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D.P.R. 309/1990 — Anno 2022

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Altri anni per D.P.R. 309/1990

Concorso nella detenzione di stupefacenti o semplice convivenza
Le forze dell'ordine rinvengono una consistente partita di cocaina e marijuana in un vano segreto azionabile con telecomando nella cucina dell'abitazione familiare. Il figlio convivente si assume l'intera responsabilità delle sostanze, ma i giudici condannano anche il genitore. L'imputato presenta ricorso affermando la propria estraneità e invocando la semplice convivenza passiva non punibile. La Corte di Cassazione conferma la condanna a quattro anni di reclusione e ventimila euro di multa. La Corte esclude la semplice tolleranza e ravvisa il concorso nella detenzione di stupefacenti poiché il genitore conosceva l'esatta natura della droga, ha azionato l'impianto del nascondiglio e ha garantito un supporto logistico fondamentale nell'alloggio comune.
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Ricorso Inammissibile: La Cassazione Boccia l’Appello Generico
Un individuo ha presentato un ricorso contro una sentenza che non gli aveva concesso le circostanze attenuanti generiche, non aveva disapplicato la recidiva e aveva, a suo dire, determinato erroneamente la pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il motivo principale è stata la sua mancanza di specificità. Il ricorso non indicava in modo chiaro i motivi di diritto e gli elementi di fatto che avrebbero dovuto sostenere la richiesta di annullamento. Per questo, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende. Questo caso sottolinea l'importanza della specificità in un ricorso inammissibile.
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Lieve entità nello spaccio negata per cocaina pura al 70%
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un imputato condannato per traffico di stupefacenti. L'imputato chiedeva il riconoscimento del fatto di lieve entità nello spaccio. Gli inquirenti avevano sequestrato centosettantacinque grammi di cocaina con principio attivo superiore al 70 per cento, oltre a varie dosi già confezionate e cedute. I giudici hanno escluso la lieve entità nello spaccio poiché la purezza della droga e il quantitativo dimostravano una struttura idonea a rifornire un numero consistente di acquirenti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato l'uomo al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione e motivi ripetitivi
L'Imputato, condannato per cessione di stupefacenti di lieve entità in concorso alla pena di otto mesi di reclusione e mille euro di multa dopo la riduzione accordata in secondo grado, ha presentato ricorso lamentando l'eccessività della sanzione. Il ricorrente ha sostenuto l'errata applicazione della recidiva e la mancata valorizzazione della collaborazione prestata alle autorità. I giudici hanno rilevato la totale assenza di una critica specifica contro la decisione impugnata, decretando l'inammissibilità del ricorso per cassazione perché i motivi si limitavano a reiterare argomenti già esaminati e motivatamente respinti nel precedente grado. L'interessato è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato negato per due cessioni di droga
I giudici di merito hanno condannato un uomo per due distinti episodi di cessione di stupefacenti di lieve entità commessi nella stessa giornata. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della disciplina del reato continuato tra le due violazioni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile. L'imputato non ha dimostrato l'esistenza di un disegno criminoso preventivo e unitario. La decisione ha confermato la condanna e inflitto all'imputato il pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: tra uso personale e condanna
Un uomo è stato condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti destinate allo spaccio. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto diverse tipologie di sostanze frazionate in numerose dosi e una consistente somma di denaro contante, nonostante l'assenza di un'occupazione lavorativa regolare. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo l'uso personale della droga e invocando l'attenuante della lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando integralmente la condanna stabilita nei gradi precedenti. I giudici hanno ritenuto la ricostruzione probatoria solida, coerente e insindacabile in sede di legittimità.
