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Imposta unica scommesse: la Cassazione decide

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 10701/2024, ha rigettato il ricorso di una società di scommesse estera, confermando la sua soggezione all’imposta unica scommesse per l’attività di raccolta di gioco svolta in Italia tramite Centri Trasmissione Dati (CTD). La Corte ha escluso qualsiasi discriminazione rispetto agli operatori nazionali, affermando che il presupposto del tributo è la raccolta di scommesse sul territorio italiano, indipendentemente dalla sede legale del bookmaker o dal possesso di una concessione statale. È stata inoltre confermata la responsabilità solidale tra il bookmaker estero e il gestore del CTD locale.

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Pubblicato il 5 febbraio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Imposta Unica Scommesse: Anche i Bookmaker Esteri Devono Pagare

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione (n. 10701/2024) ha messo un punto fermo su una questione a lungo dibattuta nel settore del gioco: l’applicazione dell’imposta unica scommesse agli operatori esteri che raccolgono gioco in Italia. La Corte ha stabilito che i bookmaker stranieri, anche se privi di concessione statale, sono tenuti al pagamento del tributo, confermando la piena legittimità della normativa italiana rispetto ai principi dell’Unione Europea.

I Fatti del Caso

Il caso trae origine da un avviso di accertamento emesso dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli nei confronti di una nota società di scommesse con sede a Malta. L’amministrazione finanziaria contestava alla società, in solido con un Centro Trasmissione Dati (CTD) operante in Italia, il mancato versamento dell’imposta unica sulle scommesse per l’annualità 2013.

La società estera aveva impugnato l’atto, sostenendo che l’applicazione dell’imposta fosse illegittima e discriminatoria. A suo dire, la normativa italiana violava i principi di libera prestazione dei servizi sanciti dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), creando uno svantaggio competitivo per gli operatori stranieri non concessionari.

Dopo la soccombenza nei primi due gradi di giudizio, la società ha proposto ricorso in Cassazione, sollevando diverse questioni, tra cui la presunta incompatibilità della normativa nazionale con il diritto unionale.

La Questione Giuridica: Legittimità dell’Imposta Unica Scommesse per Operatori Stranieri

Il cuore della controversia risiedeva nel determinare se lo Stato italiano potesse legittimamente assoggettare all’imposta unica un operatore stabilito in un altro Stato membro dell’UE, che raccoglie scommesse sul territorio nazionale tramite una rete di intermediari (i CTD) senza essere titolare di una concessione governativa.

Le doglianze della ricorrente si basavano su due argomenti principali:

1. Violazione del principio di non discriminazione: L’imposizione fiscale avrebbe penalizzato gli operatori esteri, creando una barriera ingiustificata alla libera prestazione dei servizi.
2. Violazione del legittimo affidamento: La normativa avrebbe introdotto retroattivamente una responsabilità fiscale non prevedibile per gli operatori esteri.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso, fornendo una serie di chiarimenti fondamentali sulla portata e l’applicazione dell’imposta unica sulle scommesse.

Territorialità dell’Imposta e Assenza di Discriminazione

Richiamando la costante giurisprudenza nazionale e quella della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (in particolare, la sentenza nella causa C-788/18), i giudici hanno ribadito un principio cardine: il presupposto impositivo dell’imposta unica scommesse è la raccolta del gioco sul territorio italiano.

La nazionalità o la sede legale del bookmaker sono irrilevanti. L’imposta si applica a chiunque gestisca scommesse in Italia, sia esso un operatore nazionale con concessione o un operatore estero senza. Questa parità di trattamento, secondo la Corte, non solo esclude qualsiasi discriminazione, ma è necessaria per evitare una “discriminazione alla rovescia”, in cui gli operatori non concessionari godrebbero di un ingiusto vantaggio fiscale rispetto a quelli autorizzati.

La Responsabilità Solidale del Bookmaker e del CTD

La Corte ha confermato la correttezza dell’accertamento che ha individuato una responsabilità solidale tra il bookmaker estero e il CTD italiano. Il CTD non è un mero trasmettitore di dati, ma un soggetto che partecipa attivamente all'”organizzazione ed esercizio” delle scommesse.

La normativa del 2010 (Legge n. 220/2010) ha chiarito che entrambi i soggetti sono passivi d’imposta. Per le annualità successive al 2011 (come nel caso di specie, il 2013), le parti avevano piena consapevolezza di questo quadro normativo e potevano regolare i loro rapporti contrattuali (ad esempio, le provvigioni del CTD) per tenere conto del carico fiscale, consentendo di fatto al CTD di rivalersi sul bookmaker.

Compatibilità con la Normativa IVA dell’UE

Un altro motivo di ricorso respinto riguardava il presunto contrasto tra l’imposta unica e la direttiva europea sull’IVA. La società sosteneva che non si potessero applicare due imposte sullo stesso presupposto. La Corte ha chiarito che l’argomento è infondato. La direttiva IVA permette espressamente agli Stati membri di mantenere o introdurre imposte specifiche su giochi e scommesse, a condizione che non abbiano il carattere di un’imposta sul volume d’affari. L’imposta unica italiana rientra pienamente in questa categoria di tributi speciali ammessi.

Le Conclusioni

L’ordinanza della Cassazione consolida un orientamento giurisprudenziale ormai granitico. La decisione riafferma con forza il principio di territorialità fiscale nel settore del gioco: se le scommesse sono raccolte in Italia, le imposte si pagano in Italia. Viene confermata la piena compatibilità del sistema fiscale italiano con i principi del diritto dell’Unione Europea, chiudendo la porta a tentativi di elusione basati sulla localizzazione estera dell’operatore. Infine, la sentenza cristallizza la responsabilità solidale della filiera del gioco, dal bookmaker all’intermediario locale, garantendo all’Erario una maggiore efficacia nella riscossione e creando un quadro di regole chiare per tutti gli attori del mercato.

Un bookmaker con sede all’estero, che opera in Italia tramite Centri Trasmissione Dati (CTD) senza concessione, è tenuto a pagare l’imposta unica sulle scommesse?
Sì. La Corte di Cassazione ha confermato che l’imposta è dovuta da chiunque gestisca scommesse raccolte sul territorio italiano, indipendentemente dal luogo in cui ha sede l’operatore e dalla presenza di una concessione statale.

La normativa italiana sull’imposta unica sulle scommesse è discriminatoria nei confronti degli operatori esteri secondo il diritto dell’Unione Europea?
No. La Corte, in linea con la giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, ha stabilito che la normativa non è discriminatoria perché si applica a tutti gli operatori, nazionali ed esteri, che raccolgono scommesse in Italia, garantendo parità di trattamento.

Chi è responsabile per il pagamento dell’imposta: il bookmaker estero o il Centro Trasmissione Dati (CTD) che opera in Italia?
Sono responsabili entrambi in via solidale. La legge prevede che sia il gestore delle scommesse (il bookmaker) sia l’intermediario (il CTD) siano coobbligati al pagamento del tributo, in quanto entrambi partecipano all’organizzazione e all’esercizio dell’attività di scommessa.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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