LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990 — Anno 2023

Altri anni per art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990

Possesso di stupefacenti: uso personale o spaccio?
Il caso riguarda Il Ricorrente, condannato per spaccio dopo il ritrovamento di oltre sette grammi di hashish (pari a 97 dosi medie), nascosti in un cassetto insieme a bustine di cellophane, un taglierino e un bilancino di precisione. Il Ricorrente ha proposto ricorso sostenendo che la droga fosse destinata all'uso personale e contestando la mancanza di prove certe. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il possesso di stupefacenti in misura superiore ai limiti di legge non basta da solo a dimostrare lo spaccio, ma la presenza di strumenti per il confezionamento e la suddivisione in dosi confermano la destinazione alla vendita. Il Ricorrente perde la causa e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
Continua »
Lieve entità nel reato di spaccio: il peso non basta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio a carico di un uomo trovato con 47 grammi di hashish, strumenti di confezionamento e 705 euro in contanti. La difesa chiedeva la riqualificazione del fatto come Lieve entità nel reato di spaccio, evidenziando che il peso della sostanza era inferiore ai 100 grammi. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che il solo dato del peso non basta a ottenere lo sconto di pena se il contesto dimostra un'attività organizzata. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e il ricorrente è stato condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
Continua »
Traffico di stupefacenti: quando scatta l’associazione criminale
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Pubblica Accusa contro l'ordinanza che aveva escluso il reato associativo per un indagato, riducendo la sua misura cautelare agli arresti domiciliari per singoli episodi di spaccio. Il Tribunale del Riesame aveva ritenuto insussistente il vincolo di gruppo a causa della mancanza di una cassa comune o di mezzi modificati. La Cassazione ha invece chiarito che, per configurare il reato di traffico di stupefacenti in forma associativa, non serve un'organizzazione complessa, essendo sufficiente una struttura minima e rudimentale desumibile dalla stabilità dei rapporti, dalla divisione dei ruoli e dalla continuità delle cessioni. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza impugnata, ordinando un nuovo esame del caso.
Continua »
Associazione finalizzata al narcotraffico: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di essere il capo di un'organizzazione criminale dedita allo spaccio. Il ricorrente contestava l'esistenza di una vera e propria associazione finalizzata al narcotraffico, sostenendo si trattasse di semplici episodi isolati o di rapporti familiari. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che per configurare il reato associativo non serve una struttura complessa, ma basta un accordo stabile tra almeno tre persone con una minima organizzazione di mezzi. Inoltre, la Corte ha confermato la sussistenza del pericolo di recidiva, giustificato dal ruolo di vertice dell'indagato e dall'uso di telefoni criptati per sfuggire ai controlli delle forze dell'ordine.
Continua »
Fatto di lieve entità: anche lo spaccio organizzato può esserlo
L'Imputato è stato condannato per spaccio di cocaina. La Corte d'Appello ha escluso l'ipotesi del fatto di lieve entità, valorizzando la presenza di tre clienti stabili e di strumenti per il confezionamento in dosi a casa dell'uomo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, annullando la sentenza con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che la modica quantità di droga (pari a soli 0,63 grammi) non può essere ignorata e che una struttura organizzata minima o la continuità dello spaccio non escludono automaticamente il fatto di lieve entità. Il caso dovrà essere interamente riesaminato.
Continua »
Reato continuato contro abitudine a delinquere: la Cassazione
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento del reato continuato per quattro condanne per spaccio di stupefacenti commesse nell'arco di cinque anni. Il Tribunale ha respinto la richiesta, ritenendo i reati espressione di una generica propensione a delinquere e non di un unico disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Condannato. La Suprema Corte ha chiarito che spetta al condannato l'onere di dimostrare una programmazione unitaria preventiva dei reati. La semplice ripetizione di condotte simili nel tempo non basta a configurare la continuazione, configurando invece una mera abitualità a delinquere. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »
Concorso nel reato di spaccio: condanna per il complice in treno
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un uomo accusato di concorso nel reato di spaccio di 131 grammi di cocaina. Lo stupefacente era occultato nel corpo della complice durante un viaggio in treno. La difesa sosteneva la tesi della semplice connivenza passiva e richiedeva la riqualificazione del fatto come ipotesi di lieve entità. I giudici hanno respinto il ricorso, evidenziando che le intercettazioni telefoniche dimostravano il ruolo attivo dell'imputato nell'organizzazione del trasporto e nell'acquisto della droga. Inoltre, la Cassazione ha escluso la lieve entità a causa del quantitativo elevato, della stabilità dell'attività di spaccio e della finalità di lucro. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla cassa delle ammende.
