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D.P.R. 309/1990 — Anno 2022

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Altri anni per D.P.R. 309/1990

Patteggiamento e Ricorso Inammissibile: L’accordo è vincolante
Un Lavoratore, accusato di reati legati alla droga, ha presentato un ricorso contro la sentenza del GIP che aveva omologato un'applicazione della pena concordata (patteggiamento). Il Lavoratore contestava la sussistenza della circostanza aggravante dell'ingente quantità. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che il giudice, nel patteggiamento, deve solo verificare la correttezza dell'accordo e la qualificazione giuridica del fatto, senza che le parti possano poi introdurre nuove questioni già oggetto di accordo. Pertanto, il Lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato e recidiva: i tempi non si azzerano
Due imputati hanno presentato ricorso per Cassazione chiedendo l'annullamento della sentenza di condanna per reati legati a sostanze stupefacenti commessi nel 2009. I ricorrenti sostenevano che fosse già maturata l'estinzione dei reati per decorso del tempo. La Suprema Corte ha respinto le tesi difensive, chiarendo il meccanismo che regola la prescrizione del reato e recidiva. La presenza della recidiva reiterata e infraquinquennale (reiterata entro cinque anni) comporta un aumento del termine massimo di prescrizione pari a due terzi anziché al consueto quarto. Al computo totale si aggiungono inoltre i periodi di sospensione determinati dalle astensioni e dagli impedimenti dei difensori. A fronte di tali regole, il reato non era affatto estinto. I giudici hanno dichiarato inammissibili i ricorsi e hanno condannato gli imputati al pagamento delle spese legali e di una somma a favore della Cassa delle Ammende.
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Confisca del denaro per spaccio: contanti presi sul fatto
L'Imputato veniva sorpreso dalle forze dell'ordine nell'atto di cedere sostanze stupefacenti in cambio di contanti. A seguito di patteggiamento per i reati di spaccio, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, il Tribunale ordinava la confisca di 198 euro trovati in suo possesso. L'Imputato ricorreva in Cassazione lamentando la mancanza di prova sul legame tra il denaro sequestrato e l'attività illecita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la confisca del denaro per spaccio è del tutto legittima se gli agenti assistono direttamente allo scambio di droga in cambio di contanti, poi rinvenuti e sequestrati al momento dell'arresto. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Continuazione Reato Abbreviato: Cassazione Ricalcola la Pena
Un Condannato, già sanzionato per reati di spaccio di droga, ha chiesto al Tribunale di Pescara di applicare la continuazione di reato per unificare le sue pene. Il Tribunale ha ricalcolato la pena, ma ha omesso di applicare la riduzione di un terzo prevista per il rito abbreviato su una parte della sanzione. Il Condannato ha presentato ricorso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso. Ha stabilito che la riduzione per il rito abbreviato deve sempre applicarsi anche alla frazione di pena aumentata per la continuazione, se il reato satellite è stato giudicato con rito abbreviato. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza e rideterminato la pena finale, riducendola a dieci mesi e dieci giorni di reclusione e 1.000,00 euro di multa.
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Inammissibilità del Ricorso Penale: Spaccio e Lieve Entità del Fatto
La Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso penale proposto da tre imputati condannati per spaccio di sostanze stupefacenti. I ricorrenti contestavano la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto (art. 131-bis c.p.) e l'eccessività delle pene. La Corte ha chiarito che il giudice di merito aveva implicitamente escluso la tenuità del fatto, data la reiterazione delle condotte e il ruolo non marginale degli imputati. Ha inoltre ribadito che la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito, se adeguatamente motivata. L'inammissibilità dei ricorsi ha precluso ogni ulteriore valutazione, inclusa la prescrizione.
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Notifica errata al difensore: la Nullità assoluta ribalta la condanna
Un imputato, condannato per un reato legato agli stupefacenti, aveva presentato appello tramite il suo difensore di fiducia. La Corte d'Appello, tuttavia, ha notificato il decreto di citazione e il dispositivo della sentenza a un avvocato omonimo, ma persona fisica diversa dal legale effettivamente incaricato. Questo errore ha comportato una grave violazione del diritto di difesa. La Corte di Cassazione ha riconosciuto la "Nullità assoluta" della sentenza d'appello, annullandola senza rinvio e disponendo la trasmissione degli atti alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio.
