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Sezione Quarta Penale — Anno 2023

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Espulsione dello straniero nel patteggiamento: quando è vietata
Il Tribunale di Bergamo applicava a diversi imputati pene concordate per reati di droga, disponendo anche l'espulsione dal territorio dello Stato. Uno dei condannati, con pena concordata pari a due anni di reclusione, ricorreva in Cassazione contestando l'illegalità della misura di sicurezza. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che l'espulsione dello straniero nel patteggiamento non può essere disposta se la pena detentiva applicata non supera i due anni. L'art. 445 c.p.p. vieta infatti l'applicazione di misure di sicurezza (salvo la confisca) sotto tale soglia. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza limitatamente all'espulsione del ricorrente, eliminando la misura, mentre ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli altri imputati, condannandoli alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Patrocinio a spese dello Stato: i limiti del ricorso
Il Tribunale ha revocato d'ufficio il patrocinio a spese dello Stato a un cittadino, a causa di una precedente condanna per reati di droga che fa presumere il superamento dei limiti di reddito. Il cittadino ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che, contro la revoca decisa d'ufficio dal giudice, non si può fare ricorso diretto in Cassazione, ma bisogna presentare opposizione al Presidente del Tribunale. La Corte ha quindi riqualificato il ricorso e trasmesso gli atti al Tribunale competente.
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Ricorso per cassazione dopo il patteggiamento: limiti e regole
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi presentati da alcuni imputati condannati per spaccio di stupefacenti a seguito di patteggiamento. I ricorrenti contestavano la qualificazione giuridica dei fatti e l'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione dal territorio dello Stato. La Suprema Corte ha chiarito i rigidi limiti del ricorso per cassazione dopo il patteggiamento, introdotto dalla riforma del 2017. La Corte ha rigettato i ricorsi principali e dichiarato inammissibili gli altri, confermando che la qualificazione giuridica concordata tra le parti non può essere rimessa in discussione se non in caso di errore manifesto. Inoltre, ha ritenuto legittima e ben motivata l'espulsione dei condannati privi di regolare soggiorno e di mezzi leciti di sussistenza. Gli imputati sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e, in alcuni casi, a una sanzione pecuniaria.
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Riparazione per ingiusta detenzione: prevale l’assoluzione
Il ricorrente, dopo aver subito 83 giorni di custodia cautelare, viene assolto in primo grado perché il fatto non sussiste. Il Pubblico Ministero propone appello, ma la Corte d'Appello lo dichiara inammissibile per sopravvenuta prescrizione del reato, riqualificato come lieve entità. L'interessato richiede la riparazione per ingiusta detenzione. La Corte d'Appello rigetta la domanda, ritenendo che la fine del processo sia dovuta a prescrizione e non ad assoluzione. La Cassazione accoglie il ricorso dell'assolto: la dichiarazione di inammissibilità dell'appello del PM ha reso definitiva l'assoluzione di primo grado. Di conseguenza, i giudici di merito avrebbero dovuto valutare la domanda di riparazione per ingiusta detenzione sulla base di un'assoluzione piena, verificando unicamente l'eventuale dolo o colpa grave del richiedente, anziché rigettarla per prescrizione.
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Patteggiamento e pena sostitutiva: no alla conversione senza accordo.
Quattro imputati hanno proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal GIP, lamentando vizi di motivazione e la mancata concessione di pene alternative. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. La Corte ha chiarito che il ricorso contro il patteggiamento è limitato a casi tassativi e non può riguardare la motivazione o il mancato proscioglimento. Inoltre, in tema di patteggiamento e pena sostitutiva, la sostituzione della sanzione detentiva con quella pecuniaria o con il lavoro di pubblica utilità richiede necessariamente che l'accordo tra imputato e pubblico ministero abbia coperto non solo la quantità della pena, ma anche la sua specifica sostituzione. In assenza di tale accordo preventivo, il giudice non può disporre la sostituzione d'ufficio. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Utilizzabilità chat criptate: la Cassazione blinda le prove
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per L'Indagato, accusato di associazione finalizzata al narcotraffico. La difesa contestava l'utilizzabilità chat criptate provenienti dalla piattaforma Sky ECC, acquisite tramite Ordine Europeo di Indagine dall'autorità francese, sostenendo che richiedessero le garanzie delle intercettazioni telefoniche. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che i messaggi decifrati ex post costituiscono documenti informatici conservati all'estero e sono pienamente utilizzabili ai sensi dell'articolo 234-bis del codice di procedura penale. L'identificazione dell'indagato tramite nickname e dati incrociati è stata ritenuta logica e corretta.
