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Sezione Quarta Penale — Anno 2023

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Spaccio di lieve entità: troppe dosi e droghe diverse dicono no
L'Imputato veniva trovato in possesso di cocaina, marijuana e hashish, quest'ultimo sufficiente per oltre quattromila dosi, oltre a materiale da taglio. Sebbene il primo giudice avesse qualificato il fatto come spaccio di lieve entità, la Corte d'Appello riformava la decisione escludendo tale attenuante a causa dell'elevato numero di dosi e della diversità delle droghe. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per concedere lo spaccio di lieve entità occorre una valutazione globale di tutti gli elementi, e che la presenza di droghe diverse e in quantità rilevanti impedisce di considerare il fatto di minore gravità. L'Imputato è stato condannato a tre anni di reclusione, a una multa di 14.000 euro e al pagamento delle spese processuali.
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Deposito telematico degli atti: la PEC è valida ma va provata
L'Imputato, condannato per guida senza patente, ha proposto ricorso lamentando la mancata concessione di un rinvio per legittimo impedimento del difensore, la cui richiesta era stata inviata tramite posta elettronica. La Corte d'Appello aveva ritenuto inefficace l'invio, gravando la difesa dell'onere di verificare la ricezione. La Cassazione chiarisce che, secondo le norme sul deposito telematico degli atti, l'invio tramite PEC ha valore legale senza oneri di verifica per il mittente. Tuttavia, dichiara il ricorso inammissibile poiché la difesa non ha fornito alcuna prova dell'effettivo invio della comunicazione telematica, rendendo il motivo non autosufficiente. L'Imputato perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Guida in stato di ebbrezza: condanna confermata in Cassazione
Un automobilista perde il controllo del proprio veicolo, abbattendo la segnaletica stradale. All'arrivo dei Carabinieri, l'uomo mostra evidenti sintomi di alterazione e ammette di essere alla guida. Sottoposto a etilometro, registra un tasso alcolemico superiore a 2 g/l. La difesa contesta la regolarità delle notifiche d'udienza effettuate solo al difensore tramite PEC durante l'emergenza Covid-19 e l'utilizzabilità delle dichiarazioni rese nell'immediatezza del fatto. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, confermando la condanna per guida in stato di ebbrezza. I giudici stabiliscono che le notifiche telematiche emergenziali al difensore sono pienamente valide e che il verbale di accertamento urgente, compresi i sintomi rilevati, è utilizzabile per dimostrare la responsabilità del conducente.
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Spaccio o consumo di gruppo di stupefacenti? La Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di tre soggetti condannati per spaccio di eroina e cocaina. Uno dei ricorrenti sosteneva che la cessione di droga configurasse un semplice consumo di gruppo di stupefacenti, escludendo la rilevanza penale. La Suprema Corte ha chiarito che tale fattispecie richiede requisiti rigidissimi, qui assenti, confermando l'attività di spaccio. Un secondo ricorrente contestava il concorso nel reato e il mancato riconoscimento della lieve entità, ma i giudici hanno confermato la gravità del fatto basandosi sull'uso dell'auto per nascondere la droga e sulla pluralità di sostanze. Infine, la richiesta di sospensione condizionale della pena avanzata dal terzo ricorrente è stata respinta perché non presentata nei precedenti gradi di giudizio. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Termine per impugnare: l’errore del giudice non scusa il ritardo
Il caso nasce dalla condanna di un automobilista per guida in stato di ebbrezza. A causa dell'emergenza sanitaria, la prima udienza doveva essere rinviata d'ufficio. Il Tribunale ha invece celebrato il processo in assenza dell'imputato e del suo difensore, senza inviare loro alcuna notifica, giungendo alla condanna definitiva. Il difensore ha proposto appello ordinario oltre i termini, sostenendo che il vizio di notifica spostasse in avanti la decorrenza del termine. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il termine per impugnare in via ordinaria decorre tassativamente dai parametri di legge e non dall'effettiva conoscenza dell'atto. Per far valere la mancata conoscenza del processo, l'imputato avrebbe dovuto richiedere tempestivamente la rescissione del giudicato o la restituzione nel termine, rimedi che in questo caso sono stati presentati in ritardo.
