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D.P.R. 309/1990 — Anno 2026

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Altri anni per D.P.R. 309/1990

Detenzione ai fini di spaccio: uso personale escluso dai giudici
Un uomo è stato fermato a bordo di un autobus mentre trasportava sostanze stupefacenti, rinvenute poi anche presso la sua abitazione. Il tribunale di merito lo ha condannato per il reato di lieve entità. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che la sostanza fosse destinata esclusivamente all'uso personale e non al commercio. I giudici supremi hanno respinto l'impugnazione dichiarandola inammissibile. La Corte ha chiarito che il superamento dei limiti quantitativi e le modalità di occultamento su un mezzo pubblico e in casa escludono l'uso privato, confermando la detenzione ai fini di spaccio e condannando il ricorrente a tremila euro di ammenda.
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Spaccio di lieve entità escluso se c’è un magazzino
L'Imputato ha subito una condanna per traffico illecito di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto un locale adibito a magazzino e lavorazione della droga, insieme a quattrocento euro in contanti considerati provento dell'attività delittuosa. Il Giudice di merito ha negato la deroga più favorevole dello spaccio di lieve entità, ravvisando una gestione stabile, continuativa e professionale dell'illecito. L'Imputato ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione lamentando la mancata applicazione dell'ipotesi attenuata e la scorretta valutazione dei parametri normativi. I Supremi Giudici hanno respinto l'impugnazione dichiarandola inammissibile. La Corte ha chiarito che il dato quantitativo della sostanza non basta da solo: la presenza di un'organizzazione logistica e del denaro contante esclude categoricamente la minima offensività penale, confermando in via definitiva la gravità della condotta e la condanna al pagamento delle spese di giudizio.
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Disoccupato con 15.000 euro: confisca per sproporzione legittima
L'Imputato ha concordato una pena su accordo delle parti per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti. Il Giudice per le indagini preliminari ha disposto la confisca del denaro contante trovato in suo possesso, pari a oltre quindicimila euro. L'Imputato ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando la mancanza di motivazione sul sequestro della somma. La Suprema Corte ha confermato la decisione del giudice territoriale. L'Imputato si era infatti dichiarato disoccupato durante l'interrogatorio e non ha fornito alcuna prova della provenienza lecita del denaro. Tali circostanze rendono pienamente legittima la confisca per sproporzione. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile e hanno condannato L'Imputato al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione economica a favore della Cassa delle ammende.
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Droga e telefoni in carcere: condanna confermata per il detenuto
I giudici hanno condannato un detenuto per l'illecita introduzione di droga e telefoni in carcere. Le guardie avevano scoperto buste con stupefacenti e dispositivi mobili nella sua diretta disponibilità. L'uomo sosteneva di ignorare il contenuto dei pacchi consegnati dal cappellano della struttura. La Corte di Cassazione ha respinto la tesi difensiva, giudicando del tutto illogico il coinvolgimento inconsapevole del recluso in un'operazione criminale così delicata. I giudici hanno inoltre negato le circostanze attenuanti generiche per via dei numerosi precedenti penali e dell'elevata gravità della condotta, applicando la recidiva qualificata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato l'imputato al pagamento delle spese di giudizio e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Dosimetria della pena tra discrezionalità e rigetto del ricorso
L'Imputato, condannato per cessione di sostanze stupefacenti di lieve entità a sei mesi di reclusione e mille euro di multa, ha proposto ricorso per cassazione. La difesa lamentava l'eccessività della sanzione e il mancato riconoscimento del massimo sconto per le attenuanti generiche. L'uomo aveva commesso il reato mentre si trovava già sottoposto a una misura cautelare. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la dosimetria della pena appartiene alla discrezionalità del giudice di merito. La valutazione della personalità negativa dell'imputato giustifica pienamente la decisione, senza richiedere una motivazione analitica quando la pena non supera la media edittale. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Trasporto di sostanze stupefacenti: stop a sconti e continuazione
Un uomo subisce una condanna per il trasporto di sostanze stupefacenti dopo essere stato fermato con cinquanta grammi di cocaina, dai quali era possibile ricavare oltre duecento dosi. L'imputato presenta ricorso per ottenere la continuazione con un reato precedente, una riduzione della pena base e l'esclusione della recidiva specifica. La Corte di Cassazione respinge ogni richiesta e dichiara inammissibile il ricorso. I giudici rilevano che è trascorso più di un anno tra i due fatti illeciti e manca qualsiasi prova di un piano criminoso unitario. La notevole quantità di droga trasportata giustifica la gravità del fatto e la piena applicazione della recidiva a causa della pericolosità del soggetto. Il ricorrente perde definitivamente il giudizio e deve versare le spese di giustizia, oltre a tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: le piccole dosi non evitano la condanna
Tre imputati hanno impugnato la condanna per spaccio chiedendo il riconoscimento dell'attenuante per spaccio di lieve entità. Le difese sostenevano la modesta quantità delle singole dosi vendute e l'assenza di strutture complesse. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi confermando le sentenze di merito. I giudici hanno chiarito che il solo peso ridotto della sostanza non basta per ottenere la qualificazione minore. La reiterazione continua delle vendite, il ruolo attivo di vedetta e la collaborazione organizzata tra soggetti escludono la minima offensività. La Corte ha quindi ribadito la piena responsabilità dei ricorrenti condannandoli anche alle spese.