Continua »
Determinazione della pena: no a sconti per lo spaccio abituale
L'Imputato è stato condannato per la detenzione di cocaina e hashish ai fini di spaccio. La Corte d'Appello ha rideterminato la sanzione applicando le attenuanti generiche. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sull'aumento per la continuazione dei reati. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito, il quale non deve analizzare singolarmente ogni parametro ma può indicare globalmente gli elementi decisivi, come la gravità del fatto, l'ingente quantitativo di dosi e i precedenti penali. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
Continua »
Rideterminazione della pena: vietato aumentare la sanzione base
Il Condannato ha richiesto la rideterminazione della pena a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 40/2019, che ha ridotto il minimo edittale per i reati di droga da otto a sei anni. Il Giudice dell'esecuzione ha ricalcolato la sanzione partendo però da una pena-base superiore al nuovo minimo, rivalutando la gravità del fatto in senso peggiorativo rispetto a quanto stabilito nel processo di merito. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, chiarendo che il giudice dell'esecuzione non può valutare il fatto in modo difforme o più grave rispetto al giudice della cognizione. La sentenza impugnata è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo calcolo della pena conforme ai principi di diritto.
Continua »
Custodia cautelare in carcere: no al braccialetto elettronico
Un indagato ha impugnato l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere per traffico di cocaina. La difesa lamentava la mancata concessione degli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico e l'errata valutazione del pericolo di recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che ritenere inadeguati i domiciliari esclude automaticamente l'utilità del braccialetto elettronico. Inoltre, la gravità dei fatti, i precedenti specifici e i collegamenti con la criminalità organizzata giustificano pienamente la custodia cautelare in carcere, confermando la decisione del Tribunale del Riesame.
Continua »
Lieve entità nel reato di spaccio: negata a chi è ai domiciliari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di stupefacenti. L'imputato chiedeva il riconoscimento della lieve entità nel reato di spaccio. Tuttavia, le forze dell'ordine lo avevano trovato in possesso di 48 grammi di hashish, pari a 278 dosi medie singole. Inoltre, l'uomo deteneva la sostanza mentre si trovava già agli arresti domiciliari per spaccio. I giudici hanno confermato che queste circostanze impediscono la concessione dell'attenuante, confermando la condanna a un anno e dieci mesi di reclusione e cinquemila euro di multa, oltre al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »
Spaccio di lieve entità: no alla tenuità se ci sono le dosi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per lo spaccio di lieve entità di sostanze stupefacenti. L'uomo era stato trovato in possesso di ventotto dosi di cocaina, bilancini di precisione e materiale per il confezionamento. La difesa contestava la destinazione allo spaccio e la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto. I giudici di legittimità hanno confermato la condanna a sei mesi di reclusione, evidenziando che il numero di dosi pronte e la disponibilità di strumenti per il confezionamento escludono l'uso personale e dimostrano un inserimento stabile nel mercato della droga. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
Continua »
Rinuncia ai motivi di appello: gli effetti sulla condanna finale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due imputati. Il primo, condannato per tentata estorsione aggravata, contestava il trattamento sanzionatorio e il mancato riconoscimento della prevalenza delle attenuanti generiche. La Corte ha ritenuto logica la scelta dei giudici di merito basata sulla gravità del reato e sui precedenti dell'uomo. Il secondo imputato, condannato per reati in materia di stupefacenti, contestava la sussistenza dei reati nonostante avesse precedentemente formulato la rinuncia ai motivi di appello sulla responsabilità. I giudici hanno chiarito che tale rinuncia determina il passaggio in giudicato della sentenza su quei punti, rendendo impossibile un successivo ricorso in Cassazione. Entrambi sono stati condannati alle spese e alla sanzione pecuniaria.
