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Art. 628 Codice Penale — Anno 2026

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Altri anni per Art. 628 Codice Penale

Rapina aggravata: scaldacollo e risarcimento parziale
L'autore di una rapina presso un distributore di carburanti ha agito con il volto coperto fino al naso da uno scaldacollo. La videosorveglianza e i tatuaggi hanno consentito la sua identificazione immediata. Condannato per rapina aggravata, l'imputato ha proposto ricorso per cassazione contestando l'aggravante del travisamento e il mancato riconoscimento dell'attenuante per il risarcimento del danno. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il travisamento sussiste anche con una copertura parziale del viso. Inoltre, il risarcimento offerto è risultato parziale e inadeguato a coprire i danni materiali e morali. L'imputato deve versare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Dal furto al reato di rapina: bloccare la porta d’auto è violenza
Un uomo ha bloccato la portiera dell'auto di un'anziana donna di novantatré anni, impedendole di chiuderla e riaprendola con il pretesto di vendere merce. Questa condotta ha paralizzato la donna nell'abitacolo, consentendo al complice di rubare la borsa dal sedile passeggero. Il Tribunale del Riesame ha derubricato il fatto a furto pluriaggravato, revocando il carcere. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero, chiarendo che integra il reato di rapina qualsiasi limitazione, anche indiretta o su cose, idonea a ridurre l'autonomia e la libertà di movimento della vittima. L'ordinanza è stata quindi annullata con rinvio.
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Atti persecutori in famiglia: condanna definitiva per il figlio
La vicenda nasce dall'occupazione forzata di un fabbricato di proprietà del Padre da parte del Figlio, rimasto senza casa dopo uno sfratto. La convivenza forzata ha generato continue liti, minacce e violenze. La condotta è culminata in una brutale aggressione fisica, durante la quale il Figlio ha strappato una collanina e un telefono al genitore. I giudici di merito hanno condannato l'aggressore per rapina, lesioni e atti persecutori in famiglia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Figlio. La Suprema Corte ha confermato la piena attendibilità della vittima e la gravità dello stato d'ansia subito dal genitore, costretto a mutare le proprie abitudini di vita. Il ricorrente deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende e pagare le spese processuali.
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Reato di rapina aggravata: no alla derubricazione
Due soggetti hanno subito una condanna per il reato di rapina aggravata commesso insieme. Gli imputati hanno presentato ricorso per contestare la qualificazione giuridica dei fatti. La difesa ha chiesto di derubricare l'accusa in reati minori come furto, favoreggiamento o minaccia, contestando inoltre l'aggravante delle più persone riunite. La Suprema Corte ha respinto le richieste difensive. I giudici di legittimità non possono riesaminare le prove e le testimonianze già valutate correttamente nei precedenti gradi di giudizio. La presenza congiunta di entrambi i colpevoli durante l'azione delittuosa conferma pienamente la configurazione del reato di rapina aggravata. La Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi e ha condannato entrambi i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Patteggiamento per rapina impropria: accordo fermo e ricorso
L'Imputato concorda con l'accusa un patteggiamento per rapina impropria aggravata dall'uso di un'arma, ottenendo una condanna a un anno e sei mesi di reclusione e quattrocento euro di multa. Subito dopo, il difensore propone ricorso in Cassazione contestando la qualificazione giuridica del fatto e l'effettiva capacità offensiva dell'arma utilizzata. I Giudici di legittimità dichiarano il ricorso inammissibile. L'impugnazione di una pena concordata è infatti ammessa solo per errori evidenti e immediati del capo di accusa. La Corte conferma inoltre che gli oggetti di uso comune atti a offendere integrano l'aggravante e condanna il ricorrente al pagamento delle spese e a tremila euro di sanzione.
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Estorsione e metodo mafioso: recupero crediti e minacce implicite
La vicenda riguarda una complessa serie di condotte criminose messe in atto da un gruppo criminale organizzato operante nel nord Italia, dedito al recupero forzoso di crediti, al traffico di stupefacenti e alla detenzione illegale di armi. Gli imputati imponevano la riscossione dei crediti mediante pressioni ambientali, visite perentorie di più soggetti e minacce implicite, evocando legami con ambienti della criminalità organizzata. I ricorrenti contestavano la configurabilità dell'associazione criminale e l'applicazione dell'aggravante di estorsione e metodo mafioso, invocando in alternativa il reato meno grave di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Corte di Cassazione ha confermato in massima parte l'impianto accusatorio, ribadendo che l'intervento di terzi estranei con interessi propri e l'uso di minacce implicite connotano pienamente l'estorsione e metodo mafioso, accogliendo solo parzialmente i ricorsi su specifiche posizioni marginali ed errori di calcolo della pena.
