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Art. 635 Codice Penale

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Reato di danneggiamento: l’ira non cancella la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di danneggiamento. L'imputato contestava la propria responsabilità penale, invocando l'influenza del proprio stato emotivo, l'applicazione della particolare tenuità del fatto e l'esclusione della recidiva. I giudici di legittimità hanno respinto le tesi difensive, chiarendo che lo stato emotivo non esclude la capacità di intendere e volere e che la pluralità di precedenti penali impedisce il riconoscimento della particolare tenuità del fatto, confermando l'inclinazione alla violenza del soggetto. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Estorsione ai genitori per la droga: condanna e sconto di pena
Un figlio pretendeva dai genitori somme di denaro attraverso violenze e minacce, danneggiando anche la vetrata del loro garage. Il giovane sosteneva di agire per ottenere il proprio mantenimento, configurando il reato minore di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Corte di Cassazione ha invece confermato la condanna per il reato di estorsione, poiché il denaro era destinato all'acquisto di sostanze stupefacenti (beni superflui) e non al sostentamento vitale. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso limitatamente a un errore di calcolo sulla pena: era stato applicato un doppio aumento per la continuazione dei reati. La Cassazione ha quindi rideterminato la pena finale a due anni, sette mesi e dieci giorni di reclusione, oltre a 567 euro di multa, annullando senza rinvio la precedente decisione solo su questo specifico punto sanzionatorio.
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Furto con strappo: il dispetto costa caro anche senza guadagno
Un uomo strappa dalle mani della vittima un telefono cellulare per impedirgli di chiamare i Carabinieri, gettandolo poi in mare. Condannato nei gradi di merito per il reato di furto con strappo, l'imputato ricorre in Cassazione sostenendo l'assenza del dolo specifico, poiché il suo intento era solo di dispetto e non di arricchimento economico. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che il fine di profitto, necessario per configurare il furto, non richiede un'utilità patrimoniale. Esso può consistere anche nel soddisfacimento di un bisogno psicologico, come un dispetto, una ritorsione o una vendetta. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Attendibilità della persona offesa: basta la parola della vittima?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il danneggiamento della finestra e della persiana dell'abitazione della vittima, causato dall'esplosione di un colpo di fucile da caccia. Il ricorrente contestava l'attendibilità della persona offesa e lamentava l'assenza di un movente. I giudici hanno chiarito che l'attendibilità della persona offesa è una valutazione di fatto riservata ai giudici di merito e non sindacabile in sede di legittimità, salvo evidenti contraddizioni. Nel caso specifico, le dichiarazioni della vittima erano coerenti, supportate da rilievi fotografici e confermate da testimoni sul possesso dell'arma. La Suprema Corte ha confermato la condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Specificità dei motivi di ricorso: condanna e multa in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di danneggiamento. I giudici di secondo grado avevano confermato la condanna, ritenendo provata la sua responsabilità. L'imputato ha proposto ricorso lamentando violazioni di legge e vizi di motivazione in modo generico. La Suprema Corte ha ribadito che la specificità dei motivi di ricorso è un requisito fondamentale a pena di inammissibilità. Il ricorrente non ha indicato gli elementi concreti a supporto delle sue critiche, rendendo impossibile il controllo del giudice. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Fuga o resistenza a pubblico ufficiale? La Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un automobilista condannato per i reati di danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale. L'uomo aveva ingaggiato un pericoloso inseguimento con le forze dell'ordine, mettendo a rischio la sicurezza pubblica e danneggiando alcuni beni. La difesa sosteneva l'accidentalità del danno e l'assenza di minacce. I giudici hanno invece confermato la responsabilità penale. La condotta volontaria durante la fuga configura pienamente il reato di resistenza a pubblico ufficiale. Inoltre, il danneggiamento è stato compiuto con dolo eventuale, poiché il conducente ha accettato il rischio di causare danni pur di fuggire. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Violenza privata: bastano 15 minuti di blocco per la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per i reati di danneggiamento e violenza privata. Il caso ha origine dal comportamento dell'imputata, che aveva aggredito verbalmente la persona offesa chiudendola a chiave in una stanza per circa quindici minuti e danneggiando gli specchietti di due auto. La difesa contestava la capacità di intendere e di volere dell'imputata e invocava la particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha confermato la condanna, chiarendo che la violenza privata si configura anche con una temporanea ma significativa limitazione della libertà altrui. Inoltre, la gravità della condotta e i precedenti penali escludono la particolare tenuità del fatto. L'imputata perde il ricorso e viene condannata al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Danneggiamento aggravato: l’assoluzione per perdono è nulla
Un uomo, accusato di lesioni e danneggiamento aggravato ai danni dell'ex moglie, era stato assolto in primo grado perché la vittima aveva ritirato la querela e ricevuto un risarcimento. Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione con ricorso per saltum. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il reato di danneggiamento aggravato da violenza o minaccia è procedibile d'ufficio. Di conseguenza, il ritiro della querela e il risarcimento del danno non possono giustificare l'assoluzione per insussistenza del fatto. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza di assoluzione, rinviando il caso alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio.
