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Art. 633 Codice Penale — Sezione Settima Penale

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Altri anni per Art. 633 Codice Penale

No all’esercizio arbitrario delle proprie ragioni per l’usura
L'Imputato è stato condannato per tentata estorsione e invasione di terreni o edifici. Il difensore ha chiesto di riqualificare il reato in esercizio arbitrario delle proprie ragioni, sostenendo che l'assistito voleva solo recuperare somme portate da assegni in suo possesso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni richiede un diritto legittimo e azionabile davanti a un giudice. Nel caso specifico, il credito derivava da un prestito usurario, rendendo la pretesa giuridicamente inesistente e non tutelabile. Di conseguenza, l'uso della forza o della minaccia per recuperare un credito usurario integra il reato di estorsione e non quello di autotutela. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: la Cassazione fissa i limiti
L'Imputato ha concordato una pena per i reati di invasione di terreni o edifici. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione contestando la congruità della pena concordata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, dopo le recenti riforme, il ricorso contro patteggiamento è limitato a casi tassativi, tra i quali non rientra la valutazione sulla congruità della pena. Di conseguenza, l'Imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Occupazione abusiva: la Cassazione nega la tenuità del fatto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata a sei mesi e quindici giorni di reclusione per i reati di invasione di edifici e danneggiamento. La vicenda riguarda l'occupazione abusiva prolungata di un immobile. La difesa chiedeva l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e la concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno respinto le richieste evidenziando la lunga durata dell'occupazione e la presenza di due precedenti condanne per reati simili, elementi che dimostrano l'abitualità del comportamento e un'intensa inclinazione a delinquere. Di conseguenza, l'imputata è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Occupazione abusiva: condanna definitiva per l’alloggio popolare
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per violazione di domicilio e occupazione abusiva di un alloggio di edilizia popolare. L'imputato si era introdotto con la forza in un appartamento già assegnato a terzi, lasciando poi che i propri familiari continuassero a risiedervi. I giudici di merito lo avevano condannato a sei mesi di reclusione. La Suprema Corte ha confermato la condanna, rilevando che i motivi del ricorso erano troppo generici e non contestavano adeguatamente le prove raccolte. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Revoca dell’affidamento in prova: l’abuso costa il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca dell'affidamento in prova per un condannato che ha violato gravemente le prescrizioni della misura alternativa. L'uomo occupava abusivamente un appartamento, mentendo all'ufficio di sorveglianza sulla provenienza dell'immobile, e rubava energia elettrica manomettendo il contatore. Inoltre, ha rifiutato le proposte di inserimento lavorativo dell'UEPE. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, che contestava la decorrenza retroattiva della revoca e chiedeva la detenzione domiciliare. Di conseguenza, la revoca dell'affidamento in prova è definitiva: l'uomo dovrà scontare la pena in carcere e pagare tremila euro alla Cassa delle ammende, oltre alle spese processuali.
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Occupazione abusiva di alloggio popolare: la Cassazione condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'inquilina condannata per l'occupazione abusiva di alloggio popolare. La donna aveva invocato lo stato di necessità e la particolare tenuità del fatto, sostenendo inoltre che la sorella fosse subentrata nell'immobile. I giudici hanno respinto la tesi difensiva, evidenziando che l'occupazione era stata iniziata dall'imputata e che la sua persistenza nell'alloggio dimostrava una condotta ostinata incompatibile con le scriminanti richieste. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e la ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Occupazione abusiva e furto di energia: condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due conviventi condannati per furto aggravato di energia elettrica e occupazione abusiva di un appartamento di proprietà del Comune di Napoli. Gli imputati contestavano la mancanza di prove specifiche, ma la Suprema Corte ha confermato la validità delle testimonianze della polizia giudiziaria e la presenza di un allaccio abusivo alla rete elettrica. Inoltre, è stato legittimamente negato il beneficio della sospensione condizionale della pena a uno dei ricorrenti a causa di un precedente penale specifico per lo stesso reato di invasione di edifici. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Occupazione abusiva: lo stato di necessità non salva l’inquilino
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per l'occupazione abusiva di un appartamento pubblico. L'imputato invocava lo stato di necessità, ma i giudici hanno escluso questa scusante poiché la condotta è durata quasi due anni. Tale prolungata permanenza esclude il requisito della transitorietà del pericolo e dimostra la possibilità di trovare alternative lecite. La Cassazione ha inoltre confermato la legittimità della sospensione condizionale della pena subordinata all'effettivo rilascio dell'immobile. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Occupazione abusiva: ricorso generico costa caro all’imputata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata condannata per l'occupazione abusiva di un immobile di edilizia pubblica. La ricorrente lamentava una decisione basata su semplici indizi, ma i giudici di legittimità hanno rilevato l'assoluta genericità dei motivi di ricorso. L'atto, infatti, non specificava le ragioni di fatto e di diritto necessarie a contestare la sentenza d'appello e faceva persino riferimento a un soggetto estraneo al processo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale e ha sanzionato la ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di una somma a favore della Cassa delle ammende, ribadendo che il ricorso deve essere autosufficiente e specifico per poter essere esaminato.
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Occupazione abusiva: ristrutturare casa non salva dalla condanna
L'Occupante è stata condannata per il reato di occupazione abusiva di un immobile. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione dello stato di necessità e della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che lo stato di necessità è escluso dall'esecuzione di lavori di ristrutturazione sull'immobile occupato. Inoltre, la natura permanente dell'occupazione impedisce di considerare il fatto di particolare tenuità. Di conseguenza, l'imputata perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Occupazione abusiva di immobile: la necessità non cancella il reato
L'Occupante ha impugnato la condanna per il reato di occupazione abusiva di immobile di proprietà del Comune. La difesa ha invocato lo stato di necessità e la particolare tenuità del fatto per escludere la punibilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che non sussiste lo stato di necessità se mancano l'attualità e l'inevitabilità del pericolo. Inoltre, l'esclusione della punibilità per particolare tenuità è stata negata a causa della gravità della condotta, che ha sottratto un alloggio pubblico ai legittimi assegnatari. L'Occupante perde la causa e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanna e rinuncia
Due imputati, condannati in appello per reati legati agli stupefacenti e all'invasione di edifici, hanno proposto ricorso per Cassazione. Il Primo Ricorrente ha successivamente depositato formale rinuncia al ricorso tramite il proprio difensore. Il Secondo Ricorrente ha invece contestato la mancata concessione delle attenuanti generiche e l'affermazione di responsabilità, ignorando che la sentenza d'appello gli aveva già riconosciuto tali attenuanti e che egli stesso aveva ammesso gli addebiti. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione per entrambi, condannandoli al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Occupazione abusiva: la Cassazione nega la prescrizione
Un cittadino ha occupato per anni senza alcun titolo un immobile di proprieta comunale. Il Tribunale ha inizialmente dichiarato la prescrizione del reato, ritenendolo istantaneo. La Corte di Appello ha ribaltato la decisione, condannando l'uomo a un mese di reclusione. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, dichiarando inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno chiarito che l'occupazione abusiva e un reato permanente: la consumazione continua finche dura l'occupazione e la prescrizione inizia a decorrere solo dall'allontanamento o dall'accertamento del giudice. Respinta anche la tesi difensiva secondo cui la lunga permanenza avrebbe fatto maturare un diritto di proprieta idoneo a giustificare la condotta.
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Invasione di terreni: reato prescritto ma il danno si paga
Il titolare di un'azienda è stato accusato di invasione di terreni e gestione illecita di rifiuti per aver sversato ripetutamente fanghi industriali su una strada comunale adiacente alla sua attività. Nonostante l'estinzione dei reati per prescrizione, è rimasta ferma la condanna al risarcimento dei danni civili. L'imprenditore ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un vizio di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché volto a richiedere una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, l'imprenditore perde il ricorso, deve risarcire i danni civili e pagare le spese processuali oltre a una sanzione pecuniaria.
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Occupazione abusiva di immobili: le chiavi costano la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un privato per il reato di occupazione abusiva di immobili (art. 633 c.p.). L'imputata aveva contestato la sussistenza del reato e invocato la prescrizione, sostenendo di non avere la disponibilità materiale del bene. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la condotta di occupazione ha carattere permanente e che la disponibilità delle chiavi d'accesso dimostra l'effettivo possesso dell'immobile. Inoltre, la Cassazione non può riesaminare le prove di fatto già valutate nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Violazione di domicilio: la tutela spetta anche senza contratto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per invasione di edifici, minaccia e violazione di domicilio. La Suprema Corte ha chiarito un principio fondamentale in tema di violazione di domicilio: anche se un soggetto occupa un immobile senza un titolo valido, come un contratto di locazione, mantiene comunque il diritto di escludere terzi se le modalità del rapporto con il proprietario dimostrano che la casa è la sua dimora effettiva. Di conseguenza, chiunque si introduca abusivamente in quell'abitazione commette reato, a prescindere dalla regolarità formale dell'occupazione. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Invasione di terreni o edifici: prescritta ma resta il danno
Due donne erano accusate di danneggiamento e invasione di terreni o edifici per aver forzato una porta finestra e disattivato una centralina d'allarme. La Corte di Cassazione ha stabilito che il reato di invasione di terreni o edifici, data la brevissima durata dell'occupazione interrotta sul nascere, era ormai estinto per prescrizione. Al contrario, il ricorso contro la condanna per danneggiamento è stato dichiarato inammissibile, poiché i motivi riproducevano genericamente le difese già respinte nei precedenti gradi. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la condanna limitatamente al reato prescritto, rideterminando la pena finale per il danneggiamento in sei mesi di reclusione.
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Invasione di terreni o edifici: ricorso respinto con multa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di invasione di terreni o edifici. L'imputato contestava la condanna invocando una causa di giustificazione, la particolare tenuità del fatto e la concessione delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno respinto le tesi difensive, confermando che la Cassazione non può rivalutare i fatti di merito già accertati. Inoltre, i motivi di ricorso sono stati ritenuti generici e ripetitivi rispetto a quanto già esaminato in appello. La sentenza si è conclusa con la condanna definitiva dell'imputato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Invasione arbitraria di terreni: firma l’accordo ma perde il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di invasione arbitraria di terreni. L'imputato aveva occupato abusivamente un fondo altrui, come dimostrato dai rilievi della polizia, dalle testimonianze e da una scrittura privata con cui si impegnava, senza successo, a ripristinare i luoghi. La Suprema Corte ha stabilito che i motivi di ricorso erano troppo generici e non contestavano in modo specifico le motivazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, l'imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Stato di necessità nell’occupazione abusiva: no se dura anni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per l'occupazione abusiva di un immobile pubblico. La difesa invocava lo stato di necessità nell'occupazione abusiva per giustificare la condotta. I giudici hanno chiarito che l'occupazione prolungata per molti anni esclude i requisiti di imminenza e attualità del pericolo richiesti dalla legge, configurando invece una condotta abituale. Di conseguenza, l'imputata perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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