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Art. 660 Codice Penale — Anno 2022

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Altri anni per Art. 660 Codice Penale

Dalla carità alla molestia: vince la particolare tenuità del fatto
Una donna chiedeva abitualmente denaro a un parroco che la aiutava per spirito di carità. Nel febbraio 2019, la donna ha avanzato una richiesta improvvisa di mille euro in contanti. Il parroco ha quindi allertato le Forze dell'Ordine per l'insistenza subita. Il Giudice di Pace ha riqualificato il fatto in molestie ma ha assolto la donna per particolare tenuità del fatto, considerando l'episodio come un singolo evento non grave. Il Procuratore Generale ha impugnato l'assoluzione sostenendo che la reiterazione delle condotte ostacolasse il beneficio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso confermando l'assoluzione, poiché il disturbo penalmente rilevante è stato circoscritto a un unico episodio isolato.
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Prescrizione pena pecuniaria: l’esecuzione blocca l’estinzione
La Corte di Cassazione ha confermato che la Prescrizione pena pecuniaria è interrotta dall'inizio della sua esecuzione. Un Procuratore ha impugnato la decisione di un Tribunale che aveva respinto l'estinzione di una multa di 400 euro per una Condannata. Il Tribunale aveva ritenuto che la notifica di una cartella esattoriale per la multa costituisse l'inizio dell'esecuzione, bloccando così il termine di prescrizione di cinque anni. La Cassazione ha avallato questa interpretazione, stabilendo che l'attivazione delle procedure di recupero coattivo manifesta la volontà punitiva dello Stato e impedisce la prescrizione, a prescindere dall'effettivo pagamento. Il ricorso del Procuratore è stato rigettato.
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Molestie Telefoniche: L’Utenza Registrata Basta per la Condanna
Un uomo è stato condannato per molestie telefoniche, avendo effettuato 77 chiamate "mute" alla vittima. Ha presentato ricorso in Cassazione, contestando l'attribuzione della linea telefonica a lui e il diniego della sospensione condizionale della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che l'intestazione dell'utenza, in assenza di spiegazioni alternative dall'imputato, era sufficiente a identificarlo come autore delle molestie telefoniche. Inoltre, il diniego della sospensione condizionale era legittimo, data la natura pecuniaria della pena e la necessità di prevenzione speciale. L'uomo dovrà pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Molestie Telefoniche: Ricorso Inammissibile, Condanna Confermato
Un Lavoratore è stato condannato per `molestie telefoniche` (art. 660 c.p.) a causa di chiamate notturne. Ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la motivazione della sentenza e sostenendo che le poche chiamate non provavano il reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che il Lavoratore tentasse di riesaminare fatti già valutati dai giudici precedenti. La condanna è stata quindi confermata, con l'obbligo per il Lavoratore di pagare le spese processuali, una somma alla Cassa delle ammende e le spese legali della Parte civile.
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Imputazione coatta: il giudice può cambiare il reato contestato
La Procura ha chiesto l'archiviazione per due vicini indagati per violenza privata a causa di disturbi nel cortile comune. Il Giudice per le indagini preliminari ha respinto la richiesta. Il magistrato giudicante ha riqualificato i medesimi fatti storici nei reati di molestia e getto pericoloso di cose, ordinando la formulazione dell'accusa. La Procura ha impugnato l'ordinanza dinanzi alla Corte di Cassazione, sostenendo che il provvedimento fosse abnorme per aver imposto l'accusa su reati privi di specifica iscrizione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici hanno chiarito la piena legittimità dell'ordine: il giudice può disporre l'imputazione coatta attribuendo una diversa veste giuridica agli stessi fatti già sottoposti a indagine.
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Delitto di minaccia: Cassazione conferma assoluzione ex Datore
Un Lavoratore ha accusato il suo ex Datore di lavoro di molestie e minacce. I giudici di merito hanno dichiarato prescritto il reato di molestie e assolto il Datore per il delitto di minaccia, ritenendo il fatto non sussistente. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che la minaccia di licenziamento, effettivamente attuata, dovesse rientrare nell'accusa e che le espressioni intimidatorie fossero state sottovalutate. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. Ha chiarito che la minaccia di licenziamento non era stata specificamente contestata e ha confermato che la valutazione sull'idoneità intimidatoria delle frasi, nel contesto specifico, era corretta.