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Affidamento in prova: l’aggressione cancella il beneficio
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca della misura alternativa dell'affidamento in prova disposta nei confronti di un condannato. Il provvedimento è scaturito da una violenta aggressione commessa dal soggetto durante il periodo di prova, che ha portato a una querela per lesioni personali, minacce e danneggiamento. Il Tribunale di sorveglianza ha ritenuto tale condotta incompatibile con il percorso rieducativo. Il condannato ha proposto ricorso lamentando l'automaticità della revoca e la mancata valutazione del periodo già scontato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando che la motivazione dei giudici di merito era solida e priva di vizi. La revoca decorre dal giorno del comportamento illecito, confermando la perdita del beneficio per il condannato, condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Inammissibilità del ricorso per genericità: condanna confermata
L'Imputato era stato condannato per il reato di danneggiamento sulla base della testimonianza diretta della persona offesa. Il suo difensore ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove, ma facendo riferimento a una presunta insufficienza di indizi. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per genericità, poiché la difesa non ha contestato le reali motivazioni della sentenza d'appello, basate invece su una prova diretta e non su indizi. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Esposizione alla pubblica fede: quando il luogo privato non salva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per danneggiamento continuato. Il difensore contestava l'identificazione del colpevole e l'aggravante dell'esposizione alla pubblica fede. I giudici hanno chiarito che l'esposizione alla pubblica fede si esclude solo se il proprietario può sorvegliare costantemente il bene. È irrilevante che il luogo sia pubblico o privato, purché sia di facile accesso. La Cassazione ha confermato la condanna e la pena, stabilendo che la determinazione della sanzione rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Prova scientifica nel processo penale: tra indizio e certezza
Il Primo Imputato e il Secondo Imputato venivano condannati per minacce, danneggiamento e porto abusivo d'armi, a seguito di spari contro l'abitazione della Persona Offesa. La condanna si basava principalmente su un esame scientifico (analisi dello stub) che rilevava particelle da sparo. Gli imputati ricorrevano in Cassazione contestando l'attendibilità di tale accertamento. La Suprema Corte ha accolto i ricorsi evidenziando che la prova scientifica nel processo penale deve essere rigorosamente motivata: la relazione tecnica non spiegava la composizione chimica della particella rinvenuta. Di conseguenza, la Corte ha annullato senza rinvio la condanna del Secondo Imputato per intervenuta prescrizione, e ha annullato con rinvio la condanna del Primo Imputato per i reati legati alla sparatoria, ordinando un nuovo giudizio.