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Prescrizione del reato: condanna valida con sospensione
L'Imputata contesta la condanna emessa in secondo grado per reati legati agli stupefacenti, commessi nell'aprile 2018. Il difensore chiede l'annullamento della decisione sostenendo la già avvenuta prescrizione del reato prima della pronuncia d'appello. La Corte di Cassazione respinge la tesi difensiva ed evidenzia la corretta applicazione delle norme vigenti al momento del fatto. La legge applicabile prevede la sospensione del decorso temporale per un massimo di un anno e sei mesi tra il primo e il secondo grado di giudizio. Sommando tale pausa al limite massimo ordinario di sette anni e sei mesi, il tempo utile per estinguere l'illecito risultava ancora pendente alla data della sentenza d'appello. I giudici dichiarano inammissibile il ricorso e condannano la ricorrente alle spese processuali e a tremila euro verso la Cassa delle ammende.
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Auto truccata e aggravante dell’ingente quantitativo: confermata
Un conducente trasportava quasi trentacinque chilogrammi di cocaina nascosti in un doppiofondo ricavato all'interno della propria auto. I giudici di merito lo hanno condannato per traffico illecito riconoscendo l'aggravante dell'ingente quantitativo. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che l'uomo ignorasse il peso effettivo del carico e che mancasse la consapevolezza soggettiva richiesta dalla legge penale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha confermato che il ruolo di corriere fidato, il valore milionario della merce e le particolari cautele adottate per modificare la vettura escludono la buona fede dell'imputato. Tali elementi provano la piena consapevolezza del trasporto o quantomeno una gravissima colpa nell'ignorarlo. Il ricorrente deve quindi scontare la pena con l'aggravante e pagare una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro il patteggiamento: dal patto alla sanzione
Un imputato patteggia una pena per detenzione illecita di sostanze stupefacenti di lieve entità. Successivamente, la difesa propone ricorso contro il patteggiamento lamentando la scarsa motivazione del giudice e la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione respinge l'impugnazione dichiarandola inammissibile. I giudici evidenziano che la legge limita tassativamente i casi di impugnazione delle sentenze concordate. Le censure sulla motivazione e sulle attenuanti tentano di rinegoziare i patti concordati e non denunciano una pena illegale. Il ricorrente subisce quindi la condanna al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: patto valido esclude il ricorso
Diversi imputati, condannati per reati di spaccio e associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, hanno impugnato la sentenza di secondo grado davanti alla Corte di Cassazione. Alcuni di loro avevano precedentemente chiuso il processo di secondo grado tramite il concordato in appello, concordando la pena con l'accusa. Nonostante l'accordo, hanno contestato la mancata assoluzione d'ufficio e l'eccessiva severità della sanzione. Altri coimputati hanno lamentato il mancato riconoscimento della lieve entità del reato e l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato tutti i ricorsi inammissibili. Chi stipula un patto sulla pena non può rimettere in discussione il merito o contestare la valutazione dell'assoluzione, salvi vizi sulla volontà o pene illegali. I giudici hanno inoltre confermato la gravità dei fatti e la recidiva per gli altri coimputati, condannando tutti al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Confisca per sproporzione: lavoro nero e soldi sequestrati
Un imputato ha concordato una pena su accordo delle parti per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti. Il giudice di primo grado ha disposto la misura patrimoniale del denaro rinvenuto nella sua disponibilità, pari a 1.390 euro. La difesa ha proposto ricorso per cassazione contro la misura. Il ricorrente ha sostenuto la legittimità della somma allegando presunti guadagni derivanti da lavoro irregolare non registrato. I giudici di legittimità hanno respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile. Il giudice di merito ha evidenziato in modo logico la totale sproporzione tra la somma in contanti e i redditi effettivi. Questa evidenza ha confermato la confisca per sproporzione del denaro, collegato al commercio illecito di droga, con conseguente condanna del ricorrente alle spese e a una sanzione.
