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Sezione Quarta Penale — Anno 2023

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Traffico internazionale di stupefacenti: condanna senza droga
Il caso riguarda un corriere condannato per traffico internazionale di stupefacenti. L'imputato era stato inviato in Argentina per prelevare una partita di cocaina. L'operazione non era andata a buon fine perché l'organizzatore non aveva i fondi necessari per pagare i fornitori, i quali avevano trattenuto il denaro inviato per debiti passati. La difesa sosteneva che si trattasse solo di un tentativo di reato. La Corte di Cassazione ha invece confermato la condanna per reato consumato, stabilendo che per la consumazione dell'acquisto di droga è sufficiente il raggiungimento dell'accordo tra acquirente e venditore su quantità, qualità e prezzo, senza che sia necessaria la consegna fisica della sostanza. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Spaccio e particolare tenuità del fatto: no allo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per spaccio di cocaina suddivisa in 18 dosi. I giudici hanno confermato l'esclusione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e delle attenuanti generiche. La Corte ha chiarito che la lieve entità dello spaccio non comporta automaticamente la particolare tenuità del fatto, poiché i due istituti valutano elementi diversi: il primo si concentra su mezzi, modalità e quantità della droga, mentre il secondo richiede un'analisi globale della condotta, del pericolo e della non abitualità. L'Imputato, trovato con bilancino e denaro in una nota zona di spaccio, è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Sospensione condizionale della pena: ammessa la revoca in appello
Un cittadino, condannato per reati in materia di stupefacenti, riceve in primo grado il beneficio della sospensione condizionale della pena. La Corte di Appello, tuttavia, revoca tale beneficio a causa di precedenti penali ostativi. L'imputato ricorre in Cassazione, lamentando la violazione del divieto di peggioramento della sentenza in appello (reformatio in peius), dato che solo lui aveva proposto impugnazione. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, stabilendo che la revoca della sospensione condizionale della pena per precedenti ostativi opera automaticamente per legge (ope legis). Trattandosi di un atto puramente ricognitivo e non discrezionale, il giudice d'appello può disporre la revoca anche in presenza del solo ricorso dell'imputato, senza violare alcun divieto processuale. L'imputato perde definitivamente il beneficio e deve pagare le spese processuali.
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Porto abusivo di armi: nunchaku pericoloso e niente sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per porto abusivo di armi e reati sugli stupefacenti. L'imputato contestava la mancata applicazione della riduzione di pena di un sesto, introdotta dalla Riforma Cartabia per la mancata impugnazione, e la congruità della pena per il possesso di un nunchaku. I giudici hanno chiarito che la nuova norma non era ancora in vigore al momento della sentenza d'appello. Inoltre, la pena di sei mesi di arresto per il porto abusivo di armi è stata ritenuta corretta e proporzionata alla gravità dell'oggetto, idoneo a colpire e strangolare. L'imputato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Legittimo impedimento dell’imputato: ricoverato ma senza rinvio
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la violazione del diritto di difesa. Il suo avvocato aveva richiesto il rinvio dell'udienza d'appello per un asserito legittimo impedimento dell'imputato, dovuto a un ricovero d'urgenza in ospedale. Tuttavia, l'istanza era priva di qualsiasi certificazione medica allegata, che la difesa sosteneva di poter ottenere solo al momento delle dimissioni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la richiesta di rinvio per legittimo impedimento dell'imputato deve essere sempre accompagnata da idonea documentazione medica tempestivamente rilasciata dalla struttura ospedaliera, non potendosi giustificare l'assenza con una generica comunicazione sprovvista di prove. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Terapia o spaccio? No alla lieve entità del fatto per il metadone
Un uomo, in cura presso il SerT, è stato condannato per spaccio di metadone ed eroina. La difesa ha richiesto la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità del fatto, sostenendo che la cessione fosse occasionale e amichevole e che il metadone fosse detenuto legalmente per uso terapeutico. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che l'imputato cedeva abitualmente metadone, utilizzando anche le scorte terapeutiche fornite dal servizio sanitario, come confermato da chat WhatsApp e dal rinvenimento di flaconi non giustificati. La ripetitività delle cessioni e il valore economico escludono l'applicazione della lieve entità del fatto. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Uso personale o spaccio: negata la lieve entità per 1388 dosi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un soggetto trovato in possesso di 125 grammi di hashish, con un principio attivo del 28% idoneo a produrre ben 1388 dosi. L'imputato sosteneva che la droga fosse destinata all'uso personale, evidenziando la propria tossicodipendenza e la mancanza di strumenti per il confezionamento. I giudici hanno respinto la tesi difensiva, valorizzando il luogo dell'arresto (una nota piazza di spaccio) e l'incompatibilità economica tra l'acquisto dello stupefacente e il basso reddito percepito. La Suprema Corte ha escluso l'applicazione della circostanza attenuante della lieve entità, ribadendo che l'elevato numero di dosi ricavabili e il contesto dell'azione escludono la minima offensività del fatto, confermando così la rilevanza penale della condotta.