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Spaccio di stupefacenti: condanna valida anche senza traduzione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione per un uomo accusato di spaccio di stupefacenti. L'Imputato, di nazionalità straniera, aveva contestato la mancata traduzione degli atti e chiesto la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità. I giudici hanno respinto il ricorso: la conoscenza dell'italiano è stata ampiamente dimostrata dalla sua condotta processuale e dalla residenza pluriennale in Italia. Inoltre, l'abitualità delle cessioni di cocaina, protrattesi per due anni con cadenza bisettimanale, e l'esistenza di un canale stabile di approvvigionamento escludono la lieve entità del reato, anche in assenza di continui sequestri di droga. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Concorso nel reato di spaccio: la vedetta non si salva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per una donna accusata di concorso nel reato di spaccio insieme al compagno. La polizia aveva sorpreso la donna mentre controllava la strada dalla finestra e faceva segno a un acquirente di entrare nell'appartamento, dove sono stati poi rinvenuti oltre trenta grammi di cocaina ad alta purezza. La difesa sosteneva si trattasse di una semplice connivenza non punibile, dovuta alla convivenza. I giudici hanno invece stabilito che il comportamento attivo della donna (palo e coordinamento degli ingressi) configura un pieno concorso nel reato di spaccio. Inoltre, l'elevata purezza della droga e il numero di dosi ricavabili hanno escluso l'ipotesi del fatto di lieve entità, rendendo il ricorso inammissibile e condannando la ricorrente al pagamento delle spese.
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Trattazione cartolare in appello: udienza senza difesa annullata
L'Imputato ricorre in Cassazione contestando la condanna per spaccio di stupefacenti. Il difensore lamenta la violazione del diritto di difesa: la Corte d'Appello ha celebrato l'udienza in forma orale anziché tramite la prevista trattazione cartolare in appello, senza che alcuna parte ne avesse fatto richiesta e senza avvisare la difesa, rimasta assente. La Suprema Corte accoglie il ricorso, rilevando che la trasformazione d'ufficio del rito cartolare in orale, senza preavviso, costituisce una nullità generale a regime intermedio. Di conseguenza, la Cassazione annulla la sentenza impugnata e dispone la trasmissione degli atti alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio.
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Traffico di stupefacenti: quattro condanne e una pena da rifare
Cinque imputati sono stati condannati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il gruppo gestiva lo spaccio in un bar di famiglia e utilizzava un telefono comune per i turni. Quattro imputati hanno impugnato la condanna contestando i propri ruoli e la gravità dell'associazione, ma la Cassazione ha dichiarato inammissibili i loro ricorsi, confermando le condanne. Solo il ricorso del quinto imputato, Il Collaboratore Minore, è stato parzialmente accolto: la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente al calcolo della pena, ordinando un nuovo giudizio d'appello per valutare la minima partecipazione al reato e la continuazione con un precedente reato di spaccio.
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Spaccio di lieve entità: il peso reale vince sulle dosi pronte
L'Imputato è stato condannato per detenzione di eroina e cocaina. La Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente alla mancata qualificazione del fatto come spaccio di lieve entità. La Corte d'Appello aveva negato l'attenuante basandosi solo sulla suddivisione in dosi e sulla diversità delle droghe. La Suprema Corte ha ritenuto illogica tale decisione, evidenziando che il peso effettivo della cocaina non bastava nemmeno per una singola dose. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Riparazione per ingiusta detenzione negata anche se assolti
Il Lavoratore autonomo, dopo essere stato assolto dall'accusa di associazione mafiosa, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in custodia cautelare. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ritenendo che l'uomo avesse causato la propria carcerazione con comportamenti gravemente colposi, tra cui la frequentazione assidua di esponenti della criminalità organizzata e la complicità in operazioni finanziarie sospette. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che la riparazione per ingiusta detenzione non spetta a chi, con condotte imprudenti e consapevoli, crea una falsa apparenza di colpevolezza, rendendo inevitabile l'intervento della magistratura.
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Custodia cautelare in carcere: il corriere della droga non esce
Il Tribunale di Catania ha confermato la custodia cautelare in carcere per Il Corriere, accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di droga tra Calabria e Sicilia. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza di gravi indizi di colpevolezza e contestando la necessità della misura carceraria rispetto ai domiciliari. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per i reati associativi legati agli stupefacenti opera una presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, superabile solo da prove contrarie non fornite dalla difesa. Inoltre, i numerosi viaggi monitorati tramite GPS e la consegna di telefoni criptati confermano il ruolo stabile dell'indagato nel gruppo criminale.
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Ordine di demolizione: la sanatoria prevale sui dubbi del giudice
Il Proprietario ha impugnato la decisione del Tribunale che rifiutava di revocare un ordine di demolizione, nonostante il successivo rilascio di un permesso di costruire in sanatoria. Il giudice dell'esecuzione aveva sollevato dubbi sulla corrispondenza dell'immobile a causa di una variazione del nome della via e sulla legittimità dell'intero edificio storico. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Proprietario, evidenziando che i dati catastali erano immutati e che per i fabbricati antecedenti al 1942 non serve una licenza edilizia originaria. La Cassazione ha quindi annullato il provvedimento, rinviando al Tribunale per un nuovo esame.
