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Sezione Quinta Penale — Anno 2023

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Morte dell’imputato: la condanna viene annullata senza rinvio
L'Imputato, condannato nei precedenti gradi di giudizio, propone ricorso per Cassazione. Durante la pendenza del giudizio di legittimità, sopravviene la morte dell'imputato, documentata dal difensore tramite certificato di decesso. La Suprema Corte stabilisce che l'evento estingue il reato ai sensi dell'articolo 150 del codice penale. Di conseguenza, i giudici annullano senza rinvio la sentenza impugnata. La Corte chiarisce che la formula corretta da utilizzare in questi casi è l'annullamento senza rinvio, escludendo altre formule come l'inammissibilità del ricorso, poiché il rapporto processuale si è ormai esaurito e non emergono elementi evidenti per un proscioglimento nel merito.
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Furto aggravato: incastrato dal video senza perizia antropometrica
Il caso riguarda il furto aggravato di un ciclomotore, originariamente contestato come ricettazione. L'Imputato stato condannato dal Tribunale di Rovigo, decisione poi confermata in Appello. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la competenza territoriale e lamentando il rigetto della richiesta di una perizia antropometrica sul video delle telecamere di sorveglianza, che lo riprendevano durante il fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la competenza del Tribunale di Rovigo, poich il mezzo stato rubato e ritrovato in quella provincia. Inoltre, hanno ritenuto superfluo l'accertamento peritale, reputando pienamente attendibile il riconoscimento effettuato dalle forze dell'ordine tramite i fotogrammi del video. Di conseguenza, la condanna diventata definitiva.
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Diffamazione a mezzo email: 450 invii non salvano dalla condanna
L'Autore del Messaggio è stato condannato per il reato di diffamazione a mezzo email per aver inviato a ben 450 destinatari un messaggio di posta elettronica offensivo nei confronti della Persona Offesa. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione contestando la competenza territoriale del Tribunale di Palermo e invocando il diritto di critica. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la diffamazione a mezzo email si consuma nel luogo in cui i destinatari scaricano il messaggio sul proprio dispositivo. Nel caso specifico, la ricezione è avvenuta a Palermo da parte di almeno due destinatari, radicando lì la competenza del giudice. Inoltre, i giudici hanno escluso l'esimente del diritto di critica per la mancanza di veridicità dei fatti narrati e per il tono non continente.
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Abuso d’ufficio: prescritta la pena ma resta il risarcimento
Il Responsabile dell'Area tecnica di un Comune e il gestore di un ristorante sono stati accusati di abuso d'ufficio e falso ideologico per il rilascio di un certificato di agibilità illegittimo. L'atto attestava falsamente la precarietà di una struttura invece saldamente ancorata al suolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'annullamento senza rinvio della condanna penale per intervenuta prescrizione dei reati. Tuttavia, i giudici hanno rigettato il ricorso agli effetti civili, confermando la responsabilità per il risarcimento del danno alla parte civile. Infine, la Corte ha revocato la confisca dell'immobile, stabilendo che la confisca facoltativa non può essere disposta in presenza di prescrizione del reato, richiedendo quest'ultima una condanna penale definitiva.
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Falso ideologico in atto pubblico: l’ordine del capo non salva
Un militare è stato condannato per il reato di falso ideologico in atto pubblico per aver firmato una relazione di servizio falsa. L'atto copriva l'aggressione subita da un cittadino da parte di un collega, descrivendola come un contenimento accidentale. Il militare si è difeso sostenendo di aver solo eseguito un ordine dei superiori e di non aver assistito direttamente ai fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che l'ordine di falsificare un atto pubblico è manifestamente illegittimo. Di conseguenza, il militare aveva l'obbligo di disobbedire. La condanna è stata confermata, con l'obbligo di risarcire la vittima e pagare le spese processuali.
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Deposito atti tramite PEC: l’indirizzo errato nega l’appello
L'Imputato propone ricorso per Cassazione contro la condanna per lesioni personali, lamentando la mancata trattazione orale in appello e contestando l'attendibilità della vittima. La difesa aveva richiesto la discussione in presenza inviando una PEC a un indirizzo errato dell'ufficio giudiziario. La Suprema Corte rigetta il ricorso. Riguardo al primo motivo, chiarisce che il deposito atti tramite PEC deve avvenire esclusivamente agli indirizzi ministeriali ufficiali; l'invio a caselle errate non produce effetti processuali, a nulla rilevando eventuali prassi di cortesia delle cancellerie. Sul secondo motivo, i giudici confermano che le dichiarazioni della persona offesa possono fondare da sole la condanna se ritenute credibili e, in questo caso, supportate da tre testimoni e referti medici. L'Imputato perde la causa ed è condannato alle spese.