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Resistenza a pubblico ufficiale: condanna per le lesioni
L'Imputato è stato condannato per danneggiamento della cella, lesioni personali e resistenza a pubblico ufficiale. Egli ha proposto ricorso sostenendo che le lesioni dovessero essere assorbite nel reato di resistenza a pubblico ufficiale e contestando l'aggravante del nesso teleologico. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato di resistenza a pubblico ufficiale assorbe solo le percosse minime. Quando la violenza provoca lesioni personali, i due reati concorrono. Inoltre, se le lesioni sono causate per opporsi all'autorità, si applica l'aggravante del nesso teleologico, anche se la condotta materiale è la stessa. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Reato di danneggiamento: ricorso inutile costa tremila euro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la sentenza della Corte d'Appello, che ne confermava la condanna per il reato di danneggiamento (art. 635 c.p.). L'imputato contestava il trattamento sanzionatorio e il giudizio di comparazione delle circostanze effettuato dai giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che la valutazione sulla gravità della pena e sul bilanciamento delle circostanze attenuanti e aggravanti spetta esclusivamente al giudice di merito. Tale decisione non può essere sindacata in sede di legittimità se supportata da una motivazione logica e coerente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Particolare tenuità del fatto: ricorso generico costa 3000 euro
Il Tribunale condanna L'Imputato per il reato di danneggiamento. L'Imputato propone appello chiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto, ma la Corte d'Appello dichiara il ricorso inammissibile per genericità dei motivi. L'Imputato si rivolge quindi alla Corte di Cassazione, lamentando una violazione di legge. I giudici di legittimità rigettano il ricorso, confermando che l'atto di impugnazione non conteneva argomentazioni specifiche capaci di contrastare la prima decisione. Di conseguenza, la Cassazione dichiara inammissibile il ricorso e condanna L'Imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Danneggiamento di autovettura: rigare l’auto costa la condanna
Un militare è stato condannato per il danneggiamento di autovettura di due colleghi, avendone rigato le carrozzerie con una chiave dopo aver ricevuto una nota disciplinare. Il colpevole ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo di riqualificare il fatto come semplice imbrattamento o di trasferire il caso al Tribunale Militare. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che lo sfregio profondo della carrozzeria con una chiave configura il reato di danneggiamento di autovettura e non quello di imbrattamento. Questo perché l'incisione elimina la protezione antiruggine e richiede un vero intervento di riparazione, non una semplice pulitura. Di conseguenza, la condanna penale e l'obbligo di risarcire i danni ai colleghi sono stati confermati in via definitiva.
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Reato di devastazione: da bravata notturna a grave condanna
Cinque giovani sono stati condannati per il reato di devastazione dopo aver danneggiato, di notte e con una pistola ad aria compressa, i vetri di sessanta auto in sosta e di un'ambulanza nel centro di Salerno. La difesa sosteneva si trattasse di un semplice danneggiamento, definendo l'azione una goliardata notturna senza feriti. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che il reato si configura quando il danno è indiscriminato, vasto e profondo, colpendo non solo i singoli beni ma anche l'ordine pubblico. I messaggi scambiati dagli imputati dopo il fatto hanno confermato la volontà di provocare un forte impatto sociale, escludendo l'ipotesi del semplice atto vandalico isolato.
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Danneggiamento aggravato: l’auto in strada resta reato penale
Il Tribunale aveva prosciolto l'Imputato accusato di aver rotto il lunotto dell'auto del Proprietario parcheggiata in strada, ritenendo il fatto depenalizzato. La Cassazione ha invece accolto il ricorso del Procuratore Generale, stabilendo che il fatto costituisce il reato di danneggiamento aggravato. Trattandosi di un veicolo in sosta sulla pubblica via, il bene è esposto alla pubblica fede. Pertanto, la condotta non rientra tra quelle depenalizzate dal decreto legislativo numero sette del duemilasedici e rimane punibile penalmente. La Suprema Corte ha annullato la sentenza impugnata, disponendo il rinvio alla Corte di Appello per un nuovo giudizio.
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Arresto in quasi flagranza: valido anche se la polizia non vede
Un uomo danneggia un'auto con una pietra da due chili e minaccia una donna. Allertati da una testimone tramite il 112, i Carabinieri intervengono in pochissimi minuti. Sul posto trovano l'indagato, corrispondente alla descrizione fisica, mentre discute animatamente con il marito della vittima, accanto alla pietra e all'auto danneggiata. Il Tribunale non convalida l'arresto, ritenendo insufficiente la percezione autonoma della polizia. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che l'arresto in quasi flagranza è pienamente legittimo se gli agenti percepiscono immediatamente le tracce del reato e il loro inequivocabile collegamento con il sospettato, senza necessità di assistere direttamente all'azione criminosa. L'ordinanza viene annullata senza rinvio.
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Ricorso personale in Cassazione: il fai da te costa caro
Un detenuto, condannato per il danneggiamento aggravato della finestra e dei vetri della propria cella, ha proposto un ricorso personale in Cassazione senza l'assistenza di un difensore. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, a seguito della riforma del 2017, l'imputato non può più presentare e firmare autonomamente un ricorso davanti alla Suprema Corte. È infatti obbligatoria l'assistenza e la firma di un avvocato abilitato al patrocinio dinanzi alle giurisdizioni superiori. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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