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Molestie telefoniche: chiamate notturne e prescrizione
Un uomo subisce una condanna per il reato di molestie telefoniche a causa di continue chiamate notturne, spesso mute, ai danni della persona offesa. L'imputato presenta ricorso per Cassazione contestando l'attendibilità della vittima ed eccependo la prescrizione del reato. I giudici di legittimità dichiarano il ricorso inammissibile. La Corte chiarisce che la reiterazione delle chiamate trasforma la condotta in un reato abituale: il termine di prescrizione decorre quindi dall'ultima telefonata molesta, avvenuta nel 2016, ed era ancora pendente al momento della pronuncia di appello. L'inammissibilità delle censure di merito impedisce l'estinzione del reato e comporta la condanna al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Molestie Abituali: la Cassazione Nega la Tenuità del Fatto
Un uomo è stato condannato per il reato di molestie (art. 660 c.p.) per aver molestato e disturbato l'ex coniuge con atti umilianti, pedinamenti e aggressioni fisiche per cinque mesi. L'uomo ha presentato ricorso, sostenendo che la condotta non fosse abituale e che dovesse applicarsi la non punibilità per particolare tenuità del fatto (art. 131-bis c.p.). La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito che il reato di molestie abituali, sebbene non sempre abituale, spesso si manifesta con la reiterazione di comportamenti. In questi casi, non si può applicare la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. L'uomo deve pagare le spese processuali e una somma alla cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: i limiti di legge
Un Imputato, dopo aver concordato la pena in sede di patteggiamento per i reati di molestia e minaccia aggravata, ha proposto un ricorso per cassazione contro patteggiamento contestando la qualificazione giuridica dei fatti e la ricostruzione della vicenda. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La legge stabilisce infatti che la sentenza di patteggiamento può essere impugnata per erronea qualificazione dei fatti solo in presenza di un errore manifesto e visibile direttamente dal testo della decisione. Nel caso specifico, la difesa ha sollevato critiche sulla motivazione e sulla ricostruzione dei fatti, aspetti non consentiti dall'articolo 448 del codice di procedura penale. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Condanna per Molestie Annullata: la Motivazione Apparente non basta
Un Lavoratore è stato condannato per molestie telefoniche. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna, riscontrando una `motivazione apparente` nella sentenza di primo grado. Il giudice non aveva spiegato in modo concreto le ragioni della decisione, limitandosi a frasi generiche e astratte. Il caso tornerà al Tribunale di Cassino per un nuovo processo con un giudice diverso, che dovrà motivare correttamente la sentenza, garantendo un giusto processo e il rispetto dei principi costituzionali.
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Ricorso inammissibile: difensore non abilitato, condanna definitiva
Un cittadino è stato condannato per molestie e ha presentato un appello. Questo appello è stato riqualificato come ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il motivo principale è che il difensore che ha presentato il ricorso non era abilitato a patrocinare davanti alla Corte Suprema. Di conseguenza, il cittadino è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende. Questo caso sottolinea l'importanza della corretta abilitazione del difensore per la validità di un ricorso inammissibile.
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Riqualificazione del reato: Stalking o Molestie? La Cassazione fa chiarezza
Un uomo, inizialmente condannato per atti persecutori (stalking), ha visto il suo reato riqualificato in molestie dalla Corte d'Appello, con una pena ridotta. L'uomo ha presentato ricorso in Cassazione, contestando l'illegittimità di un precedente ammonimento del Questore e la presunta violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza a causa della riqualificazione del reato. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la riqualificazione del reato non ha leso il diritto di difesa e che le motivazioni della Corte d'Appello erano logiche e adeguate. L'uomo è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Patrocinio in Cassazione: Ricorso Inammissibile senza Avvocato Abilitato
La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da una persona condannata per reati penali. L'avvocato che aveva proposto l'impugnazione non possedeva l'abilitazione necessaria per il Patrocinio in Cassazione al momento del deposito. Questo difetto, considerato insanabile, ha impedito l'esame del merito del ricorso. La condannata dovrà pagare le spese processuali e una somma alla cassa delle ammende, confermando l'importanza della corretta abilitazione professionale per gli atti giudiziari di ultimo grado.
