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Art. 635 Codice Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 635 Codice Penale

Circostanze attenuanti generiche: no a sconti per reati gravi
I Ricorrenti, condannati per danneggiamento e lesioni personali, hanno presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per negare le circostanze attenuanti generiche, il giudice di merito non deve confutare ogni singola tesi difensiva, ma può limitarsi a valorizzare gli elementi decisivi, come la gravità del fatto e l'intensa capacità criminale dei colpevoli. Di conseguenza, i condannati dovranno pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Danneggiamento aggravato in carcere: ricorso inutile e costoso
Un detenuto è stato condannato per danneggiamento aggravato all'interno di un istituto penitenziario, dopo essere stato colto sul fatto dalla Polizia Penitenziaria. L'imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando la decisione, ma la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I motivi presentati dalla difesa sono stati ritenuti del tutto generici e privi di un reale confronto critico con la sentenza d'appello. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Danneggiamento di immobile altrui: lo stato di necessità non salva
L'Imputato, accusato di danneggiamento di immobile altrui e invasione di edifici, ha presentato ricorso in Cassazione. Il ricorrente invocava lo stato di necessità e la particolare tenuità del fatto per giustificare i danni arrecati durante l'occupazione dell'immobile. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che lo stato di necessità richiede l'assoluta inevitabilità del pericolo, assente nel caso specifico. Inoltre, la particolare tenuità del fatto non può essere applicata quando il danneggiamento di immobile altrui è commesso con un chiaro intento appropriativo dell'immobile stesso. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Occupazione abusiva: condanna definitiva per chi abbatte le pareti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'inquilina accusata di occupazione abusiva e danneggiamento per aver occupato un alloggio e abbattuto una parete interna preesistente. La ricorrente contestava la prova del danneggiamento, ma la Corte ha chiarito che le testimonianze confermavano la presenza della muratura prima dell'occupazione. La Cassazione non può rivalutare i fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio. L'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Invasione di edifici: lo stato di necessità non salva il reo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per i reati di invasione di edifici e danneggiamento. L'imputato, dopo essere stato allontanato da un immobile precedentemente occupato, aveva abbattuto il muro di protezione dell'ingresso per rientrarvi. La difesa ha invocato lo stato di necessità, ma i giudici hanno respinto la tesi evidenziando l'assenza di un pericolo attuale e inevitabile. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché riproduttivo di censure di merito già respinte e contenente motivi non presentati in appello. Di conseguenza, l'occupante abusivo perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Danneggiamento aggravato: condanna anche con proprietario vicino
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per danneggiamento aggravato nei confronti di un uomo che aveva danneggiato un'autovettura parcheggiata. La difesa sosteneva che il veicolo non fosse mai uscito dalla sfera di vigilanza del proprietario. I giudici hanno invece ribadito che l'aggravante dell'esposizione alla pubblica fede viene meno solo in presenza di un controllo costante, continuo e realmente efficace nel prevenire l'azione illecita. Di conseguenza, il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile.
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Credibilità della persona offesa: confermata la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per il reato di danneggiamento aggravato da minacce. Il ricorrente contestava la ricostruzione dei fatti, lamentando una carenza di motivazione da parte dei giudici di merito. La Suprema Corte ha tuttavia stabilito che la credibilità della persona offesa è una valutazione di fatto riservata esclusivamente ai giudici di primo e secondo grado. Tale giudizio non può essere riesaminato in sede di legittimità, a meno che la motivazione non sia palesemente contraddittoria. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la sua responsabilità penale.
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Protesta o reato? Cassazione severa sulla resistenza a pubblico ufficiale
Durante una protesta studentesca a Bologna, un gruppo di manifestanti ha occupato l'università, scontrandosi con le forze dell'ordine, bloccando il traffico e danneggiando arredi. Gli imputati sono stati condannati per vari reati, tra cui la resistenza a pubblico ufficiale. Gli stessi hanno fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che le loro azioni (come il lancio di uova o lo spostamento di transenne) fossero avvenute dopo lo sgombero e che mancasse la prova del loro contributo individuale. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che la resistenza a pubblico ufficiale comprende anche il mantenimento dell'ordine pubblico successivo all'atto principale e che la semplice presenza attiva nel gruppo può rafforzare l'intento criminoso comune, configurando il concorso nel reato.
