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Art. 495 Codice Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 495 Codice Penale

Falsa attestazione al posto di blocco: condanna anche se si ritratta
Un automobilista, fermato per un controllo, fornisce alla Polizia generalità false per eludere sanzioni. Successivamente, rivela la sua vera identità. La Corte di Cassazione lo condanna per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale (art. 495 c.p.). La sentenza stabilisce un principio chiaro: il reato si perfeziona nel momento esatto in cui la bugia viene detta, perché è destinata a finire in un verbale. La successiva ritrattazione è irrilevante. La Corte distingue questa condotta, più grave, dalla semplice dichiarazione mendace (art. 496 c.p.), confermando che l'intenzione di ingannare un pubblico ufficiale nell'esercizio delle sue funzioni è l'elemento decisivo.
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Recidiva contestata tardi? Ricorso inammissibile e condanna
Un imputato, già condannato in passato, viene ritenuto colpevole per false dichiarazioni e uso di atto falso. I giudici applicano l'aggravante della recidiva, aumentando la pena. L'imputato si rivolge alla Corte di Cassazione, sostenendo che la recidiva sia stata applicata erroneamente e chiedendo le attenuanti. La Suprema Corte, però, stabilisce l'inammissibilità del