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art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990 — Anno 2023

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Altri anni per art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990

Lieve entità nel reato di spaccio: no allo sconto per chi tace
L'Imputato è stato condannato a sei anni di reclusione per detenzione di sostanze stupefacenti, tra cui cocaina, hashish e marijuana, oltre al possesso di un bilancino di precisione. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo la riqualificazione del fatto nella fattispecie di lieve entità nel reato di spaccio e contestando il bilanciamento tra le attenuanti generiche e la recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la lieve entità nel reato di spaccio non può basarsi solo sul dato quantitativo, ma richiede una valutazione complessiva. Nel caso specifico, la quantità di dosi ricavabili, la condotta omertosa e i collegamenti con la criminalità organizzata escludono la minima offensività del fatto. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio e lieve entità: la varietà di droghe esclude lo sconto
L'Imputato è stato condannato per detenzione e spaccio di diverse sostanze stupefacenti, tra cui eroina, cocaina, hashish e marijuana. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione richiedendo la riqualificazione del fatto nella fattispecie di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che la varietà delle droghe sequestrate, il possesso di un bilancino di precisione, la presenza di un nascondiglio nella parete e l'assenza di un lavoro stabile dimostrano un'attività organizzata e non occasionale. Di conseguenza, non è possibile applicare l'attenuante della lieve entità. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio in centro: no alla particolare tenuità del fatto
Due imputati, condannati per spaccio di lieve entità, hanno proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che l'esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto richiede una valutazione complessa e globale della condotta. Nel caso specifico, la reiterazione delle cessioni di droga, la vendita di sostanze diverse tra cui cocaina, l'orario diurno e la zona centrale dello spaccio dimostrano un'offensività incompatibile con il beneficio richiesto. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato in secondo grado a seguito di concordato in appello per reati sugli stupefacenti. L'imputato lamentava la mancata valutazione di possibili cause di proscioglimento. La Suprema Corte ha chiarito che l'accordo sulla pena (concordato in appello) comporta la rinuncia preventiva a far valere questioni non concordate, precludendo qualsiasi successivo ricorso per cassazione su tali punti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi generici
Un uomo, condannato per detenzione e cessione illecita di marijuana, ha proposto ricorso lamentando una motivazione carente della sentenza d'appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati dal difensore erano troppo generici e privi di un reale confronto critico con la decisione impugnata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale e ha imposto al ricorrente il pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Uso personale di stupefacenti: quando il reddito smentisce la difesa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per detenzione di droga. La difesa sosteneva l'uso personale di stupefacenti, ma i giudici hanno respinto la tesi a causa della quantità e varietà delle sostanze sequestrate (hashish e cocaina). Inoltre, il reddito minimo dichiarato dal soggetto è stato ritenuto incompatibile con l'acquisto di un simile quantitativo. Anche la certificazione del Sert è stata giudicata irrilevante, poiché attestava solo un uso occasionale e non una dipendenza grave. Infine, la Corte ha negato l'attenuante della collaborazione attiva poiché le informazioni fornite erano inutili. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Cessione di sostanze stupefacenti: fermata la vendita ai minori
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per cessione di sostanze stupefacenti. L'imputato chiedeva la riqualificazione del reato nel fatto di lieve entità e la sostituzione della pena con il lavoro di pubblica utilità. I giudici hanno respinto le richieste evidenziando la gravità della condotta, caratterizzata dalla vendita di droga a minorenni e da quantitativi significativi. Inoltre, la presenza di precedenti penali specifici e la mancata formulazione della richiesta di lavoro sostitutivo nei precedenti gradi di giudizio hanno precluso ogni beneficio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale e ha sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: no a scuse bizzarre
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato giustificava il possesso della droga con motivi di salute e la presenza di un bilancino con esigenze dietetiche. I giudici hanno ritenuto tali giustificazioni inidonee a fronteggiare gli indizi di colpevolezza, quali il confezionamento della sostanza, le modalità di occultamento e il possesso di 2.850 euro in contanti. È stata inoltre negata l'applicazione della particolare tenuità del fatto, poiché la pena inflitta superava nettamente il minimo edittale, dimostrando la gravità della condotta. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Traffico di stupefacenti: la Cassazione blinda le condanne
