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D.P.R. 309/1990 — Anno 2023

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Altri anni per D.P.R. 309/1990

Persistenza delle esigenze cautelari: il tempo non basta
Il Tribunale del Riesame ha ripristinato la custodia in carcere per l'Imputato, accusato di traffico di stupefacenti, annullando la revoca precedentemente disposta dal G.I.P. L'Imputato ha proposto ricorso sostenendo che il decorso del tempo e la sua condotta in libertà escludessero la persistenza delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la gravità dei precedenti penali e la condanna in primo grado a oltre sette anni giustificano la presunzione di pericolosità. Il mero decorso del tempo è un elemento neutro che non attenua il rischio di recidiva in assenza di elementi di novità significativi.
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Confisca in casi particolari: quando le ricevute non bastano
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di due imputati condannati con patteggiamento per reati di droga. Il primo imputato contestava la pena e il mancato proscioglimento, ma il suo ricorso è stato dichiarato inammissibile per violazione dei limiti di impugnazione del patteggiamento. Il secondo imputato contestava la confisca di circa quattromila euro, sostenendo che la somma provenisse da rimesse familiari. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno chiarito che, in tema di stupefacenti, si applica la confisca in casi particolari se il condannato non giustifica la provenienza lecita del denaro e se vi è sproporzione con il reddito. Le sole ricevute di trasferimento, prive di causale e accumulate nel tempo, non bastano a superare la presunzione di illiceità.
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Travisamento della prova: quando il video smentisce la difesa
Il Tribunale di Catania ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per L'Indagato, accusato di spaccio di sostanze stupefacenti. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il travisamento della prova in merito all'identificazione del presunto spacciatore. Secondo la tesi difensiva, gli agenti non conoscevano personalmente L'Indagato e l'identificazione sarebbe stata viziata da errori logici. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il travisamento della prova non sussiste: l'identificazione è avvenuta in modo logico attraverso la comparazione dei filmati di videosorveglianza con le foto segnaletiche d'archivio. La Cassazione ha ribadito che non può rivalutare i singoli elementi di fatto, ma solo verificare la coerenza logica della decisione precedente. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro probatorio: la confisca blocca la restituzione
L'Indagato ha impugnato il provvedimento che confermava il sequestro probatorio di una somma di denaro, ipotizzato come provento di spaccio. Nel frattempo, una sentenza di appello non ancora definitiva ha disposto la confisca dello stesso denaro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per carenza di interesse. I giudici hanno chiarito che la sopravvenuta confisca costituisce un nuovo vincolo sul denaro. Di conseguenza, anche se il sequestro probatorio venisse annullato, l'indagato non potrebbe comunque ottenere la restituzione della somma. L'interesse a impugnare richiede infatti un vantaggio concreto e reale per il ricorrente, che in questo caso è escluso dalla presenza della confisca.
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Doppia contestazione associativa: sì alla droga, no alla mafia
Un indagato è stato sottoposto a custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e detenzione di armi. La difesa ha contestato la doppia contestazione associativa, sostenendo che la partecipazione al narcotraffico non provasse automaticamente l'affiliazione alla mafia. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, annullando senza rinvio la misura cautelare per il reato di associazione mafiosa. I giudici hanno chiarito che non basta partecipare al traffico di droga, seppur collegato al clan, per essere considerati membri dell'associazione mafiosa, in assenza di prove su un ruolo attivo in altre attività del clan. Resta valida la custodia per gli altri reati.
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Traffico di stupefacenti: spaccio al dettaglio, condanna grave
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per reati legati alla droga. Il primo contestava la sua partecipazione a un viaggio di rifornimento, sostenendo una semplice presenza passiva. La Corte ha invece confermato il concorso nel reato, essendoci prova di un suo ruolo attivo e rassicurante. Il secondo contestava la sua partecipazione all'associazione criminale e chiedeva la qualificazione del fatto come associazione di lieve entita. I giudici hanno chiarito che l'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti non puo considerarsi lieve se, sin dalla sua costituzione, dispone di canali di approvvigionamento costanti e imponenti da altre regioni, a prescindere dal fatto che la vendita finale avvenga al dettaglio. Entrambi i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: sviste contro giudizi
Il Ricorrente ha proposto un ricorso straordinario per errore di fatto contro la decisione della Corte di Cassazione che aveva dichiarato inammissibile il suo precedente ricorso. La difesa lamentava che i giudici non avessero esaminato nel dettaglio le specifiche censure relative a un reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, chiarendo che il ricorso straordinario per errore di fatto è ammesso solo per sviste materiali o errori di percezione visiva, e non per contestare la profondità o la condivisibilità della valutazione dei giudici. Nel caso specifico, la precedente sentenza aveva valutato globalmente i motivi di ricorso, escludendo qualsiasi omissione percettiva.
