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Art. 635 Codice Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 635 Codice Penale

Spari e linguaggio criptico nelle intercettazioni: condannati
Quattro imputati sono stati condannati per spaccio di droga e danneggiamento aggravato. Tra le prove principali figurano intercettazioni telefoniche in cui gli indagati usavano termini come "magliette" o "pizza bianca" per indicare le sostanze stupefacenti. La Corte di Cassazione ha confermato le condanne, stabilendo che il linguaggio criptico nelle intercettazioni può essere interpretato liberamente dal giudice di merito se la ricostruzione è logica e coerente. Inoltre, la Corte ha convalidato la responsabilità di uno degli imputati per aver sparato contro la vetrina di un negozio, identificato grazie ai filmati di sorveglianza che mostravano l'auto della madre con un fanale rotto. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, confermando le decisioni dei precedenti gradi di giudizio e condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Divieto di bis in idem: due celle diverse costano doppia condanna
Un detenuto, scontento del trasferimento di cella, danneggiava i sanitari della propria stanza e opponeva resistenza agli agenti. Già condannato per un simile danneggiamento avvenuto lo stesso giorno in un'altra cella, l'uomo invocava il divieto di bis in idem, sostenendo di non poter essere giudicato due volte. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarendo che si trattava di condotte distinte su beni diversi (cella 19 e cella 21), escludendo così la violazione del divieto di bis in idem. La Suprema Corte ha inoltre confermato la regolarità del processo d'appello svoltosi senza la presenza fisica del detenuto, non avendo quest'ultimo espresso la volontà di comparire, e ha dichiarato inammissibile la richiesta di prescrizione poiché non sollevata tempestivamente nei precedenti gradi di giudizio.
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Danneggiamento aggravato: condanna anche se il camion è privato
Un cittadino è stato condannato per il reato di danneggiamento aggravato per aver vandalizzato un camion dei rifiuti di proprietà di un'azienda privata concessionaria del servizio pubblico di raccolta rifiuti. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che il mezzo, appartenendo a un privato, non potesse considerarsi destinato a un pubblico servizio e chiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che ciò che conta è la funzione pubblica del servizio svolto (la raccolta dei rifiuti) e non la natura pubblica o privata del proprietario del bene. Inoltre, il danno arrecato a un mezzo nuovo esclude la particolare tenuità. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Oltraggio a pubblico ufficiale: condanna definitiva senza sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una cittadina condannata per i reati di oltraggio a pubblico ufficiale e danneggiamento aggravato. La ricorrente contestava la sussistenza del requisito della pubblicità per l'oltraggio e chiedeva l'applicazione della particolare tenuità del fatto per il danneggiamento. I giudici di legittimità hanno stabilito che le contestazioni sui fatti non sono ammissibili in Cassazione se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente. Inoltre, la richiesta di particolare tenuità è stata respinta sia perché non presentata in appello, sia perché smentita dalla gravità concreta della condotta. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per Cassazione inammissibile: la condanna raddoppia
Due soggetti, condannati per il reato di danneggiamento in concorso, hanno presentato ricorso contestando la gravità della pena inflitta. La Corte di Cassazione ha dichiarato il loro ricorso per Cassazione inammissibile. I giudici hanno rilevato che le contestazioni della difesa erano del tutto generiche e prive di riferimenti precisi alle motivazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale dei ricorrenti, obbligandoli anche al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende per aver presentato un'impugnazione manifestamente infondata.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione e condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da due soggetti condannati per lesioni personali, minaccia aggravata e danneggiamento. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi di impugnazione proposti dalle difese erano del tutto generici e privi di un reale confronto con la motivazione della sentenza della Corte d'Appello. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna dei ricorrenti, condannandoli anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Rinnovazione della prova dichiarativa: da assolto a condannato
Un uomo, accusato dalla vicina di casa di atti persecutori e danneggiamento, viene assolto in primo grado grazie alle testimonianze della difesa. La Corte d'appello ribalta la decisione e lo condanna, ascoltando nuovamente solo i testimoni dell'accusa e ignorando quelli della difesa. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'imputato, stabilendo che la mancata rinnovazione della prova dichiarativa decisiva per la difesa viola le regole del giusto processo. Per ribaltare un'assoluzione, il giudice d'appello deve riascoltare tutti i testimoni chiave e fornire una motivazione rafforzata.