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da diversi imputati condannati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti con l'aggravante delle armi e dell'agevolazione mafiosa. I ricorrenti contestavano l'esistenza del vincolo associativo e i rispettivi ruoli, sostenendo che si trattasse di semplici episodi di concorso occasionale. La Suprema Corte ha invece confermato la solidità dell'impianto accusatorio, evidenziando che l'associazione non richiede la conoscenza reciproca tra tutti i membri, né la prova di ogni singolo spaccio. È sufficiente dimostrare l'accordo, la struttura organizzativa e la continuità dei rapporti, supportati da intercettazioni e servizi di osservazione. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: se firmi l’accordo non puoi ricorrere
Il Ricorrente, condannato in secondo grado per reati in materia di stupefacenti di lieve entità, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la quantificazione della pena stabilita a seguito di concordato in appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, quando si stipula un concordato in appello, le parti rinunciano a far valere in Cassazione le contestazioni sulla misura della pena, a meno che questa non sia palesemente illegale, ossia non prevista dalla legge o fuori dai limiti edittali. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Traffico di stupefacenti: carcere anche con struttura minima
L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro la custodia in carcere per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'assenza di una struttura organizzata e di ruoli specifici. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per configurare l'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti basta una struttura minima e rudimentale, desumibile dalla ripetitività dei reati e dall'uso di un linguaggio criptico. Inoltre, sussiste una doppia presunzione relativa di adeguatezza del carcere, non superata dall'indagato, data la costante dedizione allo spaccio e la mancanza di segni di resipiscenza.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per il reato di associazione finalizzata al narcotraffico. L'indagato contestava la mancanza di prove sul suo ruolo specifico nel gruppo criminale a conduzione familiare operante in Calabria. I giudici hanno invece confermato la solidità del quadro indiziario, basato su videoriprese di cessioni di droga, intercettazioni con linguaggio criptico e dichiarazioni di un collaboratore di giustizia. La Suprema Corte ha ribadito che per la configurabilità del reato associativo basta una struttura minima e un accordo anche informale tra almeno tre persone. Inoltre, opera la presunzione di adeguatezza del carcere, non superata dalla difesa. L'indagato perde il ricorso e resta in carcere, oltre a dover pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Intercettazioni telefoniche: la voce incastra il trafficante
Il caso riguarda la condanna di un uomo per traffico di stupefacenti, basata principalmente su intercettazioni telefoniche. L'Imputato contestava l'attribuzione della linea telefonica e delle conversazioni registrate. La Corte d'Appello, nel giudizio di rinvio, ha confermato la condanna valorizzando elementi decisivi: il possesso fisico della scheda telefonica al momento del controllo, il riconoscimento del timbro vocale da parte degli inquirenti dopo due anni di indagini, e una telefonata in cui l'uomo rassicurava un complice dopo un controllo di polizia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato, confermando la validità delle prove raccolte e condannandolo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo che blocca il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da diversi soggetti condannati per l'importazione di circa dieci chili di cocaina da Santo Domingo, nascosti in un carico di marmo destinato a una società italiana. Tra i ricorrenti, alcuni avevano precedentemente optato per il concordato in appello. I giudici di legittimità hanno ribadito che l'accordo sulla pena comporta la rinuncia ai motivi di merito, precludendo il ricorso in Cassazione se non per vizi sulla formazione della volontà. Per gli altri imputati, la Corte ha confermato l'inammissibilità dei ricorsi poiché basati sulla generica ripetizione dei motivi d'appello e sul tentativo di far rivalutare le prove di fatto, come le intercettazioni telefoniche. È stata inoltre confermata la confisca di un'auto di lusso per sproporzione rispetto ai redditi dichiarati. Tutti i ricorrenti sono stati condannati alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Uso personale o spaccio: negata la lieve entità per 1388 dosi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un soggetto trovato in possesso di 125 grammi di hashish, con un principio attivo del 28% idoneo a produrre ben 1388 dosi. L'imputato sosteneva che la droga fosse destinata all'uso personale, evidenziando la propria tossicodipendenza e la mancanza di strumenti per il confezionamento. I giudici hanno respinto la tesi difensiva, valorizzando il luogo dell'arresto (una nota piazza di spaccio) e l'incompatibilità economica tra l'acquisto dello stupefacente e il basso reddito percepito. La Suprema Corte ha escluso l'applicazione della circostanza attenuante della lieve entità, ribadendo che l'elevato numero di dosi ricavabili e il contesto dell'azione escludono la minima offensività del fatto, confermando così la rilevanza penale della condotta.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: quando l’omissione non salva