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Reato di molestia tra vicini: condanna confermata dalla Cassazione
Un cittadino ha subito una condanna per il reato di molestia dopo aver pedinato, fotografato, ostacolato e fissato con insistenza il proprio vicino di casa a causa di dissapori condominiali pregressi. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo la reciprocità dei dissidi e la presunta lievità dei singoli gesti. La Suprema Corte ha confermato la condanna penale e il risarcimento dei danni morali per ansia e stress. I giudici hanno chiarito che le condotte reiterate vanno valutate nel loro insieme e non singolarmente. La reiterazione dei comportamenti esclude l'applicazione della particolare tenuità del fatto.
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Molestia o disturbo alle persone: ricorso respinto e sanzione
Il Tribunale condannava due soggetti alla pena di 250 euro di ammenda per la contravvenzione di molestia o disturbo alle persone ai sensi dell'articolo 660 del codice penale. Le imputate impugnavano la decisione lamentando presunti vizi di motivazione. L'impugnazione veniva trattata come ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. Le ricorrenti hanno sollevato contestazioni di puro fatto per chiedere una nuova valutazione delle prove, attività vietata ai giudici di legittimità. I giudici hanno confermato la sanzione penale e condannato entrambe le ricorrenti al pagamento delle spese processuali, oltre a tremila euro a favore della cassa delle ammende.
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Reato di molestia: offese al ristorante dell’ex marito
Una donna ha rivolto insulti volgari e gesti offensivi alla titolare di un ristorante, luogo di lavoro del proprio ex marito. Il Tribunale ha condannato l'autrice alla pena dell'ammenda per il reato di molestia. L'imputata ha proposto ricorso per cassazione sostenendo che si trattasse di un diverbio familiare privo di petulanza e contestando i tempi della querela. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'illecito scatta anche per condotte commesse nei confronti di soggetti terzi in luoghi aperti al pubblico. Inoltre, il reato non richiede per forza una pluralità di episodi ed è perseguibile d'ufficio, rendendo irrilevante la data di deposito della querela. La condanna e la sanzione pecuniaria restano dunque pienamente confermate.
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Inseguire il legale integra il reato di molestie
Un uomo ha inseguito in automobile il legale di una società e lo ha bloccato per strada. L'imputato è sceso dal veicolo e ha avvicinato con insistenza e aggressività il professionista a meno di un metro di distanza, pretendendo informazioni sulle accuse di appropriazione indebita rivolte alla propria moglie. Il giudice di merito ha riqualificato la contestazione da violenza privata a reato di molestie, condannando l'aggressore anche al risarcimento dei danni morali liquidati in via equitativa. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la condanna, sancendo che l'inseguimento aggressivo e l'invadenza ostinata integrano la petulanza e configurano pienamente il reato.
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Farsi investire non prova il reato di minaccia
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un imputato accusato di aver tentato di farsi investire dall'auto della persona offesa e di averle tagliato la strada. I giudici di merito avevano condannato l'uomo ravvisando il reato di minaccia e la contravvenzione di molestia, includendo nell'accertamento anche episodi non formalmente contestati nel capo d'imputazione. La Suprema Corte ha annullato la condanna. I giudici hanno chiarito che esporsi a un pericolo fisico evidente non dimostra in modo automatico l'intenzione intimidatoria e la reale idoneità a spaventare la vittima. Inoltre, il processo non può basarsi su fatti storici nuovi mai formalizzati dall'accusa. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato prescritto il reato di molestia e ha disposto un nuovo processo di secondo grado per rivalutare l'effettiva sussistenza del reato di minaccia.
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Remissione di querela: condanna annullata per minaccia
La vicenda nasce dall'accusa contro una persona per i reati di minaccia e molestia ai danni di un'altra cittadina. Dopo la condanna in sede di appello, la difesa dell'imputata ha presentato ricorso per Cassazione. Nelle more del giudizio di legittimità, la persona offesa ha formalizzato la remissione di querela, accettata ritualmente dall'imputata. La Suprema Corte ha annullato la condanna senza rinvio: per la molestia è intervenuta la prescrizione del reato, mentre per la minaccia si è realizzata l'estinzione del procedimento grazie alla remissione di querela. Le spese processuali sono rimaste a carico della persona querelata come previsto dalla disciplina legislativa.
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Condanna confermata senza particolare tenuità del fatto
Un cittadino ha subito una condanna penale per molestia o disturbo alle persone. Il difensore ha impugnato la sentenza lamentando la mancata concessione della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché l'atto contestava il merito della decisione senza dimostrare violazioni di legge o difetti logici della sentenza di condanna. Di conseguenza, i giudici hanno confermato la sanzione e hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese legali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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