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Danneggiamento aggravato: auto rigata ma reato prescritto
Un automobilista è stato condannato nei primi gradi di giudizio per il reato di danneggiamento aggravato per aver rigato la carrozzeria di un'auto parcheggiata sulla pubblica via. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la presenza del proprietario escludesse l'aggravante dell'esposizione alla pubblica fede. La Suprema Corte ha chiarito che solo una sorveglianza costante e continua può escludere tale aggravante, mentre un controllo occasionale non è sufficiente. Tuttavia, poiché il reato si è estinto per il decorso del tempo nelle more del giudizio di legittimità, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata per intervenuta prescrizione.
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Danneggiamento aggravato: se c’è il barista il reato decade
Un uomo ha infranto con un pugno la vetrata esterna di un bar situato in un'area di servizio. I giudici di merito lo avevano condannato per il reato di danneggiamento aggravato dall'esposizione del bene alla pubblica fede. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della difesa. I giudici hanno stabilito che l'aggravante non sussiste se il personale del locale è presente all'interno e può sorvegliare direttamente la vetrata. Di conseguenza, escluso il danneggiamento aggravato, il fatto rientra nel reato semplice. Per effetto della recente riforma Cartabia, questo reato è punibile solo dietro querela della vittima. Poiché la querela non è stata presentata, la Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio per improcedibilità.
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Furto aggravato e danneggiamento: ricorso generico costa caro
L'Imputato è stato condannato nei primi due gradi di giudizio per i reati di furto aggravato e danneggiamento. Ha proposto ricorso per Cassazione contestando esclusivamente la misura della pena applicata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché privo di specificità estrinseca. L'Imputato non ha infatti contestato in modo puntuale le motivazioni fornite dalla Corte d'Appello sul trattamento sanzionatorio, limitandosi a censure generiche. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha imposto all'Imputato il pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Oltre ogni ragionevole dubbio: la Cassazione nega il riesame
L'Imputato, condannato nei precedenti gradi di giudizio per i reati di violenza privata, danneggiamento e diffamazione, ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione. Il ricorrente ha contestato la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito, invocando la regola dell'oltre ogni ragionevole dubbio per ottenere una nuova valutazione delle prove. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che il principio dell'oltre ogni ragionevole dubbio non può essere utilizzato per richiedere una rivalutazione dei fatti in sede di legittimità, spettando tale compito esclusivamente ai giudici di merito. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Danneggiamento aggravato: zanzariera rotta e proprietario in casa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per tentata violazione di domicilio, minacce e danneggiamento aggravato. Uno dei ricorrenti contestava la sussistenza del reato di danneggiamento aggravato per la rottura di una zanzariera, sostenendo che l'oggetto non fosse esposto alla pubblica fede poiché il proprietario si trovava all'interno dell'abitazione. La Suprema Corte ha rigettato la tesi, evidenziando che il ricorso non ha contestato l'ulteriore motivazione della sentenza d'appello: il danneggiamento era stato compiuto con violenza o minaccia alla persona, circostanza che ne conserva la rilevanza penale a prescindere dall'esposizione alla pubblica fede. Di conseguenza, i ricorsi sono stati dichiarati inammissibili con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Divieto di Reformatio in Pejus: Appello e Condanna Annullata
Un uomo, condannato per tentato furto, presenta appello. La Corte d'Appello modifica il reato in danneggiamento aggravato, ma reintroduce un'aggravante che il primo giudice aveva escluso. La Corte di Cassazione interviene, stabilendo che questa mossa viola il divieto di reformatio in pejus, poiché solo l'imputato aveva impugnato la sentenza. Senza quell'aggravante, il fatto si configura come danneggiamento semplice, reato depenalizzato. Di conseguenza, la Cassazione annulla la condanna perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato.
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Rifiuta il pesce: condannato per tentata estorsione e stalking
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentata estorsione, atti persecutori e altri reati a carico di un uomo. L'imputato aveva minacciato e perseguitato un'altra persona solo perché questa si era rifiutata di acquistare il suo pesce. Le minacce, il danneggiamento del furgone della vittima e il porto di un bastone sono stati considerati parte di un unico piano criminoso. La Corte ha ritenuto che la condotta avesse generato nella vittima un grave stato di ansia e paura, integrando così tutti i reati contestati. Il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile e la condanna è diventata definitiva.