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Arma e minacce: esclusa attenuante per fatto di lieve entità
L'imputato ha minacciato una vittima con un coltello a serramanico per sottrarle denaro, prospettando violenza sessuale e morte. I giudici di merito hanno condannato l'aggressore escludendo l'attenuante per fatto di lieve entità introdotta dalla giurisprudenza costituzionale. L'uomo ha proposto ricorso per cassazione lamentando il mancato riconoscimento dello sconto di pena. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. L'imputato ha riproposto le medesime censure dell'appello senza contestare la logica della sentenza impugnata. La gravità delle minacce e l'uso dell'arma impediscono di qualificare la condotta come lieve. La Suprema Corte ha condannato il ricorrente alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Chiamata in correità: tra accuse dei complici e domiciliari
Un indagato per rapina pluriaggravata subisce la misura degli arresti domiciliari su appello del Pubblico Ministero. L'accusa si fonda sulle dichiarazioni rese in sede di incidente probatorio da due complici e su elementi materiali di supporto, come la fornitura di ricambi e telefoni dedicati. La difesa impugna il provvedimento contestando la chiamata in correità per presunto interesse utilitaristico dei complici e violazione del giudicato cautelare. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici stabiliscono che la speranza di benefici processuali non distrugge la credibilità del dichiarante in assenza di astio personale. I riscontri investigativi autonomi e le dichiarazioni concordanti legittimano pienamente la misura restrittiva.
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Tentata rapina: basta il travisamento armato per la condanna
Un uomo scende da una moto davanti a un supermercato con casco e scaldacollo a coprire il volto. L'individuo torna improvvisamente sui propri passi, risale sul mezzo e fugge insieme al complice. Durante l'inseguimento con le forze dell'ordine, i due gettano una pistola a bordo strada. La difesa sostiene che la condotta integri meri atti preparatori inoffensivi. I giudici confermano invece la condanna per tentata rapina pluriaggravata. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, ribadendo che gli atti preparatori univoci configurano il delitto tentato e che la presenza presunta di contanti nelle casse esclude la speciale tenuità del danno.
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Attenuante della lieve entità: ricorso respinto e condanna
Due imputati hanno proposto ricorso per cassazione contro la condanna d'appello, contestando la corretta qualificazione del reato e la mancata concessione dell'attenuante della lieve entità per il delitto di rapina. I ricorrenti chiedevano una riduzione di pena sostenendo il minor disvalore del fatto commesso. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. I giudici di legittimità hanno accertato che le difese si sono limitate a riproporre le stesse argomentazioni già respinte nei precedenti gradi, senza formulare critiche specifiche contro le motivazioni d'appello. La Cassazione non può riesaminare le prove o sostituirsi alla valutazione dei fatti compiuta dai giudici precedenti. I condannati devono quindi versare tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende oltre alle spese.
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Concorso anomalo nel reato: dal furto alla rapina
L'Imputato pianifica un furto insieme a un complice. Durante l'esecuzione del piano, il complice usa violenza e trasforma il fatto in una rapina consumata. L'Imputato chiede il riconoscimento della circostanza attenuante speciale per il concorso anomalo nel reato, sostenendo di non aver voluto l'aggressione fisica. La Corte d'Appello nega l'attenuante e la Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici stabiliscono che la violenza costituiva uno sviluppo del tutto prevedibile della condotta concordata tra i due correi. Il ricorrente perde il ricorso e subisce la condanna alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione personale: la condanna resta e costa cara
La Corte d'appello ha confermato la condanna a carico de L'Imputato per i reati di rapina aggravata e resistenza a pubblico ufficiale. L'Imputato ha presentato direttamente l'impugnazione davanti ai giudici di legittimità. Il difensore ha semplicemente autenticato la firma e depositato l'atto come mero delegato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile tramite procedura senza udienza formale. La legge vieta infatti il ricorso per cassazione personale, imponendo la sottoscrizione esclusiva di un avvocato iscritto all'albo speciale dei cassazionisti. I giudici hanno respinto l'atto e hanno condannato L'Imputato alle spese legali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: accordo valido senza ricorso
Un imputato ha definito il proprio giudizio di secondo grado tramite il concordato in appello, patteggiando una pena di due anni di reclusione e novecento euro di multa con equivalenza tra attenuanti e aggravanti. Successivamente, il condannato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata prevalenza della circostanza attenuante sul reato contestato. I Giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che il concordato in appello preclude la possibilità di contestare il calcolo della pena liberamente concordata, salvo i casi di sanzione illegale. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rapina pluriaggravata: niente attenuanti per chi confessa tardi
L'Imputato, condannato per il reato di rapina pluriaggravata commesso con armi e complici a volto coperto, ha presentato ricorso per cassazione lamentando l'errato calcolo della pena pecuniaria e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, giustificato a suo avviso dallo stato di incensuratezza formale e dalla confessione resa. I Giudici di legittimità hanno respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile: la Corte territoriale aveva già correttamente applicato il regime sanzionatorio previgente più favorevole e legittimamente negato le attenuanti a causa della spiccata gravità dell'azione, dei plurimi precedenti specifici e dell'ammissione tardiva dei fatti priva di collaborazione. L'Imputato è stato condannato alle spese e a versare tremila euro alla cassa delle ammende.
