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Art. 628 Codice Penale — Anno 2026

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Altri anni per Art. 628 Codice Penale

Termine per il ricorso in cassazione: la tardività che condanna
L'Imputato, condannato per rapina pluriaggravata, ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione tramite il proprio difensore. L'impugnazione contestava vari aspetti del processo, tra cui una rogatoria estera e la qualificazione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per il mancato rispetto del termine per il ricorso in cassazione. Il giudizio di appello si era svolto con trattazione cartolare senza richiesta di udienza partecipata. Pertanto, l'Imputato non poteva considerarsi giudicato in assenza e non aveva diritto al termine allungato di quindici giorni. Di conseguenza, l'impugnazione è risultata tardiva, e la Corte ha condannato l'Imputato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Continuazione tra reati e svista di calcolo: pena ridotta
Il Giudice dell'Esecuzione applica la continuazione tra reati per Il Condannato, già destinatario di più condanne irrevocabili per illeciti contro il patrimonio. Il magistrato fissa la pena complessiva in cinque anni di reclusione e 1.000 euro di multa. Il Condannato propone ricorso in Cassazione contestando la motivazione degli aumenti di pena per i reati minori e segnalando un errore di calcolo nella somma finale. La Corte di Cassazione considera adeguate le motivazioni sugli aumenti di pena basate sulla gravità della condotta e sulla inclinazione a delinquere. La Suprema Corte accoglie invece il ricorso per l'evidente errore aritmetico commesso nel conteggio finale della sanzione. La Cassazione annulla la decisione senza rinvio e ridetermina direttamente la pena per la continuazione tra reati in quattro anni e dieci mesi di reclusione oltre a 1.100 euro di multa.
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Estorsione ai danni dei genitori: la patologia non salva la pena
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di maltrattamenti e estorsione ai danni dei genitori nei confronti di un uomo affetto da una patologia psichiatrica. La difesa richiedeva l'assoluzione per vizio totale di mente o la derubricazione nel reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, invocando il dovere di mantenimento. I giudici hanno stabilito che la capacità mentale dell'imputato era soltanto scemata e non abolita. Inoltre, le somme pretese con minacce non servivano per bisogni primari, ma per acquisti personali voluttuari, escludendo qualsiasi pretesa tutelabile davanti al giudice. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo sussistente anche l'aggravante del fatto commesso nella casa familiare.
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Inammissibilità del ricorso per rapina: confermata la condanna
L'Imputato propone ricorso per cassazione contro la condanna per il reato di rapina, contestando la ricostruzione dei fatti e il riconoscimento eseguito dalla vittima. La Corte di Cassazione dichiara l'inammissibilità del ricorso per rapina poiché la valutazione delle prove spetta esclusivamente ai giudici di merito. Il riconoscimento dell'autore è avvenuto in modo spontaneo e confermato sia tramite fotografie durante le indagini sia in aula. Inoltre, l'atteggiamento intimidatorio ha provato la presenza della minaccia. I giudici di legittimità ribadiscono che non è possibile richiedere una nuova lettura dei fatti al giudice di cassazione. La Corte rigetta il ricorso e condanna L'Imputato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Attenuante della lieve entità nella rapina: la Cassazione frena
L'Imputato è stato condannato per concorso in rapina aggravata e lesioni volontarie aggregate a seguito di episodi di violenza e sottrazione di beni commessi in una notte. Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento dell'attenuante della lieve entità nella rapina. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il beneficio non si applica automaticamente. L'uso di una violenza sproporzionata e la commissione di più rapine nella stessa notte dimostrano un'elevata gravità dell'azione, precludendo ogni sconto di pena. L'Imputato dovrà scontare la condanna e pagare tremila euro alla Cassa delle Ammende oltre alle spese processuali.
