quando l’accordo vincola
Un imputato, condannato per detenzione di eroina, ha presentato un ricorso in Cassazione dopo aver raggiunto un concordato in appello (patteggiamento) che aveva ridotto la sua pena. Il ricorso contestava il mancato riconoscimento del "fatto di lieve entità" per il reato di droga. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito che l'accordo di patteggiamento implica la rinuncia a sollevare ulteriori questioni, anche quelle rilevabili d'ufficio, salvo eccezioni specifiche non presenti nel caso. Pertanto, la richiesta dell'imputato di riconsiderare la gravità del reato era estranea all'accordo già raggiunto. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Droga in casa: Concorso di persone nel reato e ricorso inammissibile
Una donna è stata condannata per detenzione illecita di droga, trovata nella sua abitazione condivisa con il compagno. La Corte d'Appello aveva confermato la sua responsabilità, ritenendo provato il concorso di persone nel reato di droga, basandosi sul ritrovamento di stupefacenti in una scarpa da donna e di denaro e strumenti per lo spaccio in casa. La donna ha presentato ricorso in Cassazione, contestando sia la sua partecipazione al reato sia il mancato riconoscimento della fattispecie di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la piena responsabilità della donna e l'esclusione della lieve entità, data la quantità e qualità delle sostanze e l'organizzazione dello spaccio.
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Ricorso contro patteggiamento: reato e confisca confermati
L'Imputato ha concordato una pena di tre anni di reclusione e quattordicimila euro di multa per reiterate cessioni di sostanze stupefacenti. Il giudice di primo grado ha disposto contestualmente la confisca di 6.300 euro trovati in suo possesso, qualificandoli come provento illecito. La difesa ha proposto ricorso per cassazione, chiedendo di riclassificare il reato nella fattispecie di lieve entità e contestando la confisca per assenza di collegamento diretto con le vendite. La Corte di Cassazione ha respinto l'impugnazione. Il ricorso contro patteggiamento è circoscritto dalla legge a casi tassativi di manifesta illegalità e non consente la rivalutazione delle prove o dei fatti già accettati. I giudici hanno confermato la legittimità della confisca della somma patrimoniale e hanno condannato il ricorrente al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Fornitore e associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
I giudici confermano la condanna per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti a carico di un fornitore stabile e di una collaboratrice di giustizia. Il fornitore sosteneva di aver compiuto cessioni isolate, ma i magistrati hanno accertato la sua costante disponibilità ad approvvigionare la piazza di spaccio per mesi con cocaina e crack, maturando crediti e programmando incontri di vertice. Tale condotta supera la mera compravendita e dimostra la piena adesione al programma criminale del gruppo. La Suprema Corte ha inoltre chiarito che lo status di collaboratore di giustizia non comporta l'automatica concessione delle circostanze attenuanti generiche, data la gravità dei reati e la pericolosità sociale. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili con sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: sanzione dopo il ricorso generico
L'imputato, condannato in primo grado per reati di lieve entità in materia di stupefacenti, ha ottenuto in secondo grado una riduzione della sanzione tramite concordato in appello, rinunciando contestualmente a tutte le altre contestazioni. Successivamente, la difesa ha proposto ricorso per cassazione senza specificare i motivi di fatto e di diritto a fondamento dell'impugnazione. La Suprema Corte ha rilevato la totale genericità dell'atto e l'incompatibilità logico-giuridica tra la definizione concordata della pena e una nuova impugnazione non motivata. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile senza necessità di udienza, condannando il ricorrente al pagamento delle spese legali e a una sanzione di 4.000 euro a favore della Cassa delle ammende.
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Spaccio di stupefacenti: Cassazione nega la lieve entità del reato
Un Lavoratore è stato condannato per spaccio di stupefacenti. Ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che il suo caso rientrasse nella fattispecie di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che la quantità e il tipo di droga, il numero di dosi ricavabili e i collegamenti con canali di rifornimento escludevano la configurabilità dello spaccio di stupefacenti di lieve entità. Il Lavoratore deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Revoca della misura cautelare: il tempo non basta
Un'indagata sottoposta agli arresti domiciliari per cessione di stupefacenti ha richiesto la revoca della misura cautelare o la sua sostituzione. La difesa ha sostenuto l'attenuazione delle esigenze cautelari a causa del tempo trascorso dall'inizio della misura e della scelta del rito abbreviato. I giudici di merito hanno respinto l'istanza evidenziando che le ragioni addotte erano già state esaminate e respinte in sede di riesame. La Corte di Cassazione ha confermato tale orientamento e ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il mero decorso del tempo e la scelta del rito processuale non costituiscono elementi nuovi idonei a superare il giudicato cautelare, confermando la piena validità della misura restrittiva e condannando la ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in Appello: L’Inammissibilità Ricorso in Cassazione è Definitiva
Due imputati, condannati per reati legati agli stupefacenti (Art. 73 d.P.R. 309/1990), hanno presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza d'appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso in Cassazione. Questo è avvenuto perché gli imputati avevano precedentemente raggiunto un 'concordato in appello', un accordo sulla pena che implica la rinuncia a contestare la responsabilità e la colpevolezza. Tale accordo preclude (impedisce) ulteriori contestazioni in sede di legittimità, anche per vizi di motivazione. I ricorsi sono stati quindi respinti, e gli imputati sono stati condannati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Patteggiamento e ricorso in Cassazione: i limiti dell’accordo
L'Imputato concorda una pena ridotta con la Procura per rapina, porto d'armi e spaccio di sostanze stupefacenti. Il Giudice ratifica l'accordo mediante sentenza. Successivamente, L'Imputato presenta ricorso per Cassazione sostenendo che la detenzione di droga costituisse mero uso di gruppo e non spaccio. La Suprema Corte dichiara l'atto inammissibile. Il binomio tra patteggiamento e ricorso in Cassazione prevede limiti stringenti stabiliti dalla legge: l'errore di qualificazione giuridica giustifica l'impugnazione solo se palese e immediatamente evidente dal capo d'imputazione. I giudici condannano L'Imputato alle spese e a quattromila euro di sanzione.
