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D.P.R. 309/1990 — Anno 2023

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Altri anni per D.P.R. 309/1990

Patteggiamento in appello: l’accordo che impedisce il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato straniero condannato per reati di droga. L'imputato aveva concordato la pena in secondo grado tramite il cosiddetto patteggiamento in appello. Successivamente, ha proposto ricorso contestando la misura della pena e l'ordine di espulsione. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'accordo sulla pena preclude qualsiasi successiva contestazione unilaterale sulla quantificazione della sanzione, salvo il caso di pena illegale. Inoltre, la questione dell'espulsione non poteva essere sollevata in Cassazione poiché non era stata oggetto dei motivi di appello. L'imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Patteggiamento in appello: l’accordo preclude il ricorso
L'Imputato, condannato in secondo grado per reati di droga, aveva concordato la pena di sei anni e quattro mesi di reclusione tramite il patteggiamento in appello. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione contestando l'utilizzabilità di alcune prove e il calcolo della sanzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accordo sulla pena preclude qualsiasi contestazione successiva sulla formazione della prova o sull'inutilizzabilità degli atti. Inoltre, la misura della pena liberamente concordata non può essere modificata unilateralmente, salvo il caso di pena illegale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: no a sconti dopo l’accordo
Il caso riguarda un imputato che ha concordato una pena di quattro anni e dieci mesi di reclusione per traffico di stupefacenti, con l'aggravante dell'ingente quantità di cocaina. Successivamente, la difesa ha proposto ricorso per Cassazione contestando la qualificazione giuridica del fatto e lamentando una disparità di trattamento rispetto ai coimputati. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è strettamente limitato dalla legge a casi di errore manifesto o illegalità della pena. Nel caso di specie, la valutazione del giudice di merito era solida e priva di vizi evidenti. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione nega lo sconto all’evaso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per spaccio di droga ed evasione. La difesa chiedeva la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità e l'assorbimento di alcune condotte. I giudici hanno confermato che la detenzione di trentanove grammi di hashish (pari a oltre trecento dosi), unita alla frequenza delle cessioni e all'evasione per spacciare, esclude la minore gravità del fatto. Inoltre, le condotte di spaccio, essendo distinte nel tempo e nella volontà, costituiscono reati autonomi e non possono essere assorbite. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato in secondo grado per reati sugli stupefacenti. L'imputato aveva concordato la pena in appello tramite lo strumento del concordato in appello, rinunciando implicitamente agli altri motivi di impugnazione. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata riqualificazione del fatto in un'ipotesi di minore gravità. I giudici di legittimità hanno ribadito che l'accordo sulla pena preclude la possibilità di contestare la qualificazione giuridica del fatto in sede di legittimità, a meno che questa non risulti palesemente assurda o eccentrica rispetto all'accusa. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: inammissibile il ricorso senza motivi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per reati in materia di armi e stupefacenti. La Corte d'Appello aveva rideterminato la pena in seguito a un concordato in appello. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione senza però indicare i motivi dell'impugnazione. I giudici di legittimità hanno ribadito che l'accordo sulla pena comporta la rinuncia ai motivi sulla responsabilità penale. Di conseguenza, il giudice d'appello non deve motivare il mancato proscioglimento d'ufficio. La Cassazione ha quindi respinto il ricorso con rito semplificato, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure cautelari personali: ambulante incensurato perde ricorso
Il Tribunale ha applicato all'Indagato la misura dell'obbligo di firma tre volte a settimana per spaccio di oltre 50 grammi di cocaina. L'Indagato ha fatto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato, evidenziando la propria incensuratezza e l'attività di venditore ambulante. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando le misure cautelari personali. I giudici hanno evidenziato che l'attività di commerciante ambulante, lungi dall'escludere il pericolo, agevola lo spaccio in diverse località. Inoltre, la stabilità economica del lavoro esclude che il reato sia stato commesso per necessità, delineando una spiccata pericolosità sociale. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Custodia cautelare in carcere: la pena lieve cancella la cella
L'Imputato, mentre si trovava agli arresti domiciliari, veniva trovato in possesso di hashish. Il Tribunale di Gela riqualificava il reato come fatto di lieve entità, sostituendo la custodia cautelare in carcere con l'obbligo di dimora. Il Pubblico Ministero proponeva appello e il Tribunale del Riesame ripristinava il carcere, ritenendo che la pendenza dell'impugnazione escludesse il limite dei tre anni di pena previsto dalla legge. La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza del Riesame. I giudici di legittimità hanno stabilito che la custodia cautelare in carcere non può essere mantenuta se sopravviene una sentenza, anche non definitiva, che infligge una pena inferiore ai tre anni. Il principio di proporzionalità deve infatti sempre prevalere, impedendo la massima misura restrittiva se la pena finale prevista è inferiore al limite di legge.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: scatta l’arresto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame, confermando la misura degli arresti domiciliari. L'indagato era stato accusato del reato di detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio, avendo in casa e in cantina 107 grammi di marijuana (circa 460 dosi), oltre a un bilancino con tracce di cocaina e 3.450 euro in contanti. La difesa sosteneva l'uso personale, esibendo un vecchio certificato medico e contestando la riconducibilità della cantina. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso per cassazione non può richiedere una nuova valutazione delle prove se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente. Nel caso specifico, il collegamento tra l'indagato e la droga in cantina era provato da una foto sul suo cellulare.
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Ricorso per Cassazione contro patteggiamento: limiti e sanzioni
Il GIP del Tribunale di Bergamo ha applicato a L'Imputato la pena concordata di due anni e tre mesi di reclusione per reati in materia di stupefacenti. L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancata verifica di cause di proscioglimento. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. Con l'entrata in vigore della riforma Orlando, il ricorso per Cassazione contro patteggiamento è limitato a motivi tassativi, tra cui non rientra la mancata verifica delle cause di proscioglimento d'ufficio. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso personale in Cassazione: il fai-da-te costa caro
Due condannati per reati in materia di stupefacenti hanno proposto personalmente ricorso contro la sentenza di patteggiamento emessa dal G.I.P. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La decisione si fonda sulla riforma introdotta dalla Legge n. 103 del 2017, che ha eliminato la facoltà per l'imputato di presentare un ricorso personale in Cassazione. Oggi, l'atto deve essere obbligatoriamente sottoscritto da un difensore abilitato iscritto all'albo speciale dei cassazionisti. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti senza formalità e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di quattromila euro ciascuno a favore della Cassa delle ammende.
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Sentenza di patteggiamento: l’accordo sulla pena non si può cambiare
L'Imputato ha concordato con il pubblico ministero una pena di due anni di reclusione e seimila euro di multa per reati di droga, ricettazione e possesso di armi. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche da parte del giudice. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la legge limita rigorosamente i motivi di impugnazione contro la sentenza di patteggiamento. Non è possibile contestare la mancata concessione di attenuanti non previste nell'accordo originario, né modificare unilateralmente la pena liberamente concordata tra le parti. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: quando basta il narcotest
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto nella sua abitazione diverse droghe (marijuana, hashish, cocaina e metadone), bilancini e materiale per il confezionamento. L'imputato sosteneva l'uso personale, ma la Corte ha confermato la condanna basandosi sulla varietà delle sostanze, sulla presenza di strumenti di pesatura e sull'assenza di redditi leciti. I giudici hanno chiarito che, per accertare la natura della droga, non serve una perizia chimica complessa, essendo sufficiente il narcotest se supportato da indizi precisi e concordanti. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena non si può impugnare
L'Imputato, accusato di reati in materia di stupefacenti, concorda con la Procura una pena di due anni e otto mesi di reclusione e ottomila euro di multa in secondo grado. Successivamente, propone ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso. I giudici chiariscono che il concordato in appello costituisce un accordo vincolante tra le parti. Una volta formalizzato, l'imputato rinuncia a contestare aspetti non inclusi nell'accordo, come la misura della pena o le attenuanti, salvo il caso di pena illegale. Di conseguenza, l'accordo non può essere modificato unilateralmente e il ricorrente viene condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per cassazione generico: confermati 10 anni di carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato a dieci anni di reclusione per traffico di stupefacenti. L'imputato contestava la valutazione delle prove effettuata nei gradi precedenti, ma la Suprema Corte ha stabilito che un ricorso per cassazione generico e volto unicamente a richiedere una nuova valutazione dei fatti non può essere accolto. I giudici di merito avevano infatti fondato la condanna su prove solide e convergenti: le dichiarazioni dettagliate dei coimputati, l'uso di specifiche utenze telefoniche e automobili, i riscontri delle intercettazioni telefoniche e un riconoscimento fotografico. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro il patteggiamento: l’accordo penale non si cambia
L'Imputato, condannato a tre anni e sei mesi di reclusione per reati di droga tramite patteggiamento, ha presentato ricorso per Cassazione. Il ricorrente contestava la mancata qualificazione del fatto come reato di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso contro il patteggiamento. I giudici hanno chiarito che, dopo la riforma del 2017, l'impugnazione di una sentenza concordata per erronea qualificazione giuridica è ammessa solo in caso di errore manifesto ed evidente. Quando la qualificazione presenta margini di opinabilità, l'accordo tra le parti non può essere messo in discussione. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rinuncia all’impugnazione: la condanna penale diventa definitiva
Il Ricorrente, condannato per reati sugli stupefacenti, ha presentato ricorso in Cassazione ma ha successivamente depositato una formale rinuncia all'impugnazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso a causa della rinuncia, condannando l'uomo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo non si tocca
L'Imputato, condannato a dieci mesi di reclusione per reati di droga a seguito di patteggiamento, ha proposto ricorso per Cassazione. Il ricorrente lamentava la mancata riqualificazione del fatto come semplice illecito amministrativo per uso personale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione della qualificazione giuridica concordata è ammessa solo in caso di errore manifesto ed evidente. Se la qualificazione presenta margini di opinabilità, l'accordo tra le parti non può essere messo in discussione. Di conseguenza, l'Imputato ha perso il ricorso ed è stato condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: condannati i fratelli complici
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due fratelli condannati per spaccio di sostanze stupefacenti. Il primo operava come venditore principale, detenendo la droga in casa, mentre il secondo svolgeva il ruolo di accompagnatore e addetto alla riscossione del denaro. I ricorrenti lamentavano un travisamento delle prove e una presunta mancanza di corrispondenza tra l'accusa originaria e la condanna finale. I giudici di legittimità hanno respinto le tesi difensive, confermando la solidità dell'impianto logico della sentenza d'appello e la piena corrispondenza tra la contestazione e la decisione di condanna. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso per Cassazione contro patteggiamento: patti vincolanti
Due imputati condannati per reati legati agli stupefacenti a seguito di patteggiamento hanno proposto ricorso lamentando una generica violazione di legge e vizi di motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il ricorso per Cassazione contro patteggiamento è consentito solo per motivi tassativi, come l'espressione della volontà, la discordanza tra richiesta e sentenza, l'errata qualificazione giuridica o l'illegalità della pena. Poiché le doglianze dei ricorrenti erano generiche e non rientravano in queste categorie, la Suprema Corte ha respinto i ricorsi, condannando i soggetti al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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