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art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990 — Anno 2023

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Altri anni per art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990

Espulsione dello straniero: scontro tra condanna e ravvedimento
Un cittadino straniero, condannato tramite patteggiamento per detenzione di ingenti quantitativi di cocaina, ha fatto ricorso in Cassazione contro la confisca di sessantamila euro e la misura di sicurezza dell'espulsione. La Suprema Corte ha confermato la legittimità della confisca del denaro sproporzionato rispetto al reddito. Tuttavia, ha accolto il ricorso riguardo all'espulsione dello straniero. I giudici hanno rilevato una contraddizione: il tribunale aveva concesso l'attenuante della collaborazione attiva (ritenuta prevalente sulla recidiva), ma poi aveva ordinato l'espulsione basandosi sulla pericolosità sociale del soggetto. La Cassazione ha stabilito che la collaborazione dimostra un ravvedimento incompatibile con una presunzione automatica di pericolosità, annullando la misura con rinvio per un nuovo esame.
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Reato continuato: no allo sconto di pena se manca il disegno unitario
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento del reato continuato tra condanne irrevocabili per rapina, reati in materia di armi e traffico di stupefacenti. Il Tribunale ha respinto l'istanza evidenziando la distanza temporale di quattro anni tra i fatti e la diversità dei complici. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Condannato. I giudici hanno chiarito che, per applicare il reato continuato, non bastano la vicinanza temporale o la tipologia di reati. Occorre dimostrare una programmazione unitaria iniziale (disegno criminoso). L'onere della prova spetta interamente al richiedente, il quale non può limitarsi ad allegare indici generici. Il Condannato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato: no allo sconto tra spaccio e usura
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato tra due condanne definitive: la prima per spaccio di stupefacenti commesso nel 2018, la seconda per usura commessa tra il 2018 e il 2020. La difesa sosteneva che i proventi dello spaccio fossero destinati a finanziare l'attività usuraria, configurando un unico progetto originario. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la semplice propensione a delinquere per profitto o il reimpiego di denaro illecito non bastano a dimostrare un medesimo disegno criminoso. La distanza temporale tra le condotte e il coinvolgimento di complici diversi escludono una pianificazione unitaria originaria. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Concorso nel reato di spaccio: basta un grido per la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per una donna accusata di concorso nel reato di spaccio. La difesa sosteneva che il semplice grido "Zio!", pronunciato alla vista della polizia, fosse insufficiente a qualificarla come vedetta. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che la donna, prima di lanciare l'allarme, si guardava continuamente intorno con fare sospetto. Questo comportamento coordinato dimostra una chiara partecipazione all'attività illecita del complice. Inoltre, la Suprema Corte ha respinto la richiesta di applicazione della circostanza attenuante del danno di speciale tenuità, poiché la difesa non ha fornito prove concrete sul profitto economico effettivamente perseguito o ottenuto, limitandosi a indicare la modesta quantità di cocaina sequestrata. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Detenzione ai fini di spaccio: arresti anche senza vendite provate
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare degli arresti domiciliari. L'uomo era stato trovato in possesso di oltre 34 grammi di cocaina, due bilancini di precisione, materiale per il confezionamento e 10.000 euro in contanti. La difesa contestava la mancanza di prove su effettivi episodi di vendita e l'assenza di un pericolo di recidiva. I giudici hanno invece confermato la legittimità della misura, stabilendo che il possesso di strumenti di confezionamento e di ingenti somme ingiustificate dimostra la detenzione ai fini di spaccio. La gravità della condotta giustifica il timore di una reiterazione del reato, rendendo necessaria la misura cautelare. L'indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per lo spaccio
Il Tribunale di Roma confermava la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di spaccio di stupefacenti. La difesa ricorreva in Cassazione, sostenendo la lieve entità del fatto per il modesto quantitativo di droga (circa 24 grammi di eroina e 2 grammi di hashish) e chiedendo la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari e il braccialetto elettronico. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla gravità del fatto deve essere globale: la presenza di bilancini, contanti ingiustificati, materiale da taglio e precedenti penali dimostrano un'attività professionale incompatibile con la lieve entità. Inoltre, la custodia cautelare in carcere è inevitabile se il domicilio proposto per gli arresti è inadeguato e condiviso con un coindagato, rendendo inefficace anche il braccialetto elettronico contro il rischio di reiterazione del reato.