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Falsa dichiarazione sostitutiva: assolto chi tace il patteggiamento
Il Richiedente è stato condannato nei primi gradi di giudizio per aver omesso di indicare, in una domanda di iscrizione a un elenco pubblico, una precedente condanna a un anno di reclusione per patteggiamento. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste. I giudici hanno chiarito che, secondo la normativa vigente, il cittadino che presenta una dichiarazione sostitutiva non è tenuto a indicare i provvedimenti di patteggiamento sotto i due anni di pena, poiché questi non compaiono nel certificato del casellario giudiziale destinato ai privati. Di conseguenza, non si configura alcuna falsa dichiarazione sostitutiva.
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Banconote false e fuga: la credibilità della persona offesa
Un uomo ha finto di acquistare un telefono cellulare pagando la venditrice con banconote false. Quando la donna si è accorta del raggiro, l'acquirente l'ha spinta con violenza ed è fuggito in auto, causandone la caduta e diverse lesioni. La Corte d'Appello ha condannato l'imputato per spendita di monete false e lesioni personali. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la credibilità della persona offesa e la dinamica della caduta. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la credibilità della persona offesa può fondare da sola la condanna se ritenuta coerente e attendibile dal giudice. Inoltre, le massime di esperienza non possono essere ridotte a mere congetture della difesa per smentire la ricostruzione dei fatti.
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Bancomat e minorata difesa: le telecamere non salvano i ladri
Due imputati sono stati condannati per plurimi furti aggravati ai danni di sportelli bancomat tramite la tecnica del "cash trapping". I furti venivano commessi di notte o nei giorni festivi. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando, tra l'altro, l'applicazione della circostanza aggravante della minorata difesa, sostenendo che la presenza di telecamere di sorveglianza escludesse tale condizione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che l'orario notturno e la chiusura delle filiali integrano pienamente la minorata difesa, poiché impediscono il controllo immediato del personale bancario e il blocco tempestivo delle carte da parte delle vittime. La presenza di telecamere non neutralizza tale vulnerabilità.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: arrendersi ha un prezzo
Il Ricorrente ha impugnato l'ordinanza della Corte d'Appello che dichiarava tardivo il suo appello. Successivamente, tramite il proprio difensore, ha depositato una formale dichiarazione di rinuncia all'impugnazione, regolarmente firmata e autenticata. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso proprio a causa della sopravvenuta rinuncia al ricorso per cassazione. I giudici hanno chiarito che tale rinuncia costituisce l'esercizio di un diritto potestativo che estingue immediatamente il rapporto processuale, determinando il passaggio in giudicato della sentenza originaria. Di conseguenza, il Ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di cinquecento euro a favore della Cassa delle ammende.
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Bancarotta fraudolenta: condannato l’amministratore di fatto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a tre anni e sei mesi di reclusione per l'ex amministratore di una società, ritenuto responsabile dei reati di bancarotta fraudolenta distrattiva e documentale. L'imputato aveva contestato l'attribuzione dei fatti distrattivi, in particolare per un periodo in cui non rivestiva cariche formali. I giudici hanno però accertato il suo ruolo di amministratore di fatto anche in quel lasso temporale, coadiuvato dalla moglie e caratterizzato da prelievi ingiustificati a favore della famiglia. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la gestione concreta della società fonda la responsabilità penale e che la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito.
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Furto in abitazione: incastrate dagli alias e dalle telecamere
Tre donne sono state condannate per diversi episodi di furto in abitazione e indebito utilizzo di carte di credito ai danni di persone anziane e vulnerabili. Le imputate utilizzavano documenti falsi, alias e si spostavano dal Lazio alla Sicilia per colpire le vittime, alloggiando in hotel senza registrarsi. La Corte di Cassazione ha confermato la loro colpevolezza, ritenendo validi gli indizi raccolti, tra cui i riconoscimenti fotografici, i filmati delle telecamere di sicurezza e i tracciamenti telefonici. È stata inoltre confermata l'aggravante della minorata difesa, poiché le vittime erano anziane, sole e con difficoltà motorie. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi delle imputate, confermando in via definitiva le condanne e obbligandole al pagamento delle spese processuali.
