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Perdita Di Chance — Anno 2022

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Altri anni per Perdita Di Chance

Provvedimenti

Perdita di Chance: La Cassazione tutela lo sviluppo professionale
Un Lavoratore, ricercatore presso un Ente, ha partecipato a un concorso per la progressione di carriera. Non è stato inserito nella graduatoria finale perché era andato in pensione prima della chiusura della procedura, che si era protratta ingiustificatamente. Il bando prevedeva l'inserimento solo per il personale in servizio. Il Lavoratore ha lamentato la violazione dell'Art. 64 del CCNL, che imponeva all'Ente di attivare procedure concorsuali per lo sviluppo professionale in tempi certi. La Corte d'Appello aveva negato il risarcimento, ritenendo l'articolo una norma programmatica e non un diritto individuale. La Cassazione ha accolto il ricorso, affermando che l'Art. 64 del CCNL, letto con l'Art. 40 del D.Lgs. 165/2001 e i principi di correttezza, imponeva all'Ente di offrire una seria "perdita di chance di sviluppo professionale". La Corte d'Appello dovrà ora verificare la concreta possibilità del Lavoratore di ottenere la promozione.
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Incendio per vincere l’appalto: scatta il reato di estorsione
Due imputati hanno appiccato il fuoco all'ingresso dell'azienda di un concorrente per costringerlo a ritirarsi da una gara d'appalto. La vittima, spaventata dall'intimidazione, ha modificato la propria offerta economica autoescludendosi di fatto dalla gara, poi vinta dall'impresa concorrente collegata a uno degli autori. La difesa chiedeva di derubricare l'accusa in mero danneggiamento o illecita concorrenza, invocando anche una parziale transazione economica. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la condanna per il reato di estorsione. La Suprema Corte ha ribadito che la costrizione a rinunciare a un'aspettativa economica integra estorsione e che il risarcimento parziale non estingue l'offesa patrimoniale e morale.
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Riparazione per ingiusta detenzione: oltre il calcolo base
Un professionista ha subito la misura degli arresti domiciliari per quasi un mese nell'ambito di un'indagine penale. I giudici lo hanno in seguito assolto con formula piena perché il fatto non sussiste. La Corte di Appello ha riconosciuto in suo favore una somma forfettaria a titolo di riparazione per ingiusta detenzione, calcolata sui giorni di arresto e incrementata solo per il clamore mediatico. Il cittadino ha contestato il mancato riconoscimento dei gravissimi danni economici, derivanti dalla perdita di commesse e dalla sospensione professionale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'interessato. I giudici di legittimità hanno chiarito che la riparazione deve conteggiare anche i pregiudizi patrimoniali e la perdita di chance lavorative causati dalla privazione della libertà.
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Responsabilità professionale avvocato e condono negato
Due contribuenti hanno citato in giudizio il proprio legale per ottenere il risarcimento del danno. L'avvocato aveva omesso di comunicare il cambio di domicilio alla cancelleria tributaria, provocando il passaggio in giudicato della sentenza sfavorevole e impedendo l'appello. I clienti lamentavano di aver perso l'opportunità di accedere a una successiva legge di condono fiscale, applicabile solo alle liti ancora pendenti. I giudici hanno respinto la richiesta risarcitoria. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, escludendo la responsabilità professionale dell'avvocato per la perdita del condono. L'entrata in vigore della sanatoria fiscale era un evento futuro e imprevedibile al momento dell'omissione difensiva.
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Fisco e risarcimento per perdita di chance: niente tasse
Un medico ospedaliero ha stipulato un accordo transattivo con l'azienda sanitaria per ottenere un risarcimento economico. L'ente sanitario non aveva attivato i fondi di risultato previsti dal contratto collettivo, negando al professionista l'opportunità di incrementare i propri guadagni. L'amministrazione finanziaria ha preteso il pagamento delle imposte su tale importo. I giudici tributari di appello hanno invece confermato l'esenzione fiscale, qualificando la somma come indennizzo per danno emergente. L'ente impositore ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, ma ha successivamente depositato un atto formale di rinuncia. La Suprema Corte ha dichiarato estinto il procedimento, consolidando l'esenzione dalle imposte per la somma corrisposta al lavoratore a titolo di risarcimento per perdita di chance.
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Inquadramento errato e perdita di chance: vince la lavoratrice
Un Ente pubblico inquadra erroneamente una dipendente a un livello contrattuale inferiore rispetto a quello spettante. A causa di questo errore, la lavoratrice perde la possibilità di partecipare a una procedura selettiva interna per avanzare di carriera. Il datore di lavoro nega il risarcimento per perdita di chance, sostenendo che la dipendente avrebbe dovuto presentare domanda con riserva o fare un ricorso d'urgenza. La Corte di Cassazione respinge le tesi dell'Ente e conferma la condanna al risarcimento. I giudici stabiliscono che il lavoratore non ha alcun obbligo legale di presentare domande con riserva né di intraprendere costose azioni giudiziarie cautelari quando il bando non contempla i suoi requisiti.
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Revocazione per errore di fatto: limiti del ricorso
Un Dirigente impugna la decisione della Corte di Cassazione che aveva rigettato la sua domanda di risarcimento per perdita di chance, scaturita dalla mancata ammissione a selezioni per incarichi apicali presso l'Ente Pubblico datore di lavoro. Il lavoratore attiva il rimedio della revocazione per errore di fatto sostenendo che i giudici di legittimità abbiano travisato le prove sui suoi requisiti professionali e ignorato la mancata contestazione dell'Ente. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso: la valutazione dei documenti e della condotta processuale costituisce un giudizio interpretativo e non una mera svista percettiva. Il lavoratore perde definitivamente la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese legali.
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Graduatorie di assunzione: due rifiuti cancellano il diritto
Una lavoratrice stagionale ha contestato l'esclusione dalle graduatorie di assunzione gestite da un'azienda. L'accordo sindacale prevedeva la cancellazione automatica dall'elenco dopo due rifiuti consecutivi alle proposte lavorative. La dipendente aveva rifiutato parzialmente l'incarico nel 1999 e non aveva sottoscritto il contratto nel 2000, rimanendo poi inattiva per nove anni prima di richiedere il risarcimento per perdita di chance. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della lavoratrice, confermando la piena legittimità della sua cancellazione dalle graduatorie di assunzione e ravvisando un implicito scioglimento del vincolo per mutuo consenso.
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Inquadramento dirigenziale: stop a promozioni senza concorso
Due dipendenti pubblici hanno ottenuto l'inquadramento dirigenziale in base a una specifica legge e a un regolamento regionale. Successivamente, la giustizia amministrativa ha annullato il regolamento e la Corte Costituzionale ha cancellato la legge di salvaguardia per violazione del principio del concorso pubblico. Di conseguenza, l'Ente pubblico ha disposto la retrocessione dei lavoratori alla qualifica precedente di funzionari. I dipendenti hanno fatto causa chiedendo il ripristino della qualifica, differenze retributive e risarcimento danni. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, affermando che il venir meno degli atti normativi rende nullo l'incarico dirigenziale e obbliga l'amministrazione a ripristinare il corretto inquadramento di partenza.
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Perdita di chance: selezione medica e limiti al risarcimento
Un'azienda ospedaliera ha escluso illegittimamente un dirigente medico dalla selezione per la guida di una struttura semplice. Il medico ha quindi richiesto il risarcimento per la perdita di chance sia per quell'incarico sia per la successiva mancata nomina a capo di una struttura complessa. I giudici di merito hanno riconosciuto il danno solo per il primo incarico, escludendo il legame causale con la seconda procedura. La Corte di Cassazione ha confermato tale verdetto: il risarcimento per perdita di chance può riguardare anche eventi successivi a catena, ma il lavoratore deve dimostrare la reale probabilità di successo con elementi concreti. La scelta dirigenziale non è mai puramente fiduciaria e deve sempre rispettare i criteri oggettivi di correttezza e trasparenza.