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Determinazione della pena: reato lieve ma sanzione confermata
L'Imputato ha subito una condanna per spaccio di lieve entità a un anno e dieci mesi di reclusione e quattromila euro di multa. La difesa ha proposto ricorso lamentando un difetto di motivazione riguardo alla determinazione della pena e ai criteri di quantificazione della sanzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il giudice di merito ha motivato adeguatamente la gravità della condotta, valorizzando sia la diversa tipologia di sostanze stupefacenti detenute sia il luogo del reato sulla pubblica via. La Suprema Corte non può rivalutare il merito della sanzione quando il ragionamento dei giudici precedenti è logico e privo di arbitrio. Il ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità stupefacenti: il peso non supera la pluralità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un imputato per detenzione illecita di droga, respingendo la richiesta difensiva di riqualificare il reato nell'ipotesi autonoma di lieve entità stupefacenti. I giudici di merito hanno escluso la minore gravità del fatto a causa della contemporanea detenzione di sostanze eterogenee, ovvero cocaina e marijuana, nonché del quantitativo consistente di droga pesante, da cui erano ricavabili ben centoventisette dosi medie. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice non può valutare la lieve entità basandosi solo su dati statistici relativi al peso, ma deve esaminare tutti gli elementi dell'azione. L'imputato perde definitivamente il ricorso e subisce la condanna al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: la fuga conferma la condanna penale
I giudici di merito hanno condannato un uomo per il reato di spaccio di lieve entità. Le forze dell'ordine avevano sorpreso l'imputato nel luogo esatto in cui erano nascoste sostanze stupefacenti, un bilancino di precisione e materiale vario per confezionare dosi. Alla vista degli agenti, il soggetto si era dato immediatamente alla fuga. La difesa ha impugnato la condanna davanti alla Corte di Cassazione, lamentando un vizio di motivazione e chiedendo una diversa ricostruzione della vicenda. I giudici supremi hanno rigettato totalmente la tesi difensiva. La Corte ha ribadito che il giudizio di legittimità non consente una rilettura degli elementi probatori già valutati in modo logico dai giudici precedenti. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: quantità minima ma reato grave
L'Imputato ha impugnato la condanna per cessione e detenzione di sostanze stupefacenti, chiedendo la riqualificazione della cessione di hashish nella fattispecie di spaccio di lieve entità e sostenendo l'uso personale della cocaina trovata a bordo della propria auto. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e lo ha dichiarato inammissibile. I giudici hanno chiarito che lo spaccio di lieve entità non può basarsi unicamente sul dato quantitativo della droga o su medie statistiche. I magistrati devono esaminare globalmente tutti gli elementi della condotta, quali la purezza del principio attivo, il frazionamento in dosi e le intercettazioni che provano l'attività commerciale. La Suprema Corte ha confermato la condanna e ha disposto il versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio e fuga: addio ad attenuanti generiche ed espulsione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per traffico di stupefacenti a carico de L'Imputato, dichiarando inammissibile il ricorso contro il diniego delle attenuanti generiche e la misura di sicurezza dell'espulsione dal territorio dello Stato. I giudici hanno chiarito che il magistrato non deve valutare tutti i criteri dell'articolo 133 del codice penale per negare il beneficio, poiché basta anche un solo elemento ostativo di rilievo prevalente. Nel caso di specie, pesano la detenzione di sostanze di vario tipo in quantità rilevanti, la fuga al momento del controllo, l'atteggiamento non collaborativo e i precedenti di polizia. La Suprema Corte ha imposto a carico del condannato le spese legali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità escluso dopo 54 cessioni di droga
I giudici di merito hanno condannato l'imputato per plurime cessioni di cocaina documentate da intercettazioni telefoniche dal contenuto allusivo. La difesa ha proposto ricorso per Cassazione contestando l'interpretazione delle telefonate e invocando la riqualificazione dei fatti in spaccio di lieve entità. I giudici supremi hanno respinto la tesi difensiva. L'elevato numero di episodi, l'assiduità delle condotte e la continua disponibilità della sostanza dimostrano una pericolosità incompatibile con la minima offensività. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna e imponendo il pagamento delle spese e l'ammenda.
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Detenzione ai fini di spaccio e soldi leciti: misura annullata
I militari sono entrati nell'appartamento di un cittadino per cercare un minore scomparso. Durante l'accesso, l'uomo ha gettato dalla finestra trenta grammi totali tra cocaina e marijuana. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto nell'abitazione anche un bilancino, buste di cellophane e cinquemilacinquecento euro in contanti. Il Tribunale ha applicato la misura cautelare dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, ipotizzando il reato di detenzione ai fini di spaccio. L'indagato ha sostenuto l'uso personale e ha dimostrato la provenienza lecita del denaro, già dissequestrato in un altro procedimento penale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato. I giudici hanno chiarito che il modesto quantitativo e il confezionamento sottovuoto sono compatibili con il consumo personale, mentre i sospetti sul denaro lecito non costituiscono gravi indizi di colpevolezza. La Corte ha quindi annullato la misura senza rinvio.
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Notifica al difensore: è nulla se anticipa il domicilio
La Corte d'appello confermava la condanna nei confronti dell'imputato per detenzione di sostanze stupefacenti. L'interessato proponeva ricorso per Cassazione contestando la regolarità della notifica dell'atto di citazione in appello. L'autorità giudiziaria aveva infatti eseguito la notifica al difensore a mezzo PEC tre giorni prima del tentativo di consegna presso il domicilio ritualmente dichiarato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che l'ordinamento vieta di surrogare la notifica personale con quella al legale se prima non risulta accertata l'effettiva impossibilità di recapito al domicilio eletto. Tale inversione cronologica genera una nullità assoluta insanabile della citazione, estendendosi a tutti gli atti successivi. I giudici di legittimità hanno dunque annullato la sentenza di secondo grado con rinvio ad altra sezione della Corte d'appello.
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