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Rapina aggravata e droghe: la Cassazione nega la lieve entità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imputato per rapina aggravata dall'uso di armi, violenza privata e tentato furto. La difesa sosteneva che l'assunzione volontaria di sostanze alcoliche e stupefacenti escludesse la piena consapevolezza delittuosa e invocava l'attenuante della lieve entità. I giudici supremi hanno ribadito che l'alterazione volontaria non elimina l'imputabilità né la volontà di procurarsi un ingiusto profitto, quando l'azione risulti coordinata e finalizzata allo scopo. Inoltre, la serialità dei reati e l'uso di armi impediscono la concessione di sconti di pena per fatto di lieve entità. La Cassazione ha respinto integralmente l'impugnazione difensiva.
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Estorsione aggravata da più persone riunite: basta una sola fase
L'Imputato ha presentato ricorso per contestare l'applicazione dell'aggravante per un reato estorsivo commesso insieme a un complice. Il ricorrente sosteneva che la presenza del complice riguardasse soltanto un singolo segmento della condotta complessiva contro la Persona Offesa. La Corte di Cassazione ha rigettato la tesi difensiva e ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato il reato di estorsione aggravata da più persone riunite, stabilendo che la presenza fisica e il ruolo attivo del complice integrano l'aggravante anche se limitati a una sola fase dell'azione criminale. L'Imputato ha subito la condanna definitiva al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della cassa delle ammende.
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Prestito usurario e minacce: confermata la condanna
Due soggetti hanno ricevuto la condanna penale per usura ed estorsione per aver concesso e riscosso un prestito a tassi esorbitanti, pari al 9% giornaliero, ai danni di una donna in grave difficoltà economica. La vittima, costretta a chiedere aiuto economico per pagare un trasloco, ha subito continue pressioni telefoniche e visite intimidatorie a domicilio, fino a coinvolgere la suocera anziana nel pagamento del debito. Gli imputati hanno presentato ricorso per Cassazione sostenendo di aver svolto solo un ruolo marginale di mediazione amichevole e contestando la sussistenza dello stato di bisogno della persona offesa. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili, confermando che l'intermediazione e l'attività di riscossione integrano a pieno titolo il concorso nei reati contestati.
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Lieve entità della rapina: ricorso generico e sanzione
L'Imputato ha proposto ricorso per contestare la sentenza di condanna per rapina. Il ricorso chiedeva il riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità della rapina, la riqualificazione del fatto e la concessione delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I motivi presentati riproducevano pedissequamente le tesi già respinte dalla Corte d'appello, senza fornire una critica precisa e specifica alla motivazione della sentenza impugnata. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, confermando integralmente la pena inflitta nel grado precedente.
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Rapina di lieve entità: l’uso delle armi nega ogni sconto di pena
L'Imputato propone ricorso per cassazione contro la condanna per rapina, lamentando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e dell'attenuante speciale della rapina di lieve entità. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso totalmente inammissibile. I giudici rilevano la mancanza di argomenti critici specifici contro la sentenza d'appello, la quale aveva già evidenziato l'assenza di elementi positivi di condotta e l'ostacolo insuperabile rappresentato dall'uso delle armi durante l'azione criminosa. L'impiego dell'arma impedisce di qualificare il fatto come episodio di minima offensività. La Suprema Corte conferma quindi la condanna definitiva e infligge all'Imputato il pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Tentata rapina impropria: la Cassazione respinge il ricorso
L'Imputato propone ricorso per Cassazione contestando la qualificazione del fatto commesso come tentata rapina impropria e lamentando un presunto vizio di motivazione della sentenza d'appello. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici rilevano che l'imputato si è limitato a riproporre le medesime censure già analizzate e correttamente respinte nei precedenti gradi di giudizio, omettendo una reale critica giuridica della decisione impugnata. La richiesta di una nuova valutazione delle prove è estranea al giudizio di legittimità. A seguito del rigetto, la Corte condanna l'imputato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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