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Mancato inserimento in elenco telefonico e perdita di chance
Gli eredi di una professionista hanno citato una compagnia telefonica per il mancato inserimento del recapito dello studio legale negli elenchi telefonici per due annualità consecutive. La società si difendeva contestando la mancata allegazione del documento d'identità al modulo inviato. I giudici di merito hanno ravvisato la violazione della buona fede da parte del gestore, il quale non aveva mai avvisato la cliente dell'incompletezza della documentazione, condannandolo al risarcimento. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione: il gestore risponde del danno da perdita di chance, quantificabile in via equitativa sui redditi non percepiti, mentre ha escluso il danno alla reputazione poiché andava specificamente provato.
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Mobilità volontaria: nessun passaggio automatico per il candidato
Un dipendente pubblico ha partecipato come unico candidato a una procedura di mobilità volontaria per un posto dirigenziale presso un Comune. L'ente locale lo ha dichiarato inidoneo a causa del mancato raggiungimento del punteggio minimo previsto nel colloquio orale selettivo. Il lavoratore ha impugnato l'esclusione, sostenendo che l'assenza di concorrenti imponesse l'assunzione automatica senza valutazioni d'idoneità. La Corte di Cassazione ha respinto la domanda del dipendente e accolto il ricorso dell'ente pubblico. I giudici hanno chiarito che l'ente mantiene la discrezionalità di verificare le reali competenze professionali mediante colloquio e soglie minime di punteggio anche in presenza di un solo candidato.
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Tassazione risarcimento perdita di chance: il Fisco arretra
Un gruppo di dirigenti medici ha ricevuto somme a titolo di risarcimento dall'Azienda Sanitaria a seguito di un accordo transattivo per la violazione degli obblighi contrattuali legati alla progressione di carriera. L'Agenzia delle Entrate ha emesso avvisi di accertamento per recuperare a tassazione Irpef tali importi, qualificandoli come reddito da lavoro dipendente. I lavoratori hanno impugnato gli atti impositivi, contestando la natura reddituale dell'indennizzo. Nel corso del giudizio di legittimità, l'Amministrazione finanziaria ha disposto l'annullamento in autotutela degli atti impugnati. La Suprema Corte di Cassazione ha dichiarato estinto il processo per cessazione della materia del contendere, confermando l'orientamento favorevole ai dipendenti sulla corretta tassazione risarcimento perdita di chance.
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Omesso versamento dei contributi: niente danni senza stop lavoro
Un lavoratore ha chiesto all'azienda il risarcimento del danno per il ritardo nell'accesso alla pensione di anzianità, causato dall'omesso versamento dei contributi per cinque anni di servizio riconosciuti solo in seguito. Il dipendente sosteneva di aver perso la possibilità di andare in pensione nove anni prima rispetto a quanto effettivamente avvenuto. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta risarcitoria. I giudici hanno stabilito che, a fronte dell'omesso versamento dei contributi, il lavoratore deve dimostrare tutti i requisiti per il pensionamento, inclusa l'effettiva cessazione dell'attività lavorativa alla data prescelta. Senza questa prova, manca il legame diretto tra la colpa dell'azienda e il ritardo pensionistico.
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Tassazione e risarcimento per perdita di chance: no all’IRPEF
Una lavoratrice della sanità pubblica ha raggiunto un accordo transattivo con l'ente datore di lavoro, ottenendo una somma a titolo di risarcimento per la mancata possibilità di progressione e sviluppo della propria carriera. L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento per tassare tale importo come reddito da lavoro dipendente. La contribuente ha impugnato l'atto sostenendo la natura non imponibile dell'indennizzo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando che il risarcimento per perdita di chance ristora un danno emergente e non sostituisce stipendi non percepiti. Di conseguenza, queste somme non costituiscono reddito e non sono soggette a imposizione fiscale.