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Messa alla prova senza risarcimento: la Cassazione annulla tutto
Un cittadino, accusato di oltraggio a pubblico ufficiale e danneggiamento, era stato ammesso dal Tribunale di Salerno alla messa alla prova, con successiva sentenza di estinzione del reato. Il Procuratore generale ha impugnato la decisione poiché il programma di prova non prevedeva alcun risarcimento del danno per le vittime, e l'imputato aveva lasciato in bianco la sezione relativa alle condotte riparative. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il risarcimento del danno è un requisito imprescindibile e non alternativo per l'accesso alla messa alla prova. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di proscioglimento, disponendo la trasmissione degli atti al Tribunale per la ripresa del processo ordinario.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'Imputato per i reati di contraffazione della patente di guida, false dichiarazioni a pubblico ufficiale e danneggiamento aggravato. L'Imputato ha presentato ricorso lamentando vizi di motivazione, ma la Suprema Corte ha rilevato che i motivi di impugnazione erano del tutto generici, limitandosi a riprodurre le stesse difese già respinte nei precedenti gradi di giudizio senza contestare specificamente le motivazioni della Corte d'Appello. Per questo motivo, i giudici hanno dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Indebito utilizzo di carte di pagamento: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per furto, danneggiamento e indebito utilizzo di carte di pagamento. L'imputato era stato condannato in primo grado a quattro anni di reclusione e a una multa di 2100 euro. La Corte d'Appello aveva già giudicato inammissibile il suo gravame a causa della genericità dei motivi proposti. I giudici di legittimità hanno confermato questa decisione, rilevando che la difesa si è limitata a riproporre le stesse identiche e laconiche contestazioni, senza confrontarsi con le prove schiaccianti raccolte a suo carico. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la sua responsabilità penale.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per i reati di danneggiamento aggravato e lesioni personali aggravate. L'imputato aveva proposto ricorso lamentando carenze nella motivazione della sentenza d'appello che aveva rideterminato la sua pena. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati erano del tutto generici e indeterminati. Il ricorrente non ha indicato gli elementi specifici a supporto delle sue critiche, impedendo così ai giudici di verificare la correttezza della decisione precedente. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: no alla tenuità se la violenza cresce
L'Imputato è stato condannato per i reati di danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale. La sua condotta è progressivamente peggiorata: è iniziata con minacce verbali, è proseguita con lo spintonamento di alcuni agenti di polizia ed è culminata nella rottura dei vetri di una porta all'interno del commissariato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'uomo. I giudici hanno confermato il diniego delle circostanze attenuanti generiche e della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. Questa decisione è stata motivata dai precedenti penali del soggetto e dalla gravità di un comportamento caratterizzato da una violenza crescente. Di conseguenza, l'uomo perde il ricorso e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione pecuniaria.
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Danneggiamento aggravato: vizio di mente e condanna penale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'imputata per il reato di danneggiamento aggravato. La difesa sosteneva l'assenza dell'elemento soggettivo a causa di un vizio parziale di mente. I giudici hanno invece stabilito che l'infermità parziale è perfettamente compatibile con il dolo generico, desunto dal comportamento complessivo del soggetto. Inoltre, la Suprema Corte ha ritenuto legittimo il diniego delle attenuanti generiche, motivato sulla base della gravità del reato e della capacità a delinquere del reo. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Condanna cancellata: la remissione di querela salva l’imputato
L'Imputato era stato condannato per furto aggravato, danneggiamento e porto abusivo di coltelli. Durante il giudizio di Cassazione, emerge che le vittime hanno formalizzato la remissione di querela per i reati di furto e danneggiamento. La Suprema Corte, applicando le novità della Riforma Cartabia che ha trasformato tali reati da procedibili d'ufficio a procedibili a querela, accoglie il ricorso. La remissione di querela, ritualmente accettata, estingue i reati di furto e danneggiamento. Inoltre, la Cassazione rileva che il reato di porto d'armi si era già estinto per prescrizione prima della sentenza d'appello. Di conseguenza, la Corte annulla senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando l'estinzione di tutti i reati e ponendo le spese processuali a carico dell'imputato.
