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Art. 628 Codice Penale — Anno 2026

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Altri anni per Art. 628 Codice Penale

Tentata rapina aggravata: niente bottino ma la condanna resta
Due uomini hanno aggredito una persona a mani nude con l'intento di derubarla, senza tuttavia riuscire a portare via alcun bene. Entrambi gli imputati sono stati condannati nei primi due gradi di giudizio per il reato di tentata rapina aggravata dalla presenza di più persone riunite. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione richiedendo la derubricazione del fatto in una semplice aggressione e sostenendo l'avvenuta prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, ricordando che il giudizio di legittimità non consente una rilettura dei fatti e che la prescrizione non è maturata a causa dell'aggravante contestata. Gli imputati perdono la causa e sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro ciascuno.
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Concordato in appello: no al ricorso per attenuanti escluse
Un cittadino, condannato per il reato di rapina, ha concordato la pena nel giudizio di secondo grado sfruttando l'istituto del concordato in appello. Successivamente, l'imputato ha presentato ricorso in Cassazione per lamentare la mancata applicazione dell'attenuante della lieve entità del fatto, introdotta da una sentenza della Corte Costituzionale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, sottoscrivendo un concordato in appello, le parti rinunciano a contestare motivi non inclusi nell'accordo, tranne nei casi di illegalità della pena o di vizi nella formazione del consenso. L'imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Intercettazione ambientale confessione: condannato il basista
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un ex dipendente bancario condannato per rapina pluriaggravata in qualità di basista. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti e la mancata audizione di un testimone. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale valorizzando un'intercettazione ambientale confessione nella quale l'uomo descriveva in modo dettagliato la dinamica del colpo, l'ammontare della refurtiva e il compenso ricevuto. I giudici hanno stabilito che le ammissioni registrate spontaneamente costituiscono una prova piena e autosufficiente, rendendo superflui ulteriori riscontri o l'escussione di nuovi testimoni.
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Rapina aggravata in concorso: la violenza supera il lieve danno
Due uomini sono stati condannati per rapina aggravata in concorso dopo aver aggredito una coppia in strada e aver sottratto loro denaro e cellulari. Gli aggressori hanno proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la violenza fosse nata da un semplice litigio e che l'impossessamento dei beni fosse stato un evento autonomo o non voluto da tutti. Hanno inoltre chiesto sconti di pena per danno di lieve entità e risarcimento parziale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando le condanne. I giudici hanno chiarito che la rapina aggravata in concorso sussiste anche con dolo sopravvenuto durante l'aggressione e che l'attenuante della tenuità non si applica ai reati che violano la libertà e la sicurezza personale, oltre al patrimonio. Gli imputati dovranno pagare le spese e una sanzione di tremila euro ciascuno.
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Individuazione fotografica: valida la prova insieme agli indizi
L'imputato è stato condannato per rapina aggravata ai danni di un ufficio postale e porto abusivo di un taglierino. Il ricorrente ha adito la Corte di Cassazione contestando il mancato accoglimento dei legittimi impedimenti presentati per motivi di salute e per l'impegno concomitante del difensore. Inoltre, ha censurato il valore dell'individuazione fotografica eseguita dai testimoni durante le indagini. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'imputato aveva preventivamente dichiarato di non voler presenziare, che il difensore non aveva specificato la priorità dell'altro processo e che l'individuazione fotografica costituisce una prova atipica perfettamente utilizzabile se affiancata da altri indizi concordanti, quali l'auto di fuga, gli abiti indossati e le foto segnaletiche. Il ricorrente è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro.
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Differenza tra rapina e furto con strappo: conta la violenza
L'Imputato propone ricorso in Cassazione contestando la validità del riconoscimento fotografico effettuato dalla Vittima e richiedendo la derubricazione del fatto in scippo. La vicenda riguarda la sottrazione di un telefono cellulare mediante violenza fisica contro la persona. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile e chiarisce la Differenza tra rapina e furto con strappo: quando la violenza viene esercitata sul corpo della vittima per superarne la resistenza si configura il reato di rapina. Il riconoscimento fotografico risulta inoltre pienamente utilizzabile come testimonianza. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Pena pecuniaria per estorsione: colpa confermata, multa ridotta
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un imputato condannato per il delitto di estorsione commesso nel 2004 con l'aggravante dell'intimidazione mafiosa. La difesa sosteneva l'intervenuta prescrizione, l'errata quantificazione della multa, la mancata applicazione di attenuanti e dell'indulto, oltre all'illegittimità dei risarcimenti civili. I giudici hanno respinto l'estinzione del reato, confermando la piena responsabilità penale e la legittimità dei risarcimenti alle parti civili. La Suprema Corte ha tuttavia accolto la censura sul calcolo della sanzione economica. Al momento dei fatti, la legge prevedeva una sanzione minima inferiore rispetto a quella applicata dalla Corte di Appello. Per questa ragione, la Cassazione ha rideterminato d'ufficio la pena pecuniaria per estorsione da 1.000 a 516 euro di multa.