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Riparazione per ingiusta detenzione: vince il candidato ambiguo
Il Candidato, accusato di frode elettorale per aver promosso la candidatura del fratello usando il proprio soprannome, viene posto agli arresti domiciliari. Successivamente, i giudici annullano la misura per totale assenza di gravi indizi e il processo si conclude con l'assoluzione perché il fatto non sussiste. Il Candidato chiede e ottiene la riparazione per ingiusta detenzione. Il Procuratore Generale fa ricorso, sostenendo che la condotta ambigua del Candidato avesse causato l'arresto. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso: se l'illegittimità della custodia cautelare emerge dagli stessi atti iniziali, l'eventuale comportamento del soggetto non può considerarsi causa dell'errore giudiziario. Il Candidato ottiene definitivamente l'indennizzo.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assolto ma senza indennizzo
Il Ministero dell'Economia ha impugnato l'ordinanza che concedeva la riparazione per ingiusta detenzione a un cittadino. Quest'ultimo era stato arrestato per usura ed estorsione. Successivamente, il giudice di merito lo ha assolto dall'usura perché il fatto non sussiste e ha riqualificato l'estorsione in esercizio arbitrario delle proprie ragioni, dichiarando l'improcedibilità per mancanza di querela. La Corte d'Appello aveva accolto la richiesta di indennizzo con una valutazione cumulativa. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Ministero. I giudici di legittimità hanno stabilito che la Corte d'Appello deve valutare separatamente i due reati e verificare autonomamente se la condotta del richiedente abbia colpevolmente creato la falsa apparenza del reato, escludendo così l'indennizzo. La decisione è stata annullata con rinvio.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assolto ma senza indennizzo
Il Ricorrente ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione dopo essere stato assolto in appello dall'accusa di intestazione fittizia di beni perché il fatto non costituisce reato. La Corte d'appello ha rigettato la domanda ravvisando una colpa grave ostativa nel comportamento dell'uomo, il quale aveva consentito al fratello, condannato per associazione mafiosa, di agire come socio occulto in diverse società a lui intestate. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la valutazione sulla riparazione per ingiusta detenzione è autonoma rispetto al processo penale. Il comportamento del Ricorrente, analizzato con giudizio ex ante, ha creato una ragionevole apparenza di colpevolezza, escludendo così il diritto all'indennizzo.
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Impugnazione spedita a mezzo raccomandata: no alla tardività
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino contro l'ordinanza della Corte d'Appello che aveva dichiarato inammissibile il suo appello perché ritenuto tardivo. Il ricorrente aveva proposto l'appello contro una sentenza di primo grado tramite raccomandata. La Suprema Corte ha chiarito che, secondo le norme applicabili all'epoca dei fatti, l'impugnazione spedita a mezzo raccomandata si considera proposta alla data di spedizione e non di ricezione. Essendo stata spedita il quattordicesimo giorno rispetto al termine di quindici giorni, l'impugnazione era pienamente tempestiva. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza impugnata e ha ordinato la trasmissione degli atti alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio.
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Retrodatazione dei termini di custodia cautelare: regole e limiti
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che negava la retrodatazione dei termini di custodia cautelare. L'indagato, arrestato nel 2019 per spaccio e successivamente colpito nel 2022 da una misura per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, invocava la contestazione a catena. La Suprema Corte ha chiarito che non vi era connessione qualificata tra il singolo episodio di spaccio e il reato associativo, mancando la prova di un disegno criminoso unitario. Inoltre, gli elementi per la seconda misura non erano desumibili dagli atti al momento della prima, poiché l'informativa finale della polizia era stata depositata solo nel 2021. Di conseguenza, la richiesta di perdita di efficacia della misura cautelare è stata rigettata.
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Custodia cautelare in carcere: confermata anche dopo tre anni
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per Il Fornitore, accusato di traffico di stupefacenti all'interno di un centro di accoglienza. La difesa contestava l'utilizzabilità delle intercettazioni eseguite da remoto e dei tabulati telefonici acquisiti prima della riforma del 2021, nonché l'attualità del pericolo di reiterazione dopo tre anni dai fatti. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che l'ascolto da remoto della polizia giudiziaria è legittimo se la registrazione avviene sui server della Procura. Inoltre, i tabulati telefonici pregressi sono utilizzabili se corroborati da altri elementi di prova. Infine, il pericolo di recidiva rimane attuale, nonostante il tempo trascorso, a causa dell'ingente quantitativo di droga trattato e della pendenza di condanne definitive che hanno reso Il Fornitore irreperibile.
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Misure cautelari personali: il tempo passa ma il carcere resta
La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza di custodia in carcere per un indagato accusato di spaccio sistematico di stupefacenti. La difesa contestava l'utilizzabilità dei tabulati telefonici acquisiti prima della riforma del 2021 e l'attualità del pericolo di reiterazione del reato, dato il tempo trascorso dai fatti. I giudici hanno chiarito che le nuove norme sull'acquisizione dei tabulati si applicano anche retroattivamente, ma nel caso specifico gli elementi indiziari erano comunque sovrabbondanti grazie a pedinamenti e intercettazioni. Inoltre, la gravità e la frequenza delle cessioni (66 kg di marijuana in pochi mesi) giustificano l'applicazione delle misure cautelari personali di massimo rigore, poiché il pericolo di recidiva rimane concreto e attuale nonostante il decorso del tempo. Il ricorso è stato rigettato.