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Notifica all’imputato errata: condanna per violenza annullata
La Corte di Cassazione ha annullato una condanna per aggressione e danneggiamento avvenuti dopo una partita di calcio. La decisione non riguarda la colpevolezza dell'imputato, ma un grave errore procedurale. La Corte d'Appello, infatti, aveva inviato la convocazione per il processo a un vecchio indirizzo, ignorando il domicilio che l'imputato aveva formalmente eletto per ricevere le comunicazioni. Questa errata notifica all'imputato ha violato il suo diritto di difesa, rendendo nullo il giudizio di secondo grado. Di conseguenza, il processo d'appello dovrà essere celebrato di nuovo, partendo da una corretta comunicazione.
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Danneggia uno sgabello: niente particolare tenuità del fatto
Un detenuto viene condannato per aver distrutto uno sgabello nella sua cella. La sua difesa chiede l'applicazione della non punibilità per 'particolare tenuità del fatto', sostenendo che il gesto fosse di minima importanza. La Corte di Cassazione respinge la richiesta. La decisione si basa sul 'comportamento abituale' dell'imputato, desunto dai suoi numerosi precedenti penali per reati simili. Secondo i giudici, questa 'serialità' criminale dimostra una tendenza a delinquere che rende impossibile considerare l'episodio come un fatto isolato e di lieve entità, confermando così la condanna.
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Ex dipendente devasta l’azienda: non è esercizio di un diritto
Un ex dipendente, brandendo una mazza di ferro, ha devastato i beni della sua precedente azienda. L'uomo si è difeso sostenendo di voler esercitare il proprio diritto a ricevere una paga, ma la Corte di Cassazione ha respinto la sua tesi. La sentenza stabilisce un principio chiaro sulla differenza tra danneggiamento e esercizio arbitrario delle proprie ragioni: se l'intento primario è distruggere, e non rivendicare un diritto, si tratta di puro danneggiamento. L'imputato è stato quindi condannato in via definitiva, con l'obbligo di pagare le spese processuali e una multa per aver presentato un ricorso infondato.
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Graffia l’auto: il video basta per il danneggiamento aggravato
Una persona viene condannata per danneggiamento aggravato per aver rigato la fiancata di un'auto. La prova principale è un video di sorveglianza che, secondo i giudici, mostra un movimento inequivocabile. L'imputato presenta ricorso alla Corte di Cassazione, sostenendo che il video sia stato interpretato male. La Corte dichiara il ricorso inammissibile. Il principio sancito è che la Cassazione non può effettuare una nuova valutazione delle prove, come un filmato, se i giudici precedenti hanno motivato la loro decisione in modo logico. La condanna diventa definitiva e l'imputato deve pagare le spese processuali e una multa.
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Minaccia con la frusta: condannato anche se la vittima non ha paura
Un uomo viene condannato per minaccia e danneggiamento dopo aver colpito con una frusta l'auto di un'altra persona, proferendo frasi intimidatorie. La Corte di Cassazione conferma la condanna, stabilendo un principio fondamentale sulla minaccia come reato di pericolo. Per la configurazione del reato non è necessario che la vittima si senta effettivamente spaventata. È sufficiente che la condotta dell'aggressore sia potenzialmente idonea a incutere timore e a limitare la libertà di scelta di una persona comune, valutando le circostanze concrete. L'atteggiamento provocatorio della vittima non esclude il reato. Il ricorso dell'imputato è stato quindi respinto.
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Rapina per uno sfregio: condannato anche senza guadagno economico
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per rapina nei confronti di un uomo che aveva strappato di mano il cellulare a una persona per poi gettarlo a terra. La difesa sosteneva si trattasse di semplice danneggiamento, mancando un guadagno economico. La Corte ha invece stabilito un principio fondamentale: il **profitto non patrimoniale nella rapina** è sufficiente per configurare il reato. Anche un vantaggio morale o sentimentale, come la soddisfazione di compiere uno 'sfregio' alla vittima, integra il requisito del profitto ingiusto richiesto dalla legge. L'imputato ha quindi perso il ricorso.
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