Il Condannato ha presentato un ricorso straordinario per errore di fatto contro una sentenza della Corte di Cassazione. Egli lamentava che i giudici non avessero esaminato una memoria con motivi nuovi riguardante il calcolo della pena. La Suprema Corte ha rigettato la richiesta. I giudici hanno chiarito che, sebbene vi sia stata un'omissione, i motivi aggiuntivi erano comunque inammissibili. Infatti, le nuove contestazioni non riguardavano i punti della sentenza già impugnati con il ricorso principale, ma introducevano una questione del tutto nuova sulla continuazione dei reati. Di conseguenza, l'omesso esame di un atto già di per sé inammissibile non costituisce un errore di fatto correggibile. Il Condannato perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Riqualificazione del reato: confermato il carcere per l’indagata
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia in carcere per l'Indagata, operando la riqualificazione del reato da semplice spaccio ad associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Di conseguenza, ha dichiarato l'incompetenza del giudice originario a favore del giudice distrettuale, mantenendo comunque la misura cautelare per ragioni di urgenza. L'Indagata ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la nuova qualificazione giuridica e l'attualità delle esigenze cautelari, evidenziando di essere già detenuta per altra causa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la riqualificazione del reato in sede cautelare è pienamente legittima, anche se determina l'incompetenza del giudice, e che la detenzione per altro titolo non esclude il rischio di recidiva, data la natura provvisoria della custodia.
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Intercettazioni telefoniche: finta cena e condanna per spaccio
Il caso riguarda la condanna di un ristoratore per spaccio di cocaina. La difesa contestava l'utilizzo delle intercettazioni telefoniche, sostenendo che i dialoghi riguardassero l'organizzazione di una cena o lavori edili e non la compravendita di droga. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna a un anno e tre mesi di reclusione. I giudici hanno stabilito che l'interpretazione del linguaggio criptico usato nelle intercettazioni telefoniche spetta esclusivamente al giudice di merito. Nel caso specifico, la ricostruzione accusatoria era supportata da riscontri oggettivi insuperabili, come il sequestro della sostanza stupefacente effettuato dalle forze dell'ordine subito dopo gli incontri pianificati al telefono.
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Legittimo impedimento del difensore: no alla condanna se ignorato
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un imputato condannato in appello per reati in materia di stupefacenti. Il difensore dell'imputato aveva trasmesso via PEC un'istanza di rinvio per legittimo impedimento del difensore a causa della positività al Covid-19, allegando il relativo referto medico. La cancelleria ha inserito l'istanza nel fascicolo solo dopo la conclusione dell'udienza, impedendo alla Corte d'appello di valutarla. La Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la comunicazione era tempestiva e l'impedimento di salute era serio e provato. L'omessa valutazione dell'istanza ha determinato la nullità dell'udienza e della sentenza. La Cassazione ha quindi annullato la decisione impugnata, ordinando un nuovo processo.
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Spaccio di stupefacenti: condannata la moglie che fa da corriere
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un'imputata accusata di spaccio di stupefacenti in concorso con il marito, quest'ultimo agli arresti domiciliari. La donna sosteneva che il suo ruolo fosse marginale e che l'attivita dovesse qualificarsi come fatto di lieve entita. Inoltre, chiedeva che la detenzione e la cessione della droga venissero considerate come un unico reato. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la moglie svolgeva un ruolo essenziale, fungendo da braccio operativo del marito. Le condotte di detenzione e cessione, essendo distinte nel tempo e nelle modalita, configurano reati autonomi uniti dal vincolo della continuazione e non un unico reato assorbito. L'imputata perde il ricorso ed e condannata al pagamento delle spese processuali.
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