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Dal gioco di strada alla rapina impropria: condanna definitiva
Un cittadino si è avvicinato a due soggetti per partecipare al gioco delle tre campanelle. Dopo aver estratto cento euro dal portafoglio, la vittima è stata spogliata del denaro. Gli aggressori l'hanno accerchiata e strattonata per impedirle di recuperare la somma. I giudici di merito hanno qualificato l'episodio come rapina impropria, ritenendo del tutto attendibile la testimonianza della persona offesa. Gli imputati hanno proposto ricorso lamentando difetti di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili, confermando che la violenza usata per mantenere il possesso del denaro configura il reato contestato e condannando ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concorso in rapina aggravata: ricorso respinto in Cassazione
Due individui presentano ricorso in Cassazione contestando la condanna per il reato di concorso in rapina aggravata. Gli imputati avevano utilizzato una bottiglia rotta per intimidire le vittime e sottrarre beni. La difesa contesta la credibilità del riconoscimento della persona offesa, l'uso dell'arma impropria e la misura della pena inflitta. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi. I giudici spiegano che la Cassazione non può riesaminare i fatti o le prove già valutate correttamente nei gradi di merito. Inoltre, la determinazione della pena rientra nella discrezionalità dei giudici di merito, mentre la richiesta di applicare l'attenuante della lieve entità non era stata proposta in appello. Di conseguenza, la Corte conferma la condanna originaria e impone ai ricorrenti il pagamento delle spese processuali e una sanzione di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Tentata estorsione: annullata l’aggravante non contestata
Due familiari sono stati accusati di tentata estorsione per aver rivolto minacce ad un parente. In sede di rinvio, la Corte d'Appello ha escluso il metodo mafioso ma ha applicato d'ufficio un'altra aggravante speciale, ritenendo gli accusati appartenenti a un sodalizio criminale. Gli imputati hanno impugnato la decisione lamentando la violazione del principio di contestazione del fatto e del diritto di difesa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice non può introdurre autonomamente un'aggravante fondata su presupposti di fatto mai contestati dall'accusa. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza senza rinvio relativamente all'aggravante e ha disposto la trasmissione degli atti per la ricalibrazione della pena al ribasso.
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Attenuante della lieve entità: la violenza esclude lo sconto
L'imputato, condannato per rapina, ha proposto ricorso alla Corte di Cassazione lamentando la mancata concessione della attenuante della lieve entità. La difesa sosteneva che i giudici d'appello non avessero esaminato tutti gli elementi a favore dell'imputato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il giudice di merito non deve analizzare ogni singolo dettaglio, ma può limitarsi agli elementi ritenuti decisivi. Nel caso specifico, la presenza di più autori del reato e la violenza esercitata giustificano pienamente la gravità del fatto e il diniego del beneficio. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Rapina impropria: condanna confermata se il ricorso è generico
L'Imputato è stato condannato in sede di merito per il reato di rapina impropria commesso con violenza ed uso di armi. Contro la sentenza di condanna, la difesa ha proposto ricorso alla Corte di Cassazione lamentando un presunto difetto di motivazione sulla responsabilità e sul calcolo della pena. L'atto di ricorso presentava tuttavia sole affermazioni generiche ed astratte, senza un effettivo confronto con le prove testimoniali e documentali valorizzate dai giudici d'appello. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per difetto di specificità dei motivi, confermando la condanna e sanzionando l'Imputato con il pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle Ammende.
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Differenza tra furto e rapina: il ricorso ripetitivo fallisce
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione per contestare la qualificazione del fatto commesso. Il ricorrente sosteneva infatti che la condotta integrasse un semplice furto e non una rapina. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che l'atto si limitava a ripetere le argomentazioni già respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza contestare la specifica motivazione della Corte d'appello sulla differenza tra furto e rapina. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha imposto all'Imputato il pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Rapina aggravata e travisamento: dal casco al no agli sconti
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per il reato di Rapina aggravata e travisamento. La difesa sosteneva che la condotta andava riqualificata come furto e contestava l'aggravante del casco integrale, oltre al diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'uso della violenza verso la vittima integra la rapina e che il casco maschera l'identità facciale. Inoltre, i precedenti penali specifici giustificano il mancato sconto di pena. L'Imputato deve pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Patteggiamento e ricorso in Cassazione: i confini dell’accordo
Tre individui, imputati per il reato di rapina aggravata in concorso, hanno concordato una pena con la Procura davanti al Giudice per le Indagini Preliminari. Successivamente, i tre soggetti hanno proposto impugnazione tramite l'istituto del patteggiamento e ricorso in Cassazione, lamentando una presunta assenza di motivazione riguardo al mancato proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. I giudici hanno chiarito che le ipotesi di impugnazione per chi sceglie il patteggiamento sono stabilite dalla legge in modo tassativo e non includono i vizi di motivazione legati al proscioglimento. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la pena patteggiata e ha condannato ciascun ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, oltre al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Rapina di lieve entità: la Cassazione conferma la condanna
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza di condanna per il reato di rapina, richiedendo il riconoscimento della rapina di lieve entità e la sospensione condizionale della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'imputato si è limitato a ripetere le argomentazioni già respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza apportare elementi di novità. Inoltre, le concrete modalità dell'azione violenta escludono l'attenuante della minima gravità del fatto. La decisione della Corte d'Appello è apparsa priva di vizi e sorretta da adeguata motivazione. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese del processo e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Gravi indizi di colpevolezza: no al carcere su mere presunzioni
Un cittadino veniva accusato di concorso in rapina e ricettazione per aver guidato l'automobile rubata usata durante un colpo in un centro scommesse. Il Giudice per le indagini preliminari rigettava la custodia cautelare, ma il Tribunale del riesame, su appello del Pubblico Ministero, ordinava il carcere basandosi su intercettazioni e riprese di videosorveglianza. La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza con rinvio. La Suprema Corte ha chiarito che non sussistevano sufficienti gravi indizi di colpevolezza. I giudici di merito hanno infatti interpretato in modo unilaterale le conversazioni tra gli indagati e hanno costruito l'accusa su una illegittima doppia presunzione, violando il principio di certezza dell'indizio.