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Spaccio di lieve entità: la vendita continuata esclude lo sconto
L'Imputato ha proposto ricorso per contestare la mancata riqualificazione della propria condotta di cessione di sostanze stupefacenti nella fattispecie meno grave dello spaccio di lieve entità. I giudici hanno accertato una condotta ripetuta nel tempo con significative capacità diffusive sul mercato illecito. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo che la continuità dell'attività di smercio esclude radicalmente la natura minima dell'offesa. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso e hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato: la Cassazione convalida il calcolo della pena
L'Imputato è stato condannato per delitti in materia di sostanze stupefacenti. Nel corso del giudizio, la Corte d'Appello ha rideterminato il trattamento sanzionatorio per rimediare a un vizio di calcolo, integrando l'aumento dovuto al reato continuato con una precedente condanna definitiva irrevocabile. La difesa ha impugnato la nuova quantificazione, sostenendo l'eccessività della pena base e la sproporzione dell'incremento stabilito per la continuazione esterna. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice di rinvio ha correttamente eseguito il mandato conferito, emendando l'errore contabile senza dover ridiscutere la complessiva congruità della pena già accertata. Il ricorrente è stato condannato alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio nel parco: confermata l’applicazione della recidiva
L'Imputato è stato condannato per detenzione ai fini di spaccio di dosi di eroina all'interno di un parco pubblico. I giudici di merito hanno inflitto la pena di un anno e sei mesi di reclusione oltre a una multa, riconoscendo l'aumento di pena per i precedenti penali specifici. L'Imputato ha presentato ricorso per contestare la sussistenza dei presupposti per la contestazione della sua condotta passata. La Corte di Cassazione ha confermato la piena legittimità della decisione impugnata. I giudici hanno chiarito che l'attività continuativa di spaccio denota una serialità allarmante e una condotta criminale crescente. Di conseguenza, l'applicazione della recidiva risulta pienamente giustificata. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo chiude i dubbi
Un imputato, dopo aver concordato la pena per detenzione illecita di hashish e cocaina, ha proposto un ricorso contro patteggiamento davanti alla Corte di Cassazione. Il ricorrente sosteneva che il giudice dovesse riconoscere la fattispecie di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso. La legge limita l'impugnazione del patteggiamento per errata qualificazione giuridica ai soli casi di errore palese e macroscopico. L'imputato non ha evidenziato un errore manifesto, ma ha cercato una nuova valutazione dei fatti, vietata in sede di legittimità. Il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Peculato e falso in atto pubblico: custode condannato
Un dipendente giudiziario addetto all'archivio si è appropriato di reperti custoditi nell'ufficio corpi di reato, consistenti in lingotti d'oro e ingenti quantità di cocaina. Per mascherare l'ammanco, il lavoratore ha redatto falsi verbali di restituzione e ha retrodatato annotazioni sui registri ufficiali. Nei successivi gradi di giudizio, l'imputato ha sostenuto la tesi del mero esecutore di ordini altrui, invocando la disorganizzazione dell'ufficio e proponendo ricostruzioni alternative dei fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per peculato e falso in atto pubblico nonché per detenzione illecita di stupefacenti, evidenziando che le mere congetture difensive non integrano un ragionevole dubbio idoneo a superare il quadro probatorio.
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Efficacia drogante della sostanza e ricorso inammissibile
L'Imputata ha proposto ricorso per contestare la cessione di stupefacenti in concorso con un terzo. La difesa lamentava l'assenza di prove adeguate circa la natura e l'efficacia drogante della sostanza ceduta, oltre a contestare la recidiva tramite motivi aggiunti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi presentati riproducevano pedissequamente le medesime censure già analizzate e correttamente respinte dalla Corte di Appello. Di conseguenza, l'inammissibilità dell'impugnazione principale ha reso impossibile l'esame dei motivi aggiunti sulla recidiva. La ricorrente perde la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese processuali, oltre a tremila euro da versare alla Cassa delle ammende.
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