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D.Lgs. 81/2015

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Rifiuto modifica orario: licenziamento illegittimo
Una lavoratrice part-time viene licenziata dopo aver respinto una modifica del suo orario di lavoro. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 30093/2023, ha stabilito che il licenziamento per rifiuto modifica orario è illegittimo se il datore di lavoro non prova l'impossibilità di ricollocare la dipendente. Il semplice rifiuto non è una causa sufficiente per il recesso, poiché spetta all'azienda dimostrare le esigenze organizzative e l'assenza di alternative praticabili. La sentenza è stata annullata e il caso rinviato per un nuovo esame.
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Licenziamento lavoratore part-time: limiti e oneri
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 29337/2023, ha chiarito i principi relativi al licenziamento lavoratore part-time che rifiuta la trasformazione del rapporto in full-time. La Suprema Corte ha annullato la decisione di merito che aveva dichiarato nullo il licenziamento, specificando che il giudice non deve sindacare la scelta imprenditoriale, ma verificare se il datore di lavoro ha provato l'impossibilità di utilizzare diversamente la prestazione del lavoratore (principio dell'extrema ratio) e se il motivo ritorsivo era l'unica e determinante causa del recesso.
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Licenziamento somministrazione irregolare: la decisione
Un lavoratore, impiegato presso un'azienda tramite un'agenzia interinale, ha visto il suo rapporto di lavoro cessare a seguito di un licenziamento comunicato dall'agenzia. A fronte di una somministrazione irregolare, la Corte di Cassazione ha stabilito che l'atto di recesso è invalido. In un caso di licenziamento somministrazione irregolare, solo l'azienda utilizzatrice, in qualità di datore di lavoro effettivo, detiene il potere di licenziare. La comunicazione da parte dell'agenzia è quindi inefficace a terminare il rapporto di lavoro di fatto.
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Somministrazione irregolare: licenziamento inefficace
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 29316/2023, ha stabilito un principio cruciale in materia di somministrazione irregolare di manodopera. In un caso di illecita interposizione, il licenziamento intimato dal datore di lavoro formale (il somministratore) è stato dichiarato giuridicamente inefficace. La Corte ha chiarito che l'atto di licenziamento non rientra negli "atti di gestione del rapporto" che, per legge, si estendono al datore di lavoro effettivo (l'utilizzatore). Di conseguenza, il rapporto di lavoro prosegue con l'utilizzatore finché non è quest'ultimo a interromperlo legittimamente.
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Estorsione sul lavoro: quando la minaccia è reato
Due supervisori, sfruttando il loro potere in materia di assunzioni, hanno costretto un lavoratore stagionale a versare somme di denaro e a dichiarare una residenza fittizia sotto la minaccia di non ottenere il lavoro. La Corte di Cassazione ha confermato la loro condanna per estorsione sul lavoro, chiarendo che il reato sussiste anche quando la minaccia riguarda un danno 'immaginario' (come il mancato rinnovo di un contratto a termine), se percepito come reale e coercitivo dalla vittima.
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Diploma magistrale: no all’inserimento nelle GAE
Una docente con diploma magistrale ha richiesto l'inserimento nelle Graduatorie ad Esaurimento (GAE), vedendo il suo ricorso respinto in primo e secondo grado. La Corte di Cassazione ha rigettato l'appello finale, stabilendo che, sebbene il diploma magistrale sia un titolo abilitante, non è di per sé sufficiente per l'iscrizione nelle GAE. La Corte ha sottolineato che la legge del 2006 ha 'chiuso' tali graduatorie a nuove categorie, salvaguardando solo le posizioni di coloro che già possedevano i requisiti per le precedenti graduatorie permanenti.