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Concorso nel reato di spaccio: quando la scusa non regge
Tre soggetti venivano fermati in autostrada durante il periodo di emergenza Covid-19 a bordo di un'auto nel cui bagagliaio erano nascosti oltre 12 kg di marijuana. Nonostante i tentativi di depistaggio e la tesi difensiva secondo cui due dei passeggeri fossero semplici spettatori ignari (connivenza non punibile), le indagini svelavano una pianificazione accurata del trasporto. Venivano infatti accertati contatti telefonici costanti, l'uso di due vetture per il viaggio di andata e il rinvenimento a casa di uno di essi di strumenti per il confezionamento della droga. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando la condanna a due anni di reclusione per concorso nel reato di spaccio. La Corte ha chiarito che l'onere di allegazione grava sulla difesa quando l'accusa ha fornito prove schiaccianti, escludendo inoltre la concessione di attenuanti o benefici a fronte del comportamento ostruzionistico degli imputati.
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Traffico di stupefacenti: quando lo spaccio diventa associazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per diversi soggetti accusati di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti operante in Sicilia. Gli imputati gestivano una vera e propria rete commerciale con divisione dei ruoli, cassa comune e disponibilità di armi. I ricorrenti contestavano la loro partecipazione stabile al gruppo e chiedevano la riqualificazione del reato in associazione di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il continuo approvvigionamento di droga dimostra l'adesione al programma criminoso, superando il semplice rapporto di compravendita. Inoltre, la rilevante capacità di rifornimento del gruppo esclude l'ipotesi della lieve entità, rendendo irrilevante la brevità del periodo di osservazione delle forze dell'ordine. Di conseguenza, i ricorrenti perdono il ricorso e sono condannati a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Divieto di reformatio in peius: la pena base non può salire
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un gruppo di soggetti condannati per vari reati, tra cui spaccio e rapina. Due imputati hanno sollevato questioni procedurali decisive. Il primo ha contestato il rigetto immediato del concordato in appello senza la successiva prosecuzione del dibattimento. Il secondo ha eccepito la violazione del divieto di reformatio in peius, poiché il giudice d'appello aveva aumentato la pena base di un reato satellite pur mantenendo invariata la pena complessiva. La Suprema Corte ha accolto entrambi i ricorsi: ha annullato con rinvio la sentenza per il primo imputato a causa della nullità della procedura di concordato, e ha rideterminato direttamente la pena per il secondo, ribadendo che il divieto di reformatio in peius impedisce di peggiorare i singoli parametri del calcolo della pena. Gli altri ricorsi sono stati dichiarati inammissibili.
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Concorso in estorsione: ritirare cesti natalizi costa il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa e concorso in estorsione. L'indagato, ritenuto fiduciario di un clan, aveva il compito di riscuotere il "pizzo" presso un supermercato locale, ritirando cesti natalizi al posto del denaro. La difesa contestava la gravità degli indizi e chiedeva gli arresti domiciliari. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che anche il solo ritiro dei beni configura il concorso in estorsione se vi è la consapevolezza di contribuire al disegno criminoso. Inoltre, la Cassazione ha ritenuto inadeguati i domiciliari, confermando il carcere per il rischio concreto di contatti con l'organizzazione criminale.
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Traffico di stupefacenti: da accordo occasionale a banda stabile
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due soggetti, padre e figlio, accusati di aver promosso e organizzato un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti tra la Spagna e l'Italia. I ricorrenti contestavano l'esistenza del sodalizio criminale, sostenendo si trattasse solo di singoli episodi isolati di importazione di droga. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, chiarendo che l'esistenza del vincolo associativo permanente può essere dimostrata attraverso comportamenti concreti (facta concludentia), come l'uso di telefoni criptati, la disponibilità di ingenti capitali e la divisione dei compiti. Anche la breve durata delle indagini non esclude il reato se emerge un sistema collaudato. Di conseguenza, le condanne sono definitive e i ricorrenti dovranno pagare le spese processuali.
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Sopravvenuto difetto di interesse: la revoca cancella il ricorso
Due indagati, accusati di spaccio di sostanze stupefacenti, ricevevano la misura cautelare dell'obbligo di dimora. Gli indagati proponevano ricorso in Cassazione contestando la mancanza di un'autonoma valutazione del giudice sulle esigenze cautelari e sui gravi indizi di colpevolezza. Tuttavia, nelle more del giudizio di legittimità, il giudice procedente revocava la misura cautelare applicata. Di conseguenza, la Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili per sopravvenuto difetto di interesse, poiché la revoca della misura ha rimosso qualsiasi utilità concreta nel decidere sul ricorso stesso.