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Affidamento in prova al servizio sociale: negato per precedenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato per reati di droga che richiedeva l'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di sorveglianza aveva negato la misura, concedendo invece la detenzione domiciliare. La Suprema Corte ha confermato la decisione, ritenendo corretto il giudizio sulla pericolosità sociale del soggetto, desunto dalla gravità del reato, dai precedenti penali e dalle informazioni di polizia. I giudici hanno ribadito il principio di progressione trattamentale, secondo cui l'accesso ai benefici penitenziari deve avvenire in modo graduale. Il ricorso è stato ritenuto generico anche per la mancata allegazione della relazione dei servizi sociali. Di conseguenza, il condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato e narcotraffico: confermata la pena di 26 anni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato a ventisei anni di reclusione per traffico di stupefacenti. La difesa contestava la quantificazione della pena e la mancata prescrizione dei reati. I giudici hanno confermato la decisione della Corte di appello, che aveva applicato l'istituto del reato continuato unificando la nuova condanna con precedenti sentenze definitive per associazione mafiosa ed estorsione. La Cassazione ha ritenuto l'aumento di pena ampiamente motivato in base alla gravità dei fatti e alla caratura criminale del condannato. La prescrizione è stata esclusa a causa della recidiva reiterata e specifica dell'imputato, che allunga i termini di legge. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Permesso premio: la Cassazione annulla il no basato sul passato
Il Tribunale di Sorveglianza negava a un detenuto il permesso premio, basandosi sulla gravità dei reati passati, su presunti legami mafiosi e su informative negative della polizia. Il detenuto ricorreva in Cassazione, evidenziando che l'aggravante mafiosa era stata esclusa nei giudizi e che i giudici avevano ignorato il suo percorso rieducativo positivo in carcere. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la gravità del reato non può escludere automaticamente il beneficio e che i giudici devono valutare concretamente la condotta attuale. La Suprema Corte ha quindi annullato il diniego, ordinando un nuovo esame del caso.
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Confisca allargata: ex coniuge perde la casa intestata
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca allargata di due appartamenti intestati alla moglie separata di un uomo condannato per reati di droga. La donna, come terza interessata, ha impugnato il provvedimento rivendicando la proprietà esclusiva dei beni. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che il terzo intestatario formale non può contestare i presupposti della misura applicata al condannato, ma deve dimostrare l'effettiva e lecita provenienza delle risorse usate per l'acquisto. Nel caso specifico, è emersa una netta sproporzione tra i redditi dichiarati e il valore del terreno acquistato nel 1995 e dei successivi lavori di costruzione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la perdita definitiva della proprietà degli immobili a favore dello Stato.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: condanna per il passeggero
Un passeggero di un'auto, fermata a fari spenti, è stato condannato per la detenzione di sostanze stupefacenti. La polizia ha rinvenuto tre grammi di marijuana addosso all'uomo e un involucro da 101 grammi nascosto sotto la sua gamba. La difesa sosteneva che la droga nell'abitacolo non fosse a lui riconducibile, poiché l'auto apparteneva a terzi e mancavano impronte digitali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la detenzione di sostanze stupefacenti non richiede un contatto fisico continuo, ma la semplice disponibilità materiale della droga. La quantità complessiva, pari a oltre 740 dosi, e il comportamento sospetto escludono l'ipotesi del fatto di lieve entità.