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Licenziamento collettivo: i criteri di scelta dei lavoratori
Una lavoratrice impugna il suo licenziamento nell'ambito di una procedura di licenziamento collettivo, contestando i criteri di scelta e la limitazione della platea dei lavoratori da licenziare a specifiche unità produttive. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della procedura. Ha stabilito che la scelta dell'imprenditore di ridurre il personale è insindacabile nel merito e che la limitazione della platea è ammissibile se giustificata da oggettive esigenze tecnico-produttive, come nel caso di specie.
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Licenziamento per giusta causa: quando è legittimo?
Un lavoratore, riammesso in servizio dopo la conversione giudiziale del suo contratto da tempo determinato a indeterminato, viene licenziato per giusta causa a seguito del suo rifiuto di cambiare reparto. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, ritenendo la reazione del dipendente (grave insubordinazione con toni aggressivi e contatti fisici) sproporzionata rispetto alle modifiche datoriali (cambio di turno e mansioni coerenti con l'inquadramento), considerate normali prassi aziendali. La Corte ha escluso la ritorsività del licenziamento, poiché la causa principale era la condotta del lavoratore.
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Contratto a progetto: quando è valido per la Cassazione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una lavoratrice che chiedeva la conversione del suo contratto a progetto in un rapporto di lavoro subordinato. La Corte ha chiarito che, per la validità di un contratto a progetto, non è necessario che l'attività sia eccezionale o diversa da quella ordinaria dell'impresa. È sufficiente che il progetto sia chiaramente descritto, identificato e collegato a un risultato finale, distinguendosi così da una mera routine lavorativa. La valutazione sulla specificità del progetto e sulla sussistenza della subordinazione è un accertamento di fatto che spetta ai giudici di merito e non è sindacabile in sede di legittimità.
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Interposizione fittizia: no decadenza senza atto scritto
Un lavoratore, formalmente dipendente di una cooperativa ma di fatto impiegato presso un istituto bancario, ha richiesto il riconoscimento del rapporto di lavoro diretto. La Corte di Cassazione, ribaltando le decisioni precedenti, ha stabilito che in caso di interposizione fittizia di manodopera, il termine di decadenza per l'impugnazione non decorre se l'utilizzatore effettivo della prestazione non nega il rapporto con un atto scritto. Di conseguenza, il licenziamento da parte del datore di lavoro formale è irrilevante ai fini della decorrenza dei termini.
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Lavoro subordinato giornalista: la Cassazione decide
La richiesta di un corrispondente per il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato giornalista è stata respinta. La Corte di Cassazione ha confermato che una collaborazione continuativa non è sufficiente senza la prova della costante disponibilità del lavoratore nei confronti dell'editore, elemento chiave che indica la subordinazione. L'appello del lavoratore è stato quindi rigettato.
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Proroga contratto a termine: conversione e limiti
Una società ha esteso verbalmente un contratto a tempo determinato oltre il limite legale di 12 mesi senza fornire le motivazioni richieste. La Corte di Cassazione ha confermato la conversione del rapporto in uno a tempo indeterminato, chiarendo che la tolleranza per la continuazione di fatto del rapporto ("periodo cuscinetto") non si applica quando i limiti massimi di durata sono già stati violati. Il caso sottolinea l'importanza della forma scritta e delle causali per la proroga contratto a termine.
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Prova testimoniale: diritto alla difesa e parità armi
Un lavoratore, formalmente autonomo, ottiene in Appello il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato. La Corte di Cassazione, tuttavia, annulla la decisione perché la Corte d'Appello aveva ammesso la prova testimoniale richiesta dal lavoratore ma non quella, contrapposta, richiesta dalla società datrice di lavoro. Tale omissione ha violato il principio della parità delle parti e del giusto processo, rendendo necessaria una nuova valutazione del caso.
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Lavoro subordinato: quando il contratto non basta
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una stilista che, dopo dieci anni di collaborazione come consulente per un'azienda di moda, ha chiesto il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato. La Corte ha rigettato il ricorso, confermando le decisioni dei giudici di merito. È stato stabilito che, nonostante la lunga durata e la stretta collaborazione, la lavoratrice non ha fornito prove sufficienti a dimostrare l'assoggettamento al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, elemento essenziale per qualificare il rapporto come lavoro subordinato.