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Rapina impropria e discarica abusiva: confermati i domiciliari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da L'Indagato contro l'ordinanza che disposta la misura degli arresti domiciliari. L'uomo era accusato dei reati di rapina impropria e discarica abusiva. Nello specifico, L'Indagato aveva minacciato con un coltello Il Dipendente di L'Azienda per sottrarre materiale ferroso dal centro di raccolta, stoccando poi i rifiuti metallici in un terreno recintato non autorizzato. La Suprema Corte ha confermato la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari. La minaccia con l'arma e la gestione abusiva e sistematica dei rifiuti dimostrano una spiccata pericolosità sociale e il concreto rischio di reiterazione. Di conseguenza, L'Indagato rimane agli arresti domiciliari con l'obbligo di pagare le spese processuali e la sanzione di tremila euro.
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Autenticità dell’arma da fuoco: quando bastano gli indizi
Durante una rapina in un esercizio commerciale, L'Imputato ha minacciato un dipendente con una pistola. La difesa sosteneva la mancanza di prova che l'arma fosse vera, ipotizzando si trattasse di una replica giocattolo. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, stabilendo che l'autenticità dell'arma da fuoco può essere dimostrata mediante indizi precisi e concordanti. Nel caso specifico, le testimonianze dei presenti, i filmati delle telecamere di sorveglianza e le modalità dell'azione provano la realtà dell'arma. La Corte ha chiarito che spetta all'accusato allegare elementi concreti se sostiene che si trattava di un giocattolo. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile e L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e delle sanzioni pecuniarie.
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Delitto di rapina consumata: confermata la condanna
L'Imputato si è introdotto nell'abitazione di un'anziana con ridotta capacità cognitiva, sottraendole beni patrimoniali. Dopo essere uscito dalla sfera di sorveglianza della donna, l'uomo ha usato violenza fisica contro il figlio della vittima per assicurarsi il bottino e la fuga. La difesa ha sostenuto l'ipotesi del mero tentativo di furto, contestando le aggravanti e chiedendo ulteriori sconti di pena. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la condanna per il delitto di rapina consumata. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando la piena sottrazione dei beni, la violenza successiva e l'impossibilità di sollevare per la prima volta questioni risarcitorie in sede di legittimità.
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Tentata rapina impropria: dal raggiro alla forza fisica
L'indagato si introduceva nell'abitazione di un'anziana per compiere un raggiro e, una volta scoperto, strattonava la persona presente per aprirsi un varco e fuggire. Il Giudice disponeva la custodia cautelare in carcere per tentata rapina impropria in concorso. La difesa contestava la qualificazione del fatto, sostenendo l'involontarietà del contatto fisico e l'assenza di violenza, chiedendo di configurare una tentata truffa, oltre a eccepire la tardiva produzione probatoria dell'accusa al riesame. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato. La Suprema Corte ha chiarito che la violenza usata immediatamente dopo la tentata sottrazione per garantirsi la fuga integra il delitto di rapina impropria. Inoltre, la prova sopravvenuta prodotta dall'accusa è utilizzabile se la difesa ha potuto esaminarla e discuterla in udienza.
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Concorso in rapina aggravata: confermata condanna per il palo
I giudici hanno confermato la condanna a carico di un uomo accusato di concorso in rapina aggravata per aver svolto il ruolo di vedetta all'esterno di una rivendita di tabacchi. La difesa contestava la mancata partecipazione a distanza dell'imputato detenuto per altra causa durante l'appello e sosteneva l'insufficienza delle prove, nonostante il rinvenimento nella sua vettura di attrezzi e indumenti con tracce biologiche del complice. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il collegio ha chiarito che, nel rito abbreviato in appello, la traduzione o il videocollegamento dell'imputato detenuto esigono una sua esplicita e personale manifestazione di volontà. Il quadro probatorio ha dimostrato in modo inequivocabile la cooperazione materiale e strategica tra i correi.
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Impugnazione del patteggiamento tra accordo e ricorso
L'imputata concorda l'applicazione della pena per il reato di rapina impropria all'interno di un esercizio commerciale. Successivamente, la difesa propone ricorso per cassazione contestando l'inquadramento del fatto e l'omesso proscioglimento immediato. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso. La legge circoscrive l'impugnazione del patteggiamento a casi tassativi di violazione di legge ed errore manifesto. L'accordo liberamente stipulato tra le parti vincola il processo e impedisce una successiva rivalutazione dei fatti già accertati.