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Circostanze attenuanti generiche: incensurati ma con 16 kg di droga
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati a 8 anni di reclusione per traffico di ingenti quantitativi di droga (oltre 16 kg nascosti in auto) e possesso di oltre 5 milioni di euro in contanti. I ricorrenti lamentavano il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e una eccessiva severità nella commisurazione della pena. La Suprema Corte ha ribadito che la concessione delle circostanze attenuanti generiche non è un diritto automatico derivante dalla sola incensuratezza, ma richiede la presenza di elementi positivi di resipiscenza. Nel caso di specie, la gravità del fatto, l'occultamento della droga e il tentativo di nascondere parte del denaro escludono qualsiasi attenuazione della pena, confermando la piena discrezionalità del giudice di merito.
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Lieve entità nel reato di spaccio: condannato chi lancia la droga
Il caso riguarda due soggetti fermati dalle forze dell'ordine a bordo di un'auto con circa 47 grammi di cocaina e 13 grammi di hashish. Durante l'inseguimento, il passeggero ha lanciato la droga dal finestrino. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dei due imputati, escludendo l'applicazione della lieve entità nel reato di spaccio. I giudici hanno respinto la tesi del passeggero, il quale sosteneva di essere un mero spettatore o di aver commesso solo un favoreggiamento. La Suprema Corte ha chiarito che il lancio dello stupefacente dimostra la diretta disponibilità della sostanza. Inoltre, la quantità di droga e i precedenti penali di uno dei soggetti impediscono di considerare il fatto di minore gravità. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Giudizio abbreviato atipico: condanna e scontro sui tempi
Il caso riguarda un imputato condannato per traffico di stupefacenti (75 kg di hashish e 12 kg di marijuana). L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione eccependo, tra l'altro, l'incompetenza territoriale del giudice. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, nel giudizio abbreviato atipico (richiesto dopo il giudizio immediato), l'eccezione di incompetenza territoriale deve essere presentata obbligatoriamente insieme alla richiesta di rito abbreviato, a pena di decadenza. Non è possibile sollevarla successivamente nel corso del processo, né il giudice può rilevarla d'ufficio. Inoltre, la Corte ha confermato l'attendibilità delle dichiarazioni dei coimputati, che si riscontravano reciprocamente, e la correttezza della pena inflitta, escludendo le attenuanti generiche.
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Spaccio di lieve entità: la fioriera non salva il recidivo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di lieve entità a carico di un soggetto sorpreso a detenere e cedere marijuana e hashish. La polizia giudiziaria aveva accertato lo spaccio osservando i movimenti dell'imputato, che nascondeva la droga in una fioriera. La difesa ha richiesto l'applicazione della particolare tenuità del fatto e la concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso, escludendo la particolare tenuità a causa dei precedenti penali specifici del soggetto e della gravità della condotta. Inoltre, la Cassazione ha ribadito che per negare le attenuanti generiche basta la valutazione negativa di un solo elemento, come la personalità del colpevole. L'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Revisione della sentenza: una decisione non è mai una prova nuova
Il Condannato ha richiesto la revisione della sentenza di condanna definitiva, sostenendo l'inutilizzabilità di alcune intercettazioni telefoniche e indicando una precedente sentenza di Cassazione come prova nuova. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che una precedente decisione giurisprudenziale non costituisce una "prova nuova" idonea a fondare la revisione della sentenza. Inoltre, i giudici di merito non avevano utilizzato quelle intercettazioni per affermare la responsabilità penale del ricorrente, basandosi invece su un autonomo e solido quadro probatorio. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assolto ma senza indennizzo
Il Richiedente, assolto con rito abbreviato dall'accusa di detenzione di stupefacenti, ha chiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in custodia cautelare. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda ravvisando una colpa grave ostativa: l'uomo aveva custodito denaro di provenienza illecita per conto del cugino. Nel ricorso in Cassazione, il Richiedente ha eccepito l'ingiustizia formale della misura, poiché annullata inizialmente per carenza di indizi. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la domanda di riparazione per ingiusta detenzione segue le regole del processo civile. Di conseguenza, non è possibile ampliare la domanda introducendo per la prima volta in Cassazione il profilo dell'ingiustizia formale se non era stato sollevato davanti ai giudici di merito.