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Sospensione condizionale della pena negata per abusi edilizi
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego della sospensione condizionale della pena per un'imputata condannata per lottizzazione abusiva. La ricorrente lamentava la mancata valutazione degli elementi a suo favore. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice, nel valutare la concessione del beneficio, non deve analizzare tutti i criteri dell'articolo 133 del codice penale, ma può concentrarsi solo su quelli ritenuti ostativi. Nel caso specifico, la presenza di un precedente penale specifico per violazioni edilizie e le motivazioni economiche dell'illecito giustificano ampiamente il diniego della misura di favore. Il ricorso è stato quindi rigettato con condanna alle spese.
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Guida in stato di ebbrezza: condanna per scontro in cantiere
Il conducente di un veicolo, in stato di alterazione alcolica, ha provocato un incidente notturno in autostrada, urtando la segnaletica di un cantiere. Condannato nei primi gradi di giudizio per guida in stato di ebbrezza, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la violazione del diritto di difesa per il mancato rinvio dell'udienza e il diniego della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il rinvio era già stato concesso e che la gravità della condotta, caratterizzata da guida notturna in autostrada con collisione, esclude l'applicazione della particolare tenuità del fatto, data l'entità del pericolo concreto creato per la sicurezza stradale. L'automobilista è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Risarcimento del danno: l’assicurazione paga e la pena cala
L'Automobilista, uscendo da un distributore, si immetteva sulla strada senza dare la precedenza a un motociclo, causando un incidente mortale. Condannato per omicidio colposo, ricorreva in Cassazione lamentando, tra l'altro, il mancato riconoscimento dell'attenuante del risarcimento del danno, liquidato dall'assicurazione prima del processo. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso, stabilendo che il risarcimento del danno effettuato dall'assicuratore è riferibile all'imputato se questi ne era a conoscenza e voleva farlo proprio. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza limitatamente a questo punto, rinviando alla Corte d'Appello per rideterminare la pena, mentre la responsabilità penale dell'Automobilista è ormai definitiva.
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Guida in stato di ebbrezza: l’incidente esclude sconti di pena
Il Conducente veniva condannato per il reato di guida in stato di ebbrezza, aggravato dall'aver provocato un incidente stradale. L'imputato proponeva ricorso in Cassazione contestando la legittimità costituzionale dell'aggravante, ritenendola una sanzione fissa e sproporzionata, e criticando il giudizio di equivalenza tra le attenuanti generiche e l'aggravante stessa. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'aumento di pena non è fisso ma raddoppia la forbice edittale, consentendo al giudice di calibrare la sanzione. Inoltre, la scelta di equivalenza tra circostanze rientra nella discrezionalità del giudice di merito, adeguatamente motivata dall'elevato tasso alcolemico. Il ricorrente perde e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Assenza di difesa tecnica: la Cassazione annulla la condanna
L'Imputato viene condannato in primo e secondo grado per reati di droga. Successivamente emerge che il professionista che lo ha assistito durante l'udienza di convalida e il giudizio abbreviato era stato cancellato dall'albo degli avvocati prima dell'inizio del procedimento. L'Imputato ricorre in Cassazione eccependo l'assenza di difesa tecnica. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che l'assistenza da parte di un soggetto non iscritto all'albo equivale alla totale mancanza di un difensore. Questo vizio genera una nullità assoluta e insanabile di tutti gli atti del processo. Di conseguenza, la Cassazione annulla senza rinvio sia la sentenza d'appello sia quella di primo grado, ordinando la trasmissione degli atti al Tribunale per celebrare un nuovo processo da zero.
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Lieve entità dello spaccio: condannata la piazza organizzata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di diversi imputati condannati per associazione finalizzata al traffico di droga e spaccio a Pagani. Gli imputati contestavano la mancata riqualificazione dei reati nella fattispecie di lieve entità dello spaccio, sperando nella prescrizione. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, evidenziando l'esistenza di una vera e propria piazza di spaccio professionale e organizzata, incompatibile con la minore gravità. Inoltre, ha ritenuto validi gli indizi della cosiddetta "droga parlata" emersi dalle intercettazioni telefoniche, dove le sostanze venivano indicate con termini criptici come "vino" o "pizze". Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese e alla cassa delle ammende.
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Obbligo di vigilanza del delegante: condanna per i soci
I Soci Amministratori di un'azienda di gestione rifiuti sono stati condannati per violazioni ambientali, tra cui l'acquisto non autorizzato di metalli da privati e lo stoccaggio disordinato. Nonostante la presenza di una regolare delega di funzioni a un altro socio per la gestione ambientale, la Corte di Cassazione ha confermato la loro responsabilità penale. I giudici hanno evidenziato il mancato rispetto dell'obbligo di vigilanza del delegante, poiché le violazioni erano facilmente visibili dal piazzale aziendale, proprio sotto le finestre dei loro uffici. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei soci, condannandoli al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria, ribadendo che la delega non cancella il dovere di controllo dei vertici aziendali.
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