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Sorveglianza speciale: confermata la misura per ricorso inammissibile
I giudici di merito hanno applicato a un soggetto la misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di residenza per due anni e versamento di una cauzione. La Corte di Appello ha accertato la pericolosità sociale del soggetto, richiamando anche una precedente condanna per traffico di stupefacenti aggravato da metodo mafioso. Il destinatario della misura ha presentato ricorso in Cassazione contestando la logica della motivazione e il giudizio penale sottostante. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ricordando che contro le misure di prevenzione si può ricorrere solo per violazione di legge e non per meri difetti di motivazione. Il ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Confisca di denaro e spaccio: la Cassazione annulla il sequestro
Un uomo ha concordato una pena tramite patteggiamento per la detenzione di circa cinque grammi di cocaina e per altre infrazioni. Il giudice di merito ha ordinato la confisca della somma di denaro trovata in suo possesso, qualificandola come guadagno del reato. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione per contestare il sequestro dei contanti. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e annullato la misura patrimoniale senza rinvio. I giudici hanno chiarito che la semplice detenzione di droga non genera in modo automatico un guadagno illecito. Di conseguenza, la confisca di denaro e spaccio non può applicarsi senza la prova di un effettivo scambio commerciale o di una vendita già avvenuta. La Corte ha ordinato la restituzione del denaro.
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Rinuncia all’impugnazione: quando un ricorso penale diventa inutile
Un Lavoratore, condannato in appello per reati di droga, estorsione e lesioni, ha presentato ricorso in Cassazione contestando la motivazione della sentenza. Tuttavia, prima che la Corte di Cassazione potesse esaminare il caso, il Lavoratore ha formalmente rinunciato all'impugnazione. La Corte ha quindi dichiarato il ricorso inammissibile, poiché la rinuncia all'impugnazione impedisce al giudice di procedere. Il Lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere confermata per il vertice del traffico
Un imputato, condannato in primo grado a oltre undici anni di reclusione per associazione finalizzata al narcotraffico, ha richiesto la sostituzione della misura restrittiva con gli arresti domiciliari e l'uso del braccialetto elettronico presso l'abitazione della sorella. Il Tribunale ha respinto l'istanza. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la custodia cautelare in carcere resta l'unica misura idonea. Per i reati associativi gravi opera una presunzione legale di adeguatezza del carcere. Il ruolo di vertice dell'indagato, la gestione di una vasta rete di corrieri e la possibilità di impartire ordini a distanza rendono inefficace il controllo domiciliare, richiedendo la massima tutela delle esigenze di sicurezza.
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Pene accessorie nel patteggiamento: scattano oltre 2 anni
L'Imputato ha concordato una condanna a quattro anni di reclusione e diciotto mila euro di multa per reati di droga. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza. Il soggetto ha contestato l'applicazione della sanzione aggiuntiva che vietava di ricoprire incarichi pubblici, lamentando inoltre la mancata motivazione sul proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito la disciplina delle pene accessorie nel patteggiamento: quando la condanna concordata supera i due anni di reclusione, queste conseguenze scattano obbligatoriamente per legge, anche se le parti non le hanno inserite nell'accordo iniziale.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: indizi e ruolo
Un indagato ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere. I giudici territoriali gli attribuivano il ruolo di vertice in una associazione finalizzata al narcotraffico radicata sul territorio. La difesa ha contestato la mancata concessione di rinvio per legittimo impedimento dei difensori, l'incompatibilità del giudice e soprattutto l'assenza di prove attuali sul presunto ruolo direttivo. La Corte di Cassazione ha rigettato le eccezioni procedurali ma ha accolto il ricorso sul merito indiziario. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia riguardavano periodi precedenti rispetto alle condotte contestate dal 2019. Inoltre, la semplice riscossione di quote estorsive attiene al controllo mafioso del territorio e non dimostra automaticamente un contributo materiale e specifico all'attività di spaccio. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per una nuova valutazione.
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Spaccio di stupefacenti: rigettato il ricorso sulla recidiva
Due soggetti condannati per spaccio di stupefacenti in concorso hanno presentato ricorso in Cassazione. I ricorrenti contestavano la sussistenza della responsabilità penale, richiedevano la riqualificazione della condotta nel reato di lieve entità ed eccepivano l'applicazione della recidiva contestata a uno di essi. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. I giudici di legittimità hanno accertato la piena coerenza della motivazione di condanna, la corretta esclusione della lieve entità e la legittimità dell'aumento di pena per la recidiva, desunta dai precedenti penali e dall'assoggettamento alla sorveglianza speciale. I due imputati sono stati condannati al pagamento delle spese legali e a una sanzione di tremila euro ciascuno.