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Detenzione ai fini di spaccio: la scorta esclude l’uso personale
Il Ricorrente è stato condannato per il reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto quattordici confezioni di hashish, pari a oltre venti grammi, da cui erano ricavabili ben duecentosettantasette dosi singole. Insieme alla droga, il soggetto custodiva centoventotto bustine di plastica vuote, un bilancino di precisione e denaro in contanti di piccolo taglio arrotolato. La difesa ha sostenuto l'uso personale o, in alternativa, la lieve entità del fatto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno confermato che la quantità di dosi, l'elevato principio attivo, la presenza di strumenti per il confezionamento e i precedenti penali specifici dell'imputato escludono sia l'uso personale sia la qualificazione del fatto come lieve.
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Sospensione dei termini processuali: l’appello è salvo
La Corte d'Appello aveva dichiarato inammissibile l'appello proposto da L'Imputato contro una sentenza di condanna, ritenendolo tardivo. L'Imputato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che i giudici di secondo grado non avessero considerato la sospensione dei termini processuali dovuta all'emergenza sanitaria da COVID-19 (dal 9 marzo all'11 maggio 2020). La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, confermando che, calcolando la sospensione straordinaria, l'appello depositato in forma cartacea il 12 maggio 2020 era pienamente tempestivo. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la decisione impugnata e ha rinviato il caso alla Corte d'Appello di Roma per un nuovo giudizio.
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Patrocinio a spese dello Stato: no al reddito della vittima
Il Tribunale di Modena aveva revocato il patrocinio a spese dello Stato a un cittadino, ritenendo che avesse superato i limiti di reddito previsti dalla legge. La decisione si basava sul cumulo dei redditi del nucleo familiare, includendo anche quello della ex compagna, vittima del reato per cui si procedeva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del cittadino, stabilendo due principi fondamentali. Primo, non si può calcolare il reddito del familiare convivente se questo è la persona offesa dal reato, essendoci un evidente conflitto di interessi. Secondo, le variazioni di reddito rilevanti per la revoca del beneficio sono solo quelle avvenute prima della conclusione del processo. La Suprema Corte ha quindi annullato il provvedimento di revoca, rinviando il caso al Tribunale per una nuova decisione.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assolto ma senza indennizzo
Un uomo, assolto in via definitiva dall'accusa di tentato omicidio e lesioni ai danni del partner della figlia, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in custodia cautelare. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ritenendo che il comportamento del richiedente avesse indotto in errore gli inquirenti. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che il giudizio sulla riparazione per ingiusta detenzione è del tutto autonomo rispetto a quello penale di merito. Anche in caso di assoluzione, l'indennizzo può essere negato se l'indagato ha tenuto una condotta gravemente colposa, come nel caso specifico in cui le dichiarazioni dei testimoni e le condizioni della vittima, trovata ferita e svestita, avevano generato un ragionevole sospetto di colpevolezza. Il ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Spaccio di cocaina purissima: no alla lieve entità dello spaccio
L'Imputata è stata condannata a quattro anni di reclusione e 30.000 euro di multa per la detenzione di oltre 103 grammi di cocaina purissima, idonea a confezionare ben 579 dosi. La difesa ha richiesto la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio, sostenendo che la donna avesse agito come corriere occasionale e valorizzando l'esito negativo della perquisizione domiciliare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la lieve entità dello spaccio richiede una valutazione globale di tutti gli elementi del caso. Nel caso specifico, l'elevata quantità e l'altissima percentuale di principio attivo (87%) escludono l'occasionalità della condotta, dimostrando un inserimento stabile in circuiti criminali. La condanna è quindi definitiva.
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Riparazione per ingiusta detenzione: indennizzo confermato
Un funzionario pubblico, accusato di corruzione e falso, viene sottoposto a custodia cautelare. Successivamente, la misura viene annullata per mancanza di gravi indizi e l uomo viene assolto con formula piena. Il richiedente presenta domanda di riparazione per ingiusta detenzione, ottenendo un indennizzo dalla Corte d Appello. Il Procuratore Generale ricorre in Cassazione, sostenendo che i rapporti informali del funzionario con un imprenditore costituissero colpa grave, escludendo il diritto all indennizzo. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, confermando che la diversa valutazione dello stesso materiale probatorio iniziale non configura colpa grave del richiedente. Il funzionario conserva quindi il diritto al risarcimento.
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Riparazione per ingiusta detenzione: no con la prescrizione
Un ex dirigente pubblico, accusato di associazione a delinquere e truffa aggravata per finanziamenti europei, subisce la custodia cautelare. Successivamente, viene assolto nel merito per l'associazione, mentre la truffa si estingue per prescrizione. Gli eredi richiedono la riparazione per ingiusta detenzione. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso, confermando che il proscioglimento per prescrizione di un reato idoneo a giustificare la misura cautelare esclude il diritto all'indennizzo, a meno che la detenzione non superi la pena massima applicabile.
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