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Rapina impropria e furto con strappo: la condanna in Cassazione
L'Imputato ha strappato una collanina d'oro dal collo della Vittima, per poi schiaffeggiarla e minacciarla per garantirsi la fuga. La difesa ha sostenuto che la condotta costituisse furto con strappo e non rapina, chiedendo l'applicazione delle attenuanti e di pene sostitutive. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, chiarificando il confine tra Rapina impropria e furto con strappo: quando lo strappo coinvolge direttamente la persona con violenza o minacce contestuali per vincerne la resistenza o assicurarsi l'impunità, si configura la rapina. Inoltre, i giudici hanno escluso l'attenuante della lieve entità a causa delle modalità intimidatorie dell'azione e hanno confermato il diniego delle sanzioni sostitutive per via dei precedenti penali dell'autore. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali insieme a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Tentata rapina e Cassazione: no alla rilettura dei fatti
L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione per contestare la condanna relativa a una tentata rapina ai danni di un pubblico esercizio. L'episodio originario vedeva l'uomo protagonista di minacce alla titolare del locale e dell'aggressione fisica ai danni del marito di quest'ultima, condotte giudicate dai giudici territoriali come idonee a consumare il reato. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso, ribadendo che non è possibile richiedere al giudice di legittimità un nuovo esame dei fatti o una diversa valutazione delle prove. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Gravi indizi di colpevolezza: confermata la custodia in carcere
Un indagato propone ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che ha confermato la custodia cautelare in carcere per concorso in una rapina di apparecchi elettronici del valore di 2,5 milioni di euro. La difesa contesta la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, ritenendo che le intercettazioni siano state interpretate in modo errato e che le accuse derivino solo dai legami familiari con l'autore materiale del fatto. Contesta inoltre la sussistenza delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici stabiliscono che l'interpretazione delle intercettazioni spetta al giudice di merito e che i gravi indizi di colpevolezza risultano confermati da intercettazioni, frequentazioni stabili e precedenti penali specifici. La misura cautelare resta quindi confermata e il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese.
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Delitto di rapina: anche la violenza breve conferma la condanna
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza di condanna per il delitto di rapina. La difesa ha sostenuto l'assenza di motivazione riguardo alla responsabilità penale, affermando che la condotta violenta fosse di breve durata e non sufficiente a integrare il reato. Inoltre, la difesa ha contestato il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e il calcolo della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che anche una violenza di breve durata integra pienamente il delitto di rapina. La quantificazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Identificazione fotografica per rapina: ricorso bocciato
L'Imputato propone ricorso per Cassazione contro la sentenza di condanna per il reato di rapina. La difesa contesta l'attendibilità dell'identificazione fotografica per rapina svolta dalla polizia e la valutazione delle immagini di videosorveglianza. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. Il motivo di impugnazione si limita a riproporre le medesime argomentazioni già respinte dai giudici di merito, senza evidenziare difetti logici. I tratti somatici emersi dai fotogrammi risultano chiaramente visibili e sovrapponibili a quelli dell'accusato. La Cassazione ribadisce che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in sede di legittimità. Di conseguenza, il Collegio conferma la condanna dell'Imputato, imponendo il pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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