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Patto sulla pena, ma la libertà vigilata non è automatica
Il Tribunale applicava a un soggetto, tramite patteggiamento per cessione di sostanze stupefacenti, la pena di quattro anni e sei mesi di reclusione, disponendo inoltre la misura di sicurezza della libertà vigilata per due anni. Il condannato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando l'applicazione automatica della misura di sicurezza in assenza di un'effettiva valutazione della sua pericolosità sociale, considerando anche la sua condizione di incensurato e la confessione resa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente a questo punto, stabilendo che la libertà vigilata non può essere applicata in modo automatico. Di conseguenza, i giudici hanno annullato la sentenza sul punto specifico, rinviando la decisione al Tribunale per un nuovo e approfondito esame della reale pericolosità del soggetto.
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Concorso in detenzione di stupefacenti: non è favoreggiamento
Durante un controllo stradale, il Conducente di un'auto è fuggito a forte velocità, mentre il Passeggero ha gettato dal finestrino oltre due chili di marijuana. Nonostante il freddo di febbraio, i finestrini erano abbassati per disperdere l'odore della droga. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per entrambi, respingendo la richiesta del Conducente di riqualificare il fatto come semplice favoreggiamento. La Corte ha stabilito che si configura il concorso in detenzione di stupefacenti e non il favoreggiamento quando il reato è ancora in corso e vi è piena consapevolezza della presenza della droga, dimostrata dal forte odore e dal comportamento attivo dei soggetti. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, confermando le condanne e disponendo il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di denaro: annullato il sequestro al disoccupato
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la confisca di denaro per un importo di 7.350 euro disposta nei confronti di un uomo accusato di detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. Il giudice di merito aveva ordinato la misura ritenendo la somma provento del reato solo perché l'imputato e la moglie erano disoccupati. La Suprema Corte ha chiarito che, nel caso di mera detenzione di droga, la confisca di denaro è illegittima se manca un nesso di pertinenzialità diretto con lo specifico reato contestato. Il denaro non può essere confiscato se costituisce il ricavato di cessioni passate o è destinato ad acquisti futuri. Di conseguenza, la Cassazione ha ordinato l'immediata restituzione della somma all'avente diritto.
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Sostituzione della pena nel patteggiamento: serve l’accordo
Il Tribunale ha applicato a un imputato, tramite patteggiamento, la pena di tre anni di reclusione per spaccio di stupefacenti, negando la sostituzione della pena con i lavori di pubblica utilità. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione, ritenendo contraddittorio il diniego a fronte della concessione degli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la sostituzione della pena nel patteggiamento non può essere disposta d'ufficio dal giudice, ma richiede un accordo esplicito e concorde tra l'imputato e il pubblico ministero. In mancanza di tale accordo nel patto originario, il giudice non è tenuto a valutare la sostituzione, rendendo legittimo il diniego. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Messa alla prova e revoca patente: il giudice non può decidere
Il Tribunale dichiarava estinto per esito positivo della messa alla prova il reato di guida in stato di ebbrezza contestato a un automobilista, disponendo però la revoca della patente. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del conducente, stabilendo che in caso di messa alla prova e revoca patente il giudice non può decidere direttamente sulla sanzione amministrativa. Tale competenza spetta esclusivamente al Prefetto, poiché la messa alla prova non comporta un formale accertamento di responsabilità penale. La Suprema Corte ha quindi annullato la revoca della patente disposta dal giudice, trasmettendo gli atti all'autorità amministrativa.
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Sostituzione di misura cautelare: dal carcere ai domiciliari negati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro il diniego di sostituzione di misura cautelare. L'Indagato, accusato di far parte di un'associazione dedita al narcotraffico, chiedeva la sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari fuori regione con braccialetto elettronico. La difesa sosteneva l'attenuazione delle esigenze cautelari per il decorso del tempo. La Suprema Corte ha confermato che il semplice trascorrere del tempo non riduce la pericolosità sociale. Inoltre, L'Indagato aveva già violato i domiciliari in passato, continuando a gestire i traffici illeciti al telefono. Di conseguenza, i giudici hanno ritenuto inadeguata qualsiasi misura diversa dal carcere, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Messa alla prova: ricorso del PM inammissibile senza decisione
Un'imputata, accusata di detenzione di sostanze stupefacenti, ha richiesto la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità e la contestuale sospensione del processo con messa alla prova. Il Giudice dell'udienza preliminare ha riqualificato il reato e ha ordinato all'UDEPE la redazione del programma di trattamento, rinviando la decisione finale. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la riqualificazione e l'ammissibilità del beneficio. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici hanno chiarito che, non essendoci ancora un provvedimento definitivo di sospensione del processo, l'ordinanza del giudice non è autonomamente impugnabile. La decisione sulla messa alla prova non era infatti ancora intervenuta, mancando così l'oggetto stesso del ricorso.
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