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Custodia in carcere per associazione a delinquere: conta esserci
Un indagato ha impugnato l'ordinanza che disponeva la custodia in carcere per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva che l'uomo fosse un semplice partecipe e non un organizzatore del gruppo criminale, gestendo solo un bar frequentato dagli associati. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la custodia in carcere per associazione a delinquere scatta automaticamente per la sola partecipazione al sodalizio. Di conseguenza, contestare il ruolo di organizzatore non offre alcun vantaggio pratico all'indagato, poiché la presunzione sulla necessità della misura cautelare in carcere si applica indistintamente a tutti i membri del gruppo, a prescindere dal loro specifico ruolo interno. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Competenza del giudice dell’esecuzione: il caso del maggiorenne
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la decisione della Corte d'Appello. Il ricorrente contestava la competenza del giudice dell'esecuzione e l'omessa applicazione dell'attenuante della minore età. La Suprema Corte ha chiarito che la competenza del giudice dell'esecuzione spetta alla Corte d'Appello se questa ha modificato la qualificazione giuridica del reato in secondo grado, rendendo la sentenza irrevocabile. Inoltre, la richiesta di riduzione della pena per minore età è stata giudicata infondata, poiché il soggetto era maggiorenne al momento del fatto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Messa alla prova: la Cassazione salva l’estinzione del reato
Il Procuratore generale ha impugnato la sentenza con cui il G.I.P. ha dichiarato estinto per esito positivo della messa alla prova il reato di coltivazione di marijuana contestato a due imputati. Secondo l'accusa, l'istituto non era applicabile poiché il reato originario prevedeva una pena massima di sei anni, superiore al limite di quattro anni stabilito dalla legge per accedere alla misura. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno accertato che, prima della richiesta di messa alla prova, il Pubblico Ministero aveva riqualificato il fatto in un'ipotesi meno grave, punita con una pena massima di quattro anni. Di conseguenza, la decisione del G.I.P. è legittima, in quanto il reato rientrava perfettamente nei limiti edittali previsti per l'accesso al beneficio.
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Attenuanti generiche: i precedenti penali escludono lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per furto pluriaggravato e reati in materia di stupefacenti. L'imputato contestava il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulle attenuanti generiche spetta esclusivamente al giudice di merito. Per negarle, il giudice non deve analizzare ogni singolo elemento della difesa, ma può basarsi solo su fattori decisivi, come i precedenti penali del soggetto. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Traffico di stupefacenti: confermata l’associazione criminale
La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per i membri di un'organizzazione criminale dedita allo spaccio. Il Capo dell'Associazione e la sua principale Collaboratrice avevano fatto ricorso contestando la sussistenza del reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha rigettato i loro ricorsi, dichiarando inammissibili quelli degli altri imputati. I giudici hanno chiarito che l'associazione per delinquere si distingue dal semplice concorso di persone per la presenza di una struttura organizzativa stabile e per la consapevolezza dei membri di far parte di un sodalizio. Inoltre, la recidiva reiterata è pienamente compatibile con il vincolo della continuazione tra i reati. Di conseguenza, tutti i ricorrenti hanno perso la causa e dovranno pagare le spese processuali.
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Spaccio di lieve entità: quando la Cassazione nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che chiedeva la riqualificazione del reato di spaccio nella fattispecie di spaccio di lieve entità. I giudici di merito avevano negato l'attenuante valutando la professionalità dell'attività, la durata nel tempo, i quantitativi e le modalità di cessione della droga. La Cassazione ha confermato che il giudizio sulla gravità del fatto spetta ai giudici di merito e non può essere riesaminato in sede di legittimità se adeguatamente motivato. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Applicazione della recidiva: quando i precedenti pesano sulla pena
Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva in relazione a un reato di droga di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la sussistenza della recidiva è stata motivata correttamente in base ai numerosi precedenti penali specifici del soggetto e alla sua accertata pericolosità sociale. Il ricorso non ha contestato in modo specifico queste argomentazioni, risultando generico. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto il ricorso e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia Cautelare: 75enne in carcere per spaccio, l’età non basta
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo di 75 anni accusato di spaccio di stupefacenti. Nonostante l'età avanzata, i giudici hanno ritenuto la misura indispensabile a causa dei suoi numerosi precedenti penali specifici e della sua spiccata capacità di reinserirsi nel mercato illegale. La sua pericolosità sociale e la mancanza di una dimora stabile, unita all'uso di un'abitazione di una persona disabile come base operativa, hanno reso la detenzione l'unica opzione per interrompere l'attività criminale. L'appello di una co-indagata è stato respinto per motivi simili, mentre quello di un altro indagato è stato accolto per un vizio di procedura.
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Linguaggio cifrato spaccio: condanna valida anche senza droga?
Due persone sono state condannate per spaccio di cocaina. Le prove principali erano intercettazioni telefoniche in cui usavano un linguaggio cifrato per spaccio, parlando di 'carne', 'scarpe' o 'magliette' per riferirsi alla droga. La difesa sosteneva che queste conversazioni, senza il sequestro fisico della droga per ogni episodio, non fossero una prova sufficiente. La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi. Ha stabilito che l'interpretazione del linguaggio in codice da parte del giudice è legittima se logica e coerente con il contesto generale, che includeva altri sequestri e le dichiarazioni di altri soggetti coinvolti. La condanna è stata quindi confermata.
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