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Notifica dell’appello tardiva: l’ente pubblico perde la causa
Un candidato partecipa a una selezione pubblica inviando la domanda nei termini tramite raccomandata postale. L'ente pubblico esclude il partecipante poiché ritira la corrispondenza dalla propria casella postale dopo la scadenza del bando. Il Giudice di Pace riconosce al candidato il risarcimento per perdita di chance. L'ente impugna la decisione, ma il primo tentativo di notifica fallisce per un errore di indirizzo. L'amministrazione rimane inerte per circa un anno prima di chiedere la rinotifica dell'atto. Le Sezioni Unite della Cassazione accolgono il ricorso del candidato: una notifica dell'appello tardiva eseguita senza tempestiva riattivazione non retroagisce e rende inammissibile l'impugnazione. La vittoria del candidato diventa così definitiva.
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Diffamazione a mezzo stampa: risarcito il danno alle carriere
Una testata giornalistica ha pubblicato articoli falsi accusando due giovani calciatori di coinvolgimento in scommesse illecite. La disinformazione ha causato l'immediata interruzione delle trattative di ingaggio con club prestigiosi. I calciatori hanno agito in giudizio ottenendo il risarcimento economico per il danno subito. La Corte di Cassazione ha confermato che la diffamazione a mezzo stampa ha provocato un reale danno patrimoniale da mancato guadagno. I giudici hanno stabilito la legittimità della liquidazione equitativa basata sulle somme che gli atleti avrebbero percepito con i nuovi contratti. Il ricorso della società editrice e dei giornalisti è stato rigettato, confermando la responsabilità per le perdite economiche sofferte dai professionisti.
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Errore giudiziario: da condannato a innocente con vero indennizzo
Un cittadino, condannato ingiustamente per favoreggiamento a causa di un falso alibi, viene assolto in sede di revisione dopo la scoperta del vero colpevole. Egli richiede la riparazione per errore giudiziario. La Corte d'Appello liquida un indennizzo limitato ai soli venti giorni di custodia cautelare, applicando erroneamente i criteri dell'ingiusta detenzione. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del cittadino, evidenziando la netta differenza tra i due istituti. La riparazione per errore giudiziario deve infatti coprire non solo la detenzione, ma tutte le conseguenze personali, familiari e lavorative della condanna e dell'intero processo. La sentenza viene annullata con rinvio per una nuova e più ampia liquidazione del danno.
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Contratto a termine nel pubblico impiego: risarcimento sì, ruolo no
Alcuni dipendenti di un'Azienda Sanitaria hanno contestato l'illegittimità dei loro contratti a tempo determinato. La Corte d'Appello ha riconosciuto il danno quantificandolo secondo le regole del licenziamento illegittimo. L'Azienda Sanitaria ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che per il contratto a termine nel pubblico impiego non si applica l'Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, poiché la conversione in ruolo è vietata dalla Costituzione. Il risarcimento va invece calcolato come danno comunitario forfettario, compreso tra 2,5 e 12 mensilità, esonerando il lavoratore dall'onere della prova, salvo risarcimento maggiore se provato. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministrazione, rinviando la causa per il ricalcolo del danno.
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Demansionamento nel pubblico impiego: incarico perso senza danni
Un dipendente pubblico ha fatto causa all'Amministrazione per il mancato rinnovo del suo incarico di posizione organizzativa, lamentando un demansionamento nel pubblico impiego e un totale svuotamento delle sue mansioni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che l'incarico di posizione organizzativa ha natura temporanea e la sua scadenza non comporta alcuna dequalificazione professionale. Nel lavoro pubblico, infatti, vige il principio dell'equivalenza formale delle mansioni all'interno della stessa categoria di inquadramento. Poiché i testimoni hanno escluso lo svuotamento delle mansioni e il lavoratore non ha fornito prove specifiche, la richiesta di risarcimento danni è stata respinta. Il lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio.
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