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Sostituzione della pena detentiva: i precedenti negano i benefici
Un cittadino straniero, condannato per resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento aggravato, ha richiesto la sostituzione della pena detentiva con una sanzione alternativa. La Corte d'appello ha negato la richiesta a causa dei suoi numerosi e gravi precedenti penali. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la concessione degli arresti domiciliari nella fase cautelare dovesse favorire la sostituzione della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione per la sostituzione della pena detentiva risponde a criteri diversi e più ampi rispetto a quelli delle misure cautelari, richiedendo una prognosi favorevole sulla rieducazione e sulla prevenzione di nuovi reati, esclusa in questo caso dalla gravità dei precedenti del condannato.
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Divieto di reformatio in peius: stop a pene peggiorate in appello
Un uomo, condannato per minacce e danneggiamento dell'auto della vittima, ricorre in Cassazione lamentando l'aumento della pena detentiva in appello e la mancata valutazione di una memoria difensiva. La Suprema Corte accoglie il primo motivo, rilevando la violazione del divieto di reformatio in peius: i giudici di secondo grado avevano aumentato di due giorni la reclusione rispetto al primo grado. La Cassazione dichiara invece inammissibili le questioni sollevate con la memoria difensiva, poiché estranee ai motivi principali d'appello e quindi tardive. La sentenza viene annullata senza rinvio limitatamente alla pena, che viene rideterminata in sei mesi di reclusione, eliminando i due giorni illegittimamente aggiunti.
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Reato di danneggiamento: condanna confermata nonostante il vizio
L'Imputato è stato condannato a nove mesi di reclusione per il reato di danneggiamento di un'autovettura parcheggiata sulla pubblica via. Un testimone lo aveva notato vicino al veicolo con un arnese in mano in un orario compatibile con il danno. L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione, lamentando vizi formali nel verbale d'udienza, la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto e l'omessa sostituzione della pena detentiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che le irregolarità formali del verbale non annullano il processo se non ledono la difesa. Inoltre, i numerosi precedenti penali dell'Imputato escludono sia la non punibilità per tenuità del fatto sia la concessione di sanzioni alternative. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Danneggiamento aggravato: un pugno alla cassetta postale costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per danneggiamento aggravato nei confronti di un uomo che, per ritorsione contro le lamentele di una vicina, ha rotto con un pugno la cassetta postale di quest'ultima. L'imputato aveva presentato ricorso contestando l'attendibilità dei testimoni e chiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto e l'esclusione della recidiva. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Cassazione ha chiarito che l'ammissione del gesto fatta dal colpevole a un testimone è prova sufficiente della responsabilità. Inoltre, la particolare tenuità del fatto è stata negata a causa dei precedenti penali dell'uomo, che dimostrano un comportamento abituale e una spiccata pericolosità sociale, giustificando anche l'applicazione della recidiva reiterata. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Tentato furto in abitazione: il doppio colpo fallito e la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per i reati di tentato furto in abitazione e danneggiamento. L'uomo si era introdotto di notte in una casa e, dopo essere stato scoperto dai proprietari, aveva immediatamente cercato di svaligiare un secondo appartamento vicino. I giudici hanno ritenuto corretta la pena inflitta nei precedenti gradi di giudizio, evidenziando la gravità della condotta, caratterizzata da un'elevata intensità del dolo e dall'insidiosità dell'azione notturna. Oltre alla conferma della condanna, la Suprema Corte ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di una somma pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, respingendo le contestazioni difensive poiché generiche e prive di confronto con le prove raccolte.
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