Continua »
Spaccio di lieve entità: no ai domiciliari con la cocaina
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato a 4 anni di reclusione per detenzione e spaccio di cocaina. L'imputato, mentre si trovava agli arresti domiciliari, gestiva un'attività di spaccio professionale nella propria abitazione, dove sono stati rinvenuti oltre 54 grammi di cocaina, bilancini e denaro contante. La difesa richiedeva il riconoscimento dello Spaccio di lieve entità e l'esclusione della recidiva. I giudici hanno respinto la richiesta evidenziando l'organizzazione professionale dell'attività e la gravità della condotta, commessa violando le prescrizioni cautelari. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
Continua »
Gravi indizi di colpevolezza: no al carcere per un semplice nome
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti di un indagato accusato di traffico di stupefacenti. L'accusa si basava esclusivamente su un'intercettazione ambientale tra terzi in cui veniva menzionato il nome di battesimo "Salvatore". Il Tribunale aveva identificato l'indagato basandosi solo sulla comune detenzione passata con un altro soggetto citato nella conversazione, retrodatando arbitrariamente il reato per far coincidere le date. La Suprema Corte ha stabilito che, sebbene per le misure cautelari basti una prova attenuata, l'identificazione del soggetto deve essere certa. Mancando riscontri oggettivi e univoci, i gravi indizi di colpevolezza non sono stati ritenuti sussistenti, disponendo così il rinvio al Tribunale per un nuovo esame.
Continua »
Traffico di stupefacenti di lieve entità: no allo sconto
Quattro imputati sono stati condannati per associazione finalizzata al traffico di droga e spaccio. Tra di loro, il Capo dell'Organizzazione gestiva i traffici, mentre altri si occupavano del trasporto e della vendita al dettaglio con oltre duecento cessioni di cocaina. I ricorrenti hanno impugnato la condanna chiedendo la riqualificazione dei reati in traffico di stupefacenti di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la reiterazione sistematica dello spaccio e l'esistenza di una struttura organizzata escludono la minore gravità del fatto. Inoltre, l'associazione minore è configurabile solo se il programma criminoso prevede esclusivamente condotte minime. Di conseguenza, i ricorrenti restano condannati e dovranno pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
Continua »
Restituzione del denaro sequestrato: decide l’esecuzione
Un uomo, condannato con patteggiamento per reati di droga, ha presentato ricorso in Cassazione lamentando l'ingiusta confisca delle somme di denaro che gli erano state sottratte durante le indagini. L'imputato sosteneva che mancasse un legame diretto tra il denaro e l'attività di spaccio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che la sentenza di patteggiamento non conteneva in realtà alcun provvedimento di confisca. Di conseguenza, per ottenere la restituzione del denaro sequestrato, l'interessato non doveva proporre ricorso in Cassazione, ma rivolgersi direttamente al giudice dell'esecuzione, che è l'unico soggetto competente a decidere sulla sorte dei beni sequestrati quando il giudice della cognizione non si è espresso. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
Continua »
Inammissibilità del ricorso per Cassazione: la genericità si paga
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione presentato da un cittadino condannato per furto e reati in materia di stupefacenti. L'imputato lamentava una carenza di motivazione sulla determinazione della pena da parte della Corte d'Appello. I giudici di legittimità hanno stabilito che un ricorso generico, che si limita a proporre una ricostruzione alternativa dei fatti senza indicare specifiche lacune logiche o giuridiche della sentenza impugnata, non può essere accolto. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna a tre anni di reclusione e mille euro di multa, obbligando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »
Lieve entità nel reato di spaccio: la Cassazione nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di 500 grammi di hashish e 35 grammi di marijuana. L'imputato richiedeva la riqualificazione del fatto nella fattispecie di lieve entità nel reato di spaccio. I giudici hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, escludendo l'ipotesi attenuata. La decisione si fonda sul considerevole dato ponderale della droga, idonea a produrre oltre 700 dosi singole, sul possesso di un bilancino di precisione e sulla mancata prova dell'uso personale. Tali elementi dimostrano un'attività di spaccio organizzata e sistematica, incompatibile con il concetto di piccolo spaccio. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
Continua »
Inammissibilità del ricorso per Cassazione: ricorso generico ko
L'Imputato era stato condannato dalla Corte di Appello di Bari alla pena di dieci mesi di reclusione e mille euro di multa per spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità. La difesa ha proposto ricorso lamentando la carenza di motivazione sulla qualificazione del reato e sulla pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione poiché i motivi presentati erano del tutto generici. Il ricorrente si è limitato a proporre una ricostruzione alternativa dei fatti senza evidenziare reali vizi logici o lacune nella sentenza d'appello. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha inflitto all'Imputato il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »