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D.P.R. 309/1990 — Anno 2023

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Altri anni per D.P.R. 309/1990

Spaccio di cocaina purissima: no alla lieve entità dello spaccio
L'Imputata è stata condannata a quattro anni di reclusione e 30.000 euro di multa per la detenzione di oltre 103 grammi di cocaina purissima, idonea a confezionare ben 579 dosi. La difesa ha richiesto la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio, sostenendo che la donna avesse agito come corriere occasionale e valorizzando l'esito negativo della perquisizione domiciliare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la lieve entità dello spaccio richiede una valutazione globale di tutti gli elementi del caso. Nel caso specifico, l'elevata quantità e l'altissima percentuale di principio attivo (87%) escludono l'occasionalità della condotta, dimostrando un inserimento stabile in circuiti criminali. La condanna è quindi definitiva.
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Spaccio di lieve entità: no ai benefici se c’è stabilità
Il Tribunale di Napoli ha confermato la custodia in carcere per L'Indagato, trovato in possesso di hashish, marijuana e cocaina nella propria abitazione mentre era già agli arresti domiciliari per reati analoghi. La difesa ha richiesto la riqualificazione del fatto come spaccio di lieve entità, contestando la valutazione delle modalità dell'azione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non si può applicare lo spaccio di lieve entità se il soggetto agisce in modo stabile e non occasionale, coordinandosi con terzi e violando la misura cautelare in corso. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio e utilizzabilità delle dichiarazioni: il carcere resta
Il Tribunale di Bari confermava la misura cautelare in carcere nei confronti di un indagato per spaccio di stupefacenti. L'indagato ricorreva in Cassazione eccependo l'inutilizzabilità delle dichiarazioni degli acquirenti assuntori e la mancanza di gravi indizi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che l'utilizzabilità delle dichiarazioni autoindizianti rese da terzi non indagati opera solo a tutela del dichiarante e non dei terzi. Inoltre, ha escluso la lieve entità del fatto data l'organizzazione professionale dello spaccio (presenza di telecamere, ingenti somme e diversità di droghe) confermando la necessità della custodia cautelare in carcere.
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Rescissione del giudicato negata: l’imputato si disinteressa
Un cittadino straniero, condannato a oltre dodici anni di reclusione per traffico di stupefacenti, ha richiesto la rescissione del giudicato sostenendo di non aver avuto conoscenza del processo a suo carico a causa della sua espulsione dall'Italia e dell'asserito abbandono della difesa da parte del suo avvocato di fiducia. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione della Corte d'appello. I giudici hanno evidenziato che l'imputato aveva nominato un difensore di fiducia e aveva firmato personalmente un ricorso dopo l'espulsione, dimostrando così la piena conoscenza del procedimento. La successiva perdita di contatti è stata attribuita al colpevole disinteresse dell'imputato e non a negligenza del legale. Di conseguenza, la condanna definitiva è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Spaccio di lieve entità: 200 dosi escludono lo sconto di pena
L'Imputato è stato condannato per la detenzione di hashish e marijuana, suddivisi in quattro confezioni per un totale di circa 200 dosi, nascoste tra casa e auto. La difesa ha richiesto la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità, sostenendo l'assenza di strumenti di confezionamento e la natura rudimentale dell'attività. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che il numero elevato di dosi (conteggiabili a centinaia e non a decine) e le modalità di occultamento in luoghi diversi indicano una chiara attività di spaccio organizzata e non occasionale. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Cocaina in casa: esclusa la lieve entità dello spaccio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata a quattro anni di reclusione per la detenzione di 90 grammi di cocaina purissima. La difesa richiedeva la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio, evidenziando l'assenza di materiale da taglio. I giudici hanno invece confermato la gravità del fatto, poiché dal quantitativo sequestrato erano ricavabili ben 456 dosi medie giornaliere, elemento che esclude la minima offensività della condotta. La Suprema Corte ha inoltre ritenuto corretto il bilanciamento tra la recidiva e le attenuanti generiche operato dai giudici di merito, condannando la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio e confisca del telefono cellulare: serve il nesso reale
Tre imputati concordano una pena per spaccio di stupefacenti. Il giudice dispone anche la confisca del denaro e dei loro telefoni. Gli imputati ricorrono in Cassazione contestando la qualificazione del reato e la confisca dei beni. La Suprema Corte dichiara inammissibili i motivi sulla gravità del reato e sulla confisca del denaro, ritenuta obbligatoria. Tuttavia, accoglie il ricorso relativo alla confisca del telefono cellulare. I giudici chiariscono che per confiscare uno smartphone serve un nesso di strumentalità concreto e non occasionale con lo spaccio, non dimostrato nel caso specifico. La sentenza viene annullata limitatamente alla confisca dei telefoni, con rinvio al Tribunale per un nuovo esame.
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Inerte ma assolto: niente riparazione per ingiusta detenzione
Il Passeggero, assolto dall'accusa di detenzione di stupefacenti, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in carcere. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ritenendo che l'uomo avesse concorso all'arresto con colpa grave. Egli viaggiava infatti su un camion dove erano nascoste sostanze stupefacenti e aveva assistito passivamente ai comportamenti sospetti del conducente, che si era fermato di notte in una zona buia e malfamata per uno scambio di droga. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la condotta passiva e la frequentazione di soggetti dediti a traffici illeciti creano una falsa apparenza di colpevolezza. Di conseguenza, l'accettazione di tali situazioni ambigue integra la colpa grave, escludendo il diritto all'indennizzo.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: confermata la condanna
Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per reati in materia di stupefacenti. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché il primo motivo di contestazione non era stato presentato nel precedente giudizio di appello, mentre il secondo motivo, relativo al diniego delle attenuanti generiche, si limitava a riproporre in modo vago argomenti già respinti dai giudici di secondo grado. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Uso personale di stupefacenti: quando il peso non basta
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per detenzione illecita di sostanze stupefacenti, sostenendo che la droga fosse destinata all'uso personale di stupefacenti e chiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'esclusione dell'uso personale deve basarsi su una valutazione globale del fatto e non solo sul peso della sostanza. Inoltre, la Cassazione ha ritenuto corretta la decisione di non applicare la causa di non punibilità e ha confermato la pena, già fissata al minimo edittale di sei mesi di reclusione. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: no ai vizi di motivazione
Il caso riguarda un uomo condannato dal Tribunale per reati sugli stupefacenti tramite patteggiamento. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la contraddittorietà della motivazione della sentenza. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è strettamente limitato dalla legge a motivi specifici, come l'espressione della volontà, la qualificazione giuridica o l'illegalità della pena. I vizi di motivazione non rientrano tra questi casi. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: la genericità costa cara
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per spaccio di lieve entità. Il ricorrente lamentava la mancata applicazione delle cause di non punibilità immediate, ma non ha fornito alcuna motivazione di fatto o di diritto a supporto della sua richiesta. Per questo motivo, i giudici hanno riscontrato l'inammissibilità del ricorso per cassazione a causa della sua assoluta genericità, condannando il soggetto al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Impugnazione del patteggiamento: no al ricorso per uso personale
Un uomo, accusato di detenzione di stupefacenti a fini di spaccio, concorda con il pubblico ministero una pena di otto mesi di reclusione e ottocento euro di multa. Successivamente, propone ricorso lamentando il mancato proscioglimento e sostenendo che la droga fosse destinata all'uso personale. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso. I giudici chiariscono che l'impugnazione del patteggiamento è strettamente limitata dalla legge e non può riguardare il merito della colpevolezza, poiché l'accordo comporta la rinuncia a contestare le prove. Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un imputato condannato per spaccio di lieve entità. Il ricorrente sosteneva che la droga fosse destinata all'uso personale e contestava la gravità della pena. I giudici hanno rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici e ripetitivi, privi di un reale confronto critico con la sentenza d'appello che aveva già motivato dettagliatamente l'esclusione dell'uso personale. La Corte ha confermato la condanna, obbligando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: i limiti invalicabili della legge
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal Tribunale di Bolzano per reati in materia di stupefacenti ed evasione. Il ricorrente lamentava la violazione dell'articolo 129 del codice di procedura penale e la mancanza di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è strettamente limitato dalla legge a motivi specifici, come l'espressione della volontà, la correlazione tra accusa e sentenza, la qualificazione giuridica del fatto e l'illegalità della pena. I vizi denunciati dall'imputato non rientrano in queste categorie tassative. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: se accetti la pena non puoi più ricorrere
Il caso riguarda un imputato condannato per reati di droga ed evasione che, dopo aver stipulato un concordato in appello, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la quantificazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il principio cardine stabilito è che il concordato in appello limita fortemente la possibilità di ricorrere in Cassazione: sono ammissibili solo le contestazioni sulla formazione della volontà delle parti, sul consenso del pubblico ministero o sulla difformità della decisione del giudice rispetto all'accordo. Le censure generiche sulla misura della pena, se questa non è illegale, non possono essere esaminate poiché l'imputato vi ha rinunciato accettando l'accordo. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: patto blindato e multa salata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato contro la sentenza di patteggiamento emessa dal Tribunale per reati in materia di stupefacenti. L'imputato lamentava la mancanza di motivazione sulla sua responsabilità e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso contro patteggiamento è limitato per legge a tassativi motivi formali e di legalità della pena, escludendo contestazioni sul merito della responsabilità o sulle attenuanti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo non si cambia
L'Imputato ha concordato una pena per reati legati agli stupefacenti all'interno di un istituto penitenziario. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è limitato per legge a motivi tassativi, come l'espressione della volontà, l'errore sulla qualificazione del fatto o l'illegalità della pena. La contestazione sulle attenuanti generiche non rientra in questi casi. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo esclude il ricorso in Cassazione
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte d'appello che applicava una pena concordata per reati di droga. Il ricorrente lamentava la mancata valutazione di un possibile proscioglimento d'ufficio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, l'impugnazione è limitata esclusivamente a vizi sulla formazione della volontà delle parti, sul consenso del pubblico ministero o sulla difformità della decisione rispetto all'accordo. Non si possono invece contestare la mancata valutazione del proscioglimento o vizi sulla determinazione della pena, salvo che la sanzione sia illegale. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione a fini di spaccio: la varietà di dosi conferma la pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato contestava la valutazione dei giudici di merito sulla destinazione della droga alla cessione a terzi. Gli Ermellini hanno invece confermato la correttezza della condanna, evidenziando che la destinazione allo spaccio è stata legittimamente desunta da elementi oggettivi: la varietà delle sostanze (cocaina, marijuana e hashish), il confezionamento in dosi pronte per la vendita e la quantità complessiva di droga sequestrata (50 grammi, equivalenti a oltre 200 dosi singole). Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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