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Abuso contratti a termine: risarcimento docenti
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 10455/2024, ha stabilito un importante principio in materia di abuso contratti a termine nel settore scolastico. La Suprema Corte ha chiarito che la disciplina speciale per i docenti di religione impedisce l'applicazione delle sanatorie previste dalla legge sulla 'Buona Scuola' (L. 107/2015). Di conseguenza, la reiterazione illegittima di contratti a tempo determinato dà sempre diritto al risarcimento del danno, anche qualora il docente venga successivamente assunto a tempo indeterminato tramite concorso. La sentenza della Corte d'Appello, che aveva negato il risarcimento, è stata annullata con rinvio.
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Conciliazione sede sindacale: quando è nulla?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 10065/2024, ha stabilito la nullità di un accordo di conciliazione firmato presso la sede aziendale, anche se con l'assistenza di un rappresentante sindacale. La validità di tali accordi, che implicano rinunce a diritti del lavoratore, richiede il rispetto del requisito del luogo: la 'conciliazione in sede sindacale' deve avvenire fisicamente presso gli uffici del sindacato, un luogo neutro che garantisce la libera volontà del lavoratore, e non solo con la mera presenza di un assistente sindacale in azienda.
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Trasformazione part-time full-time: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione conferma che un rapporto di lavoro part-time può essere trasformato in full-time se il dipendente lavora costantemente un numero di ore pari o superiore a quelle di un tempo pieno. La sentenza sottolinea che la realtà effettiva del rapporto di lavoro prevale sul contratto scritto, configurando una modifica dell'accordo per fatti concludenti, senza necessità di un atto formale. La chiave è la continuità e stabilità della prestazione eccedente, che indica la copertura di esigenze aziendali permanenti, rendendo irrilevante la ricerca di una esplicita volontà novativa. Questo principio guida la trasformazione part-time full-time.
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Obbligo di repêchage: no a formazione per altre mansioni
Un lavoratore, licenziato per giustificato motivo oggettivo a seguito di una riorganizzazione aziendale, ha contestato la violazione dell'obbligo di repêchage, sostenendo che l'azienda avrebbe dovuto formarlo per ricollocarlo in mansioni diverse. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, specificando che l'obbligo di repêchage si limita alla verifica di posizioni lavorative già esistenti e fungibili con la professionalità del dipendente, senza imporre al datore di lavoro un dovere di riqualificazione professionale per ruoli totalmente differenti.
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Demansionamento permanente: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11870/2024, ha stabilito che il demansionamento è un illecito permanente. Questo significa che la sua illiceità va valutata giorno per giorno secondo la legge vigente. In un caso di demansionamento a cavallo dell'entrata in vigore del Jobs Act (d.lgs. 81/2015), si applica la vecchia disciplina fino al 23 giugno 2015 e la nuova dal giorno successivo. La Corte ha però cassato la decisione di merito per non aver verificato se le nuove mansioni, pur lecite secondo la nuova legge, rientrassero effettivamente nella stessa categoria contrattuale (quadro) della lavoratrice, come previsto dal CCNL.
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Part-time misto: Cassazione chiarisce i requisiti
Un autista di scuolabus ha contestato il suo contratto, attivo solo durante l'anno scolastico, chiedendone la conversione in full-time. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la piena validità della tipologia contrattuale del part-time misto. La sentenza chiarisce che questo contratto combina legittimamente la riduzione dell'orario giornaliero (tipica del part-time orizzontale) con la concentrazione dell'attività in specifici periodi dell'anno (tipica del part-time verticale). Inoltre, il superamento dei limiti percentuali di assunzioni part-time previsti dal CCNL non comporta, in assenza di una specifica previsione, la conversione automatica del rapporto in un tempo pieno.
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