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Detenzione ai fini di spaccio: la casa condanna la convivente
Tre imputati sono stati condannati per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. La polizia ha rinvenuto nell'abitazione di due di essi circa 150 dosi di cocaina, strumenti di confezionamento, appunti contabili e un sistema di videosorveglianza. La difesa sosteneva l'uso personale e l'estraneità della convivente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando le condanne a quattro anni di reclusione e 18.000 euro di multa ciascuno. I giudici hanno chiarito che la stabilità dell'attività illecita, unita alla presenza di strumenti di spaccio nella casa comune, dimostra la consapevole partecipazione della convivente. Inoltre, la Cassazione non può rivalutare le prove se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente.
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Sospensione condizionale della pena: libero ma niente lavori
Il Venditore è stato condannato per aver ceduto 1,2 grammi di marijuana in cambio di denaro. La Corte d'Appello ha confermato la condanna a sei mesi di reclusione, applicando la recidiva ma concedendo la sospensione condizionale della pena. Il Venditore ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una contraddizione tra la pericolosità sociale legata alla recidiva e la prognosi favorevole richiesta per la sospensione condizionale della pena. Ha inoltre richiesto la conversione della pena in lavoro di pubblica utilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la sospensione condizionale della pena non era stata impugnata dall'accusa e non poteva essere revocata in appello. Inoltre, la legge vieta espressamente di sostituire la pena con i lavori di pubblica utilità se è già stata concessa la sospensione condizionale. Il Venditore perde il ricorso e deve pagare le spese.
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Divieto di bis in idem: doppia condanna per reati di droga
Il caso esamina la richiesta di un condannato volta a ottenere la revoca di una condanna per reati di droga, invocando il divieto di bis in idem. L'uomo sosteneva di essere stato condannato due volte per lo stesso quantitativo di stupefacenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del giudice dell'esecuzione. I giudici hanno rilevato che le condotte contestate erano distinte per tempo, luogo e modalità: da un lato la detenzione di droga in un preciso giorno, dall'altro ripetuti acquisti di cocaina in un arco temporale più ampio. Non essendoci prova dell'identità della sostanza né continuità temporale, si tratta di reati autonomi. Di conseguenza, non si applica il divieto di bis in idem e la doppia condanna resta pienamente valida.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia cautelare in carcere disposta per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'assenza di un pericolo attuale di reiterazione del reato, poiché i fatti contestati risalivano al 2017. La Suprema Corte ha invece confermato la misura, chiarendo che per i reati associativi gravi opera una presunzione di adeguatezza della carcerazione. L'attualità del pericolo non viene meno con il semplice decorso del tempo se l'associazione criminale è ancora attiva e l'indagato mantiene legami stabili con l'ambiente malavitoso. Di conseguenza, l'indagato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'assenza di gravi indizi e la mancanza di attualità del pericolo di reiterazione, poiché i fatti risalivano ad alcuni anni prima. La Suprema Corte ha chiarito che, per i reati associativi legati alla droga, opera una presunzione di adeguatezza della misura carceraria. Il decorso del tempo non esclude automaticamente il pericolo se permangono legami stabili con la criminalità organizzata e una spiccata professionalità delinquenziale. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Associazione di tipo mafioso: lo stipendio in cella condanna
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di diversi soggetti condannati per reati legati alla criminalità organizzata. Tra le questioni principali, la Corte ha confermato la condanna per associazione di tipo mafioso nei confronti di un imputato che, pur essendo detenuto, riceveva periodicamente uno "stipendio" dal clan. Secondo i giudici, tale dazione di denaro dimostra il mantenimento del legame associativo e la fidelizzazione al gruppo. Al contrario, la Corte ha accolto parzialmente il ricorso di un altro imputato, annullando con rinvio la sentenza limitatamente all'applicazione di un'aggravante per il reato di estorsione, a causa di un difetto di motivazione dei giudici d'appello. Gli altri ricorsi sono stati dichiarati inammissibili.
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Contestazioni a catena: negata la retrodatazione per il clan
Il Tribunale del riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di associazione mafiosa. L'Indagato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della retrodatazione della misura. Secondo la difesa, i fatti erano identici a quelli di un precedente procedimento e si doveva applicare la disciplina delle contestazioni a catena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la retrodatazione non si applica se la seconda misura riguarda un reato associativo permanente con formula aperta, la cui condotta prosegue anche dopo la prima misura. L'Indagato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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