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Gravi indizi di colpevolezza: no al carcere ma ricorso respinto
Il Tribunale del Riesame ha sostituito la custodia in carcere con gli arresti domiciliari e il braccialetto elettronico per L'Indagato, accusato di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. La decisione si è basata su gravi indizi di colpevolezza emersi da intercettazioni e sequestri. L'Indagato ha impugnato il provvedimento in Cassazione eccependo il difetto di motivazione autonoma del giudice e la mancanza delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Cassazione ha stabilito che la trascrizione dell'informativa di polizia non annulla la misura se accompagnata da una sintesi critica autonoma. L'Indagato perde definitivamente il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso contro il patteggiamento: accordo confermato
L'Imputato ha concordato con la Procura l'applicazione di una pena ridotta per reati legati agli stupefacenti tramite rito speciale. Successivamente, la difesa ha presentato ricorso per Cassazione contestando la mancata pronuncia di proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché la legge limita rigidamente i motivi per impugnare una sentenza concordata. Il motivo sollevato non rientrava nelle cause tassative previste dal codice e la contestazione è risultata del tutto generica. I giudici hanno quindi confermato la condanna e sanzionato il ricorrente. L'ordinanza ribadisce che il ricorso contro il patteggiamento non consente di rimettere in discussione l'accordo liberamente scelto dalle parti.
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Spaccio di droga: la Cassazione conferma la gravità del reato
Due persone, Il Primo Ricorrente e Il Secondo Ricorrente, hanno presentato ricorso contro una sentenza che li condannava per spaccio di droga. Essi contestavano la qualificazione giuridica spaccio di stupefacenti, sostenendo che il fatto dovesse essere classificato come meno grave (Art. 73, comma 5, D.P.R. n. 309/1990) anziché come più grave (Art. 73, comma 1). La Corte d'Appello aveva ritenuto corretta la qualificazione più grave, basandosi sulla grande quantità di droga trovata in possesso dei ricorrenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato entrambi i ricorsi inammissibili, confermando la decisione precedente e condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione.
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Concordato in appello: nessun ricorso sulla pena
L'Imputato ha concordato in secondo grado una riduzione della pena a undici mesi di reclusione e duemila euro di multa per un reato di lieve entità sugli stupefacenti. Successivamente, la difesa ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione per contestare l'entità della sanzione concordata. I giudici supremi hanno dichiarato inammissibile l'impugnazione. La legge impedisce infatti di mettere in discussione la misura della pena pattuita liberamente tra difesa e accusa quando il giudice di secondo grado l'abbia ritenuta congrua. Il concordato in appello presuppone l'accertamento definitivo della responsabilità già svolto nel primo grado di giudizio. La Corte ha condannato il ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere e concorso nel traffico di droga
I giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di concorso nel traffico internazionale di undici chili di cocaina destinati alla Svizzera. La difesa ha sostenuto che le azioni dell'indagato, ripreso mentre spostava un elettrodomestico con tracce di stupefacente e intercettato dopo l'arresto del corriere, configurassero al massimo un favoreggiamento e non una partecipazione diretta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso: gli elementi successivi alla consumazione del fatto possono provare pienamente il concorso morale o materiale precedente. Inoltre, la breve visita ospedaliera notturna dell'indagato non costituisce un alibi valido per escludere gli incontri operativi con i complici.
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Uso personale di sostanze stupefacenti: respinto il ricorso
La Suprema Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imputato per detenzione illecita di droga, respingendo la tesi difensiva. L'interessato sosteneva l'uso personale di sostanze stupefacenti per evitare la sanzione penale legata allo spaccio. I giudici di secondo grado avevano già escluso tale ipotesi sulla base delle prove raccolte. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione senza contestare specificamente le ragioni della corte territoriale, riproponendo le medesime argomentazioni già valutate. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per genericità e carenza di confronto critico, condannando il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e a tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Patteggiamento e Inammissibilità Ricorso: L’accordo che blocca l’appello
Due imputati, condannati per spaccio di droga e resistenza a pubblico ufficiale, avevano ottenuto una riduzione della pena tramite patteggiamento in appello. Successivamente, hanno presentato un ricorso per Cassazione contestando la qualificazione giuridica del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso patteggiamento. Ha stabilito che la rinuncia ai motivi di appello, fatta nell'ambito di un patteggiamento, rende definitive le questioni non contestate. Pertanto, non è possibile riproporre in Cassazione censure relative a motivi già rinunciati, rendendo il ricorso non ammissibile.
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