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Rescissione del giudicato: il finto ignaro resta in carcere
Il Ricorrente, condannato a un anno di reclusione, ha richiesto la rescissione del giudicato sostenendo di non aver mai saputo del processo a suo carico. L'uomo aveva nominato un difensore di fiducia ed eletto domicilio presso un indirizzo dove però è risultato irreperibile. Di conseguenza, le notifiche sono state inviate al suo avvocato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che l'imputato rientra tra i cosiddetti finti inconsapevoli. Egli ha infatti fornito un indirizzo falso e non ha dimostrato alcuna diligenza nel tenersi informato tramite il proprio legale. La richiesta di rescissione del giudicato è stata quindi respinta, confermando la condanna e obbligando il ricorrente a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Falsa dichiarazione sulla propria età: condannato dalla scienza
Un cittadino straniero ha dichiarato ai Carabinieri di essere minorenne per ottenere i benefici riservati ai minori. Tuttavia, successivi accertamenti medici, tra cui la radiografia del polso, la panoramica dentaria e l'analisi della clavicola, hanno dimostrato che il soggetto aveva in realtà almeno diciannove anni. L'imputato è stato quindi condannato per il reato di falsa dichiarazione sulla propria età. La Cassazione ha confermato la condanna, stabilendo che la mancata attivazione delle procedure amministrative di protezione per i minori stranieri non rende inutilizzabili le prove mediche raccolte nel processo penale. Se più esami scientifici concordano sulla maggiore età, il giudice penale può legittimamente fondare la condanna su tali prove, garantendo il diritto di difesa dell'imputato durante il processo.
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Prescrizione del reato: annullata la condanna per furto
Il caso riguarda Il Soggetto accusato del reato di furto aggravato commesso nel 2014. Dopo la condanna nei primi due gradi di giudizio, Il Soggetto ha proposto ricorso per Cassazione contestando, tra l'altro, un errore sulle proprie generalità anagrafiche e la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha chiarito che l'errore anagrafico non inficia il processo se l'identità fisica è certa. Tuttavia, accertata la non manifesta infondatezza del ricorso in merito alle riforme penali più favorevoli, i giudici hanno rilevato il decorso del tempo massimo per giudicare il fatto. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato la prescrizione del reato, annullando la condanna senza rinvio.
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Ricorso personale in Cassazione: il fai-da-te costa 4000 euro
L'Imputato, condannato per tentato furto aggravato di un'autovettura, ha presentato personalmente ricorso davanti alla Corte di Cassazione per contestare la sentenza d'appello. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile l'impugnazione, ribadendo che il ricorso personale in Cassazione non è più consentito dall'ordinamento processuale penale. A seguito delle riforme legislative del 2017, ogni ricorso deve essere obbligatoriamente sottoscritto da un difensore abilitato e iscritto nell'albo speciale dei cassazionisti. Di conseguenza, l'atto privo di firma tecnica è nullo. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di quattromila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Ricorso personale in Cassazione: il fai da te costa 4.000 euro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per furto aggravato. L'uomo aveva proposto personalmente l'impugnazione contro la sentenza della Corte d'appello. I giudici hanno chiarito che, a seguito delle riforme legislative, il ricorso personale in Cassazione non è più consentito all'imputato. Questa facoltà spetta in via esclusiva a un difensore abilitato iscritto nell'apposito albo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto l'atto senza esaminarne il merito, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di quattromila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Avvocato non cassazionista: la firma errata che costa 4000 euro
Il Giudice di Pace ha condannato due imputati a una pena pecuniaria. Gli imputati hanno proposto appello, ma la legge prevede che contro tali sentenze si possa proporre solo il ricorso per cassazione. Il Tribunale ha quindi convertito l'appello in ricorso e lo ha trasmesso alla Suprema Corte. Tuttavia, l'atto di impugnazione era stato firmato da un avvocato non cassazionista. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la firma di un difensore non abilitato rende l'atto nullo, anche se l'appello è stato convertito d'ufficio e successivamente è stato nominato un difensore idoneo. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese processuali e quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Correzione errore materiale: la Cassazione salva le spese del legale
Il difensore della Parte Civile ha richiesto la correzione errore materiale del dispositivo di una precedente sentenza della Corte di Cassazione. Il provvedimento originario aveva condannato l'Imputato al pagamento delle spese di giudizio in favore della Parte Civile, omettendo però di disporre la distrazione di tali somme direttamente a favore del difensore, che si era regolarmente dichiarato antistatario. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, rilevando l'effettiva omissione e disponendo, tramite la procedura semplificata senza formalità, l'integrazione del dispositivo originario con l'indicazione della distrazione delle spese a favore del legale.
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Ricorso in cassazione personale: la firma fai-da-te costa cara
Il Tribunale di Venezia, agendo come giudice dell'esecuzione, ha ricalcolato le pene accessorie per bancarotta fraudolenta a carico di un cittadino. Quest'ultimo ha proposto autonomamente ricorso per Cassazione lamentando un vizio di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso in cassazione personale non è più consentito dall'ordinamento penale. A seguito delle riforme legislative, l'atto deve essere obbligatoriamente firmato da un difensore abilitato al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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