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Assegno di natalità: diritto anche per autonomi

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 10667/2024, ha stabilito che l’assegno di natalità spetta anche ai cittadini stranieri titolari di un permesso di soggiorno per lavoro autonomo. La decisione si fonda su una precedente pronuncia della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittima l’esclusione dalla prestazione per i lavoratori stranieri non in possesso di un permesso di lungo periodo. Di conseguenza, il tipo specifico di permesso di soggiorno che consente di lavorare diventa irrilevante ai fini del diritto al beneficio, purché il richiedente sia legalmente presente e autorizzato a lavorare in Italia.

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Pubblicato il 5 febbraio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Assegno di natalità: la Cassazione estende il diritto ai lavoratori autonomi stranieri

Con la recente sentenza n. 10667 del 19 aprile 2024, la Corte di Cassazione ha messo un punto fermo su una questione di grande rilevanza sociale: il diritto dei cittadini stranieri a percepire l’assegno di natalità. La Corte ha chiarito che il beneficio spetta a tutti i lavoratori stranieri legalmente residenti in Italia, inclusi quelli con un permesso di soggiorno per lavoro autonomo, indipendentemente dal possesso di un permesso di lungo periodo. Questa decisione si allinea a un fondamentale intervento della Corte Costituzionale, rafforzando il principio di parità di trattamento.

I fatti del caso: il diniego dell’ente previdenziale

Il caso nasce dal ricorso di un cittadino straniero, titolare di un’impresa individuale e in possesso di un permesso di soggiorno per lavoro autonomo. L’ente previdenziale nazionale gli aveva negato l’assegno di natalità sostenendo che non possedeva il requisito del permesso di soggiorno di lungo periodo, all’epoca richiesto dalla normativa (art. 1, comma 125, della legge n. 190/2014).

La Corte d’Appello di Firenze, in riforma della decisione di primo grado, aveva dato ragione al lavoratore, condannando l’ente a corrispondere l’assegno. Secondo i giudici d’appello, in base alla Direttiva europea 2011/98/UE, i cittadini di paesi terzi ammessi in uno Stato membro per motivi di lavoro devono beneficiare dello stesso trattamento dei cittadini UE per quanto riguarda le prestazioni familiari. L’ente previdenziale, non condividendo questa interpretazione, ha proposto ricorso in Cassazione.

La questione giuridica e l’intervento della Corte Costituzionale

L’ente previdenziale basava il suo ricorso su due argomenti principali:
1. La direttiva europea citata escluderebbe dal suo campo di applicazione i lavoratori autonomi.
2. L’assegno di natalità non sarebbe una prestazione di sicurezza sociale, ma un premio per incentivare la natalità, e quindi non rientrerebbe nell’ambito della parità di trattamento.

La Corte di Cassazione, tuttavia, ha ritenuto entrambi i motivi infondati, richiamando un’evoluzione normativa e giurisprudenziale cruciale. La stessa Corte, con un’ordinanza del 2019, aveva sollevato una questione di legittimità costituzionale sulla norma originaria, dubitando della sua conformità ai principi di uguaglianza.

L’impatto della Sentenza Costituzionale n. 54/2022 sull’assegno di natalità

Il punto di svolta è rappresentato dalla sentenza n. 54 del 2022 della Corte Costituzionale. Con questa storica pronuncia, la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma sull’assegno di natalità nella parte in cui escludeva dal beneficio i cittadini di Paesi terzi ammessi in Italia per motivi di lavoro, ma sprovvisti del permesso di soggiorno di lungo periodo.

La Corte Costituzionale ha stabilito che richiedere un titolo di soggiorno di lunga durata per una prestazione destinata a sostenere le famiglie con figli costituiva una discriminazione irragionevole, in violazione dei principi di uguaglianza e di tutela della famiglia. A seguito di tale sentenza, il legislatore è anche intervenuto per adeguare la normativa (con la legge n. 238/2021).

Le motivazioni della Cassazione: irrilevanza del tipo di permesso di soggiorno

Alla luce della pronuncia della Corte Costituzionale, la Cassazione ha concluso che i motivi di ricorso dell’ente previdenziale hanno perso ogni fondamento. La declaratoria di incostituzionalità ha reso irrilevante il tipo specifico di permesso di soggiorno posseduto dal richiedente ai fini dell’accesso all’assegno di natalità.

Ciò che conta, secondo la Suprema Corte, è che il cittadino straniero sia stato ammesso a soggiornare e lavorare legalmente in Italia, a prescindere dal fatto che sia un lavoratore dipendente o autonomo, o che abbia un permesso di lungo periodo o un altro titolo che gli consenta di lavorare. La prestazione è destinata a sostenere la famiglia e i figli, e negarla sulla base del tipo di permesso di soggiorno costituirebbe una discriminazione ormai censurata dalla Corte Costituzionale.

Le conclusioni: un principio di parità di trattamento rafforzato

La sentenza della Cassazione rigetta definitivamente il ricorso dell’ente previdenziale, confermando il diritto del lavoratore autonomo straniero a ricevere l’assegno. Questa decisione consolida un importante principio di parità di trattamento nell’accesso alle prestazioni di welfare. Si afferma che i benefici destinati a sostenere i carichi familiari devono essere accessibili a tutti coloro che contribuiscono legalmente alla vita economica e sociale del Paese, senza discriminazioni basate sulla nazionalità o sul tipo di permesso di soggiorno. La pronuncia rappresenta una vittoria per i diritti dei lavoratori stranieri e per una visione più inclusiva della tutela sociale.

Un cittadino straniero con permesso per lavoro autonomo ha diritto all’assegno di natalità?
Sì. La Corte di Cassazione, seguendo una sentenza della Corte Costituzionale, ha stabilito che il diritto all’assegno di natalità è esteso a tutti i cittadini di paesi terzi ammessi nello Stato per fini lavorativi, a cui sia consentito lavorare, inclusi quindi i lavoratori autonomi.

È necessario possedere un permesso di soggiorno di lungo periodo per ottenere l’assegno di natalità?
No. La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 54 del 2022, ha dichiarato illegittima la norma che richiedeva il permesso di soggiorno di lungo periodo. Di conseguenza, questo requisito non è più necessario per accedere alla prestazione.

Perché la Cassazione ha respinto il ricorso dell’ente previdenziale?
La Cassazione ha respinto il ricorso perché gli argomenti dell’ente si basavano su una normativa (art. 1, comma 125, L. 190/2014) la cui parte discriminatoria è stata dichiarata incostituzionale. Dopo la sentenza della Corte Costituzionale, il motivo per cui è stato rilasciato il permesso di soggiorno (lavoro autonomo, dipendente, ecc.) è diventato irrilevante ai fini del diritto all’assegno.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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