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Riqualificazione da rapina a furto: violenza e fuga
L'Imputato ha presentato ricorso per ottenere la riqualificazione da rapina a furto, sostenendo un vizio di motivazione e violazione di legge da parte dei giudici di merito. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. Il ricorrente ha formulato censure generiche e non correlate alle motivazioni della sentenza d'appello, limitandosi a proporre una ricostruzione alternativa dei fatti non consentita in sede di legittimità. I giudici territoriali hanno correttamente accertato sia l'impossessamento della refurtiva, sia la violenza commessa contro la persona offesa per assicurarsi la fuga. L'Imputato perde la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato e recidiva reiterata: il calcolo della pena
L'Imputato ha subito una condanna per rapina e violazione dei divieti di allontanamento. Il Tribunale, applicando il giudizio abbreviato, ha considerato la recidiva reiterata equivalente alle attenuanti generiche, ma ha operato un aumento per la continuazione inferiore al minimo di legge. La Procura Generale ha impugnato la sentenza denunciando l'errata quantificazione della sanzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, chiarendo i criteri applicativi su reato continuato e recidiva reiterata. I giudici hanno stabilito che l'aumento per la continuazione non può mai scendere sotto un terzo della pena base stabilita per il reato più grave, anche in presenza di equivalenza con le attenuanti. La Suprema Corte ha annullato la sentenza senza rinvio e rideterminato la pena definitiva.
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Rapina pluriaggravata in concorso: finto finanziere incastrato
Un uomo si è introdotto nell'abitazione delle vittime fingendosi appartenente alle forze dell'ordine insieme a un complice. Una volta all'interno, i due malviventi hanno minacciato i residenti con una pistola finta, li hanno picchiati e hanno sottratto gioielli, orologi di pregio e denaro contante. Durante la fuga, uno dei responsabili ha aggredito gli agenti intervenuti prima di essere arrestato con la refurtiva addosso. I giudici di primo e secondo grado hanno condannato l'imputato per i reati commessi. L'uomo ha proposto ricorso denunciando incongruenze nei ricordi delle persone offese e chiedendo un'attenuante premiale per aver fatto il nome del complice. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la condanna per il reato di rapina pluriaggravata in concorso, dichiarando il ricorso inammissibile e condannando il colpevole alle spese legali e a una sanzione pecuniaria.
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Rapina impropria: furto fallito o reato consumato?
Due soggetti hanno asportato una cassa automatica da un negozio e l'hanno caricata su un'auto. All'arrivo della polizia, gli autori hanno aggredito gli agenti per garantirsi la fuga dopo aver abbandonato il bottino. La difesa ha chiesto la riqualificazione della condotta in tentato furto con resistenza, escludendo la rapina impropria consumata e invocando la lieve entità del danno. La Corte di Cassazione ha confermato le condanne precedenti. La Suprema Corte ha chiarito che il reato di rapina impropria si perfeziona nel momento esatto in cui i soggetti acquisiscono un dominio autonomo sul bene, anche per pochi istanti. La violenza successiva, attuata per fuggire, mantiene intatta la continuità operativa con la sottrazione, rendendo legittima la condanna.
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Rapina letale e omicidio preterintenzionale: pene confermate
La Suprema Corte ha confermato la condanna a nove anni di reclusione per due complici coinvolti in una violenta rapina domestica ai danni di un'anziana donna, deceduta il giorno successivo a causa delle percosse subite. Uno dei condannati ha contestato la qualificazione di omicidio preterintenzionale, sostenendo l'assenza di violenza programmata e invocando la diversa fattispecie di morte derivante da altro delitto. I giudici di legittimità hanno respinto le difese, ribadendo che la preventiva pianificazione di coercizione fisica mediante strumenti lesivi rende la morte della vittima uno sviluppo concretamente prevedibile. La Corte ha inoltre dichiarato inammissibile il ricorso dell'altro complice sul calcolo della continuazione, confermando integralmente le statuizioni penali e civili a carico dei correi.
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Rapina e condotte riparatorie: confermata la condanna
Tre imputati condannati per rapina hanno impugnato la sentenza d'appello dinanzi alla Corte di Cassazione. I ricorrenti hanno contestato la ricostruzione dei fatti, la qualificazione giuridica del reato e la mancata applicazione dell'estinzione per condotte riparatorie. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. I giudici hanno rilevato l'aspecificità dei motivi, formulati senza un reale confronto con le motivazioni della sentenza d'appello e finalizzati esclusivamente a richiedere una nuova valutazione delle prove, preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna e ha imposto a ciascun imputato il pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rapina aggravata: no al riesame delle prove in Cassazione
Un imputato condannato per rapina aggravata ha presentato ricorso in Cassazione per contestare la propria responsabilità penale. La difesa ha chiesto una diversa lettura delle prove raccolte nei precedenti gradi di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che il loro compito consiste nel verificare la corretta applicazione della legge e non nel riesaminare i fatti storici. Di conseguenza, la condanna a carico dell'imputato è diventata definitiva. Il ricorrente deve inoltre pagare le spese del processo e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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