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Spaccio e confisca facoltativa: sì ai soldi, no ai telefoni
Il Tribunale ha condannato un imputato per detenzione e cessione di sostanze stupefacenti mediante patteggiamento. Contestualmente il giudice ha disposto la confisca del denaro e degli smartphone trovati in suo possesso. L'imputato ha presentato ricorso contestando la legittimità della misura patrimoniale. La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro del denaro quale profitto del reato, ma ha annullato il provvedimento relativo agli apparecchi telefonici. Per disporre la confisca facoltativa delle cose usate per commettere il reato serve una motivazione rigorosa. Il giudice deve dimostrare un reale nesso strumentale tra gli smartphone e l'attività illecita contestata.
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Coltivazione di sostanze stupefacenti: inammissibile ogni scusa
L'Imputato è stato condannato per il reato di coltivazione di sostanze stupefacenti dopo essere stato sorpreso a controllare un'imponente piantagione di canapa con impianto di irrigazione. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando il campionamento delle piante, la qualità botanica della canapa e proponendo una versione alternativa secondo cui l'uomo cercava un venditore o acqua. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che le contestazioni tecniche non erano state sollevate in appello e sono quindi precluse. Inoltre, l'elevato numero di dosi ricavabili, stimato fino a oltre 30.000, impedisce la qualificazione come fatto di lieve entità. L'Imputato deve pagare le spese processuali e 3.000 euro alla Cassa delle Ammende.
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Cocaina in ufficio: detenzione di sostanze stupefacenti confermata
L'Imputato nascondeva nel proprio ufficio 4,55 grammi di cocaina, due bilancini di precisione, un fornellino a gas, 22 ritagli di cellophane e fogli con calcoli per la suddivisione delle dosi. I giudici di merito lo hanno condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti finalizzata allo spaccio, negando la particolare tenuità del fatto per la pericolosità della condotta. L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione chiedendo una rilettura delle prove, l'applicazione della causa di non punibilità e la riduzione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: il giudice di legittimità non può rivalutare i fatti già logicamente accertati e la strumentazione da confezionamento conferma la destinazione della droga alla vendita. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Astensione avvocato udienza camerale: diritto difesa vs. procedura
La Corte di Cassazione ha affrontato un caso di Astensione avvocato udienza camerale durante l'emergenza COVID-19. Un imputato, condannato per reati di droga, aveva presentato ricorso lamentando la nullità del processo d'appello. Il suo difensore aveva aderito all'astensione dalle udienze, ma il giudice aveva comunque proceduto con l'udienza camerale non partecipata. La Suprema Corte ha stabilito che, in assenza di una richiesta di discussione orale, l'adesione all'astensione non obbliga il giudice a rinviare il procedimento. Questo vale per le udienze camerali svolte in modalità scritta. Il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese.
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Gravi indizi di colpevolezza: Cassazione conferma custodia per droga
Un Indagato ha impugnato una misura cautelare personale (custodia in carcere) per associazione finalizzata al traffico di droga. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la misura, ritenendo sussistenti gravi indizi di colpevolezza basati su intercettazioni e indagini. L'Indagato ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la competenza territoriale e l'insussistenza degli indizi e delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione dei gravi indizi di colpevolezza e delle misure cautelari spetta al giudice di merito, salvo vizi logici o violazioni di legge.
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Custodia cautelare per associazione mafiosa: resta in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare per associazione mafiosa e traffico di droga a carico di un indagato ritenuto legato a un clan locale. L'uomo aveva proposto ricorso sostenendo l'errata interpretazione delle intercettazioni e l'assenza di prove sulla sua effettiva appartenenza al sodalizio criminale, riducendo le sue condotte a meri vincoli di parentela e spaccio occasionale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: la partecipazione all'associazione mafiosa si può dedurre anche dalla commissione dei singoli reati-fine, come l'estorsione e il traffico di sostanze stupefacenti. Inoltre, l'interpretazione dei dialoghi intercettati spetta al giudice di merito e non è rivedibile se motivata in modo logico. L'indagato resta pertanto in carcere.
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Traffico internazionale di stupefacenti tra condanna e rinvio
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un imprenditore condannato per traffico internazionale di stupefacenti e partecipazione ad un'associazione criminale. L'accusa contestava l'importazione di ingenti quantitativi di cocaina nascosti in carichi navali di frutta tropicale tra il 2017 e il 2018. La Suprema Corte ha confermato la penale responsabilità dell'imputato per il reato associativo e per la spedizione di marzo 2018. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno annullato la sentenza con rinvio per gli episodi di ottobre e dicembre 2017. La decisione motiva la necessità di un riesame poiché i giudici di appello non avevano valutato l'assoluzione di altri coimputati per gli stessi carichi di droga.
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Detenzione a fini di spaccio: confine tra uso personale e reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per la detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti quali marijuana e cocaina. L'uomo sosteneva la destinazione all'uso personale, contestando il valore indiziario del bilancino e la mancata concessione delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha chiarito che la detenzione a fini di spaccio si desume dall'insieme di più elementi: quantitativo, presenza di strumenti di pesa, pluralità di droghe e sproporzione economica rispetto ai redditi dell'imputato. È stata inoltre ribadita la piena compatibilità tra il diniego delle attenuanti generiche e la concessione della sospensione condizionale della pena, poiché i due istituti rispondono a finalità diverse. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: casa propria ma condanna pesante
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un condannato per la detenzione ai fini di spaccio di oltre 56 grammi di hashish, da cui erano ricavabili circa 420 dosi. Lo stupefacente e un bilancino erano stati trovati all'interno di un muretto nel cortile di pertinenza esclusiva dell'abitazione dell'imputato, insieme a materiale per il confezionamento. I giudici hanno escluso la lieve entità del fatto a causa dell'elevato dato ponderale e delle modalità della condotta. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato la pena superiore al minimo edittale in ragione dei numerosi precedenti penali dell'imputato. Il ricorso è stato respinto con condanna alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Esclusione della recidiva: Cassazione respinge il ricorso
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso presentato da un imputato condannato in appello per reati in materia di stupefacenti. L'interessato contestava la mancata esclusione della recidiva e richiedeva una diversa valutazione degli elementi probatori raccolti durante il processo. I Supremi Giudici hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. La difesa ha infatti riproposto mere censure di merito invece di denunciare vizi di legge o mancanze logiche della sentenza precedente. La Cassazione non può riesaminare i fatti già accertati dai giudici territoriali. A seguito del rigetto, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Arresti domiciliari: la recidiva cancella la sospensione della pena
Un giovane imputato, condannato in primo grado per reati inerenti agli stupefacenti, resistenza e false generalità, ha impugnato l'ordinanza cautelare che gli imponeva gli arresti domiciliari. Il ricorrente lamentava la mancata valutazione circa la possibilità di ottenere la sospensione condizionale della pena e contestava l'adeguatezza della misura coercitiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato che i numerosi e ravvicinati precedenti penali dell'imputato dimostrano un elevato rischio di recidiva. Tale evidenza esclude in radice una prognosi favorevole sulla sua condotta futura. La sussistenza del pericolo di reiterazione del crimine esonera il tribunale dal dover argomentare sulla possibile concessione dei benefici di pena.
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Ricorso per Cassazione e recidiva: il nodo dei motivi nuovi
Un imputato, condannato in appello per reati in materia di stupefacenti, ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione lamentando un vizio di motivazione per la mancata esclusione della recidiva. La Suprema Corte ha esaminato gli atti e ha rilevato che tale contestazione non era mai stata sollevata nel precedente atto di appello. In conformità alle norme di rito, la Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. Chi intende far valere censure di merito deve sollevarle tempestivamente nei gradi precedenti. Il tema del ricorso per Cassazione e recidiva evidenzia infatti il divieto di dedurre per la prima volta questioni di fatto e doglianze non trattate in appello. Il ricorrente è stato quindi condannato al pagamento delle spese del procedimento e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: 59 dosi aumentano la pena
L'Imputato è stato trovato in possesso di diciannove grammi di cocaina, dai quali era possibile ricavare cinquantanove dosi singole. Nonostante l'inquadramento nella fattispecie dello spaccio di lieve entità, la Corte d'Appello ha confermato una sanzione commisurata all'elevato numero di dosi ricavabili, ritenuto indice di elevata gravità. L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando un difetto di motivazione sulla determinazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché ripetitivo di argomentazioni già correttamente respinte. Il giudice di merito ha motivato in modo logico applicando i criteri di legge. Di conseguenza, L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Espulsione dello straniero e patteggiamento senza valutazione
Un cittadino straniero ha concordato una pena per spaccio di sostanze stupefacenti tramite patteggiamento. Il giudice ha applicato la pena richiesta, ma ha tralasciato di valutare l'eventuale espulsione dello straniero dal territorio nazionale. Il Procuratore Generale ha proposto ricorso in Cassazione per lamentare la mancata verifica della pericolosità sociale del condannato. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha annullato la sentenza limitatamente a questo punto. Il giudice di merito dovrà ora svolgere un accertamento specifico per verificare se sussista la concreta pericolosità sociale e stabilire l'applicazione della misura dell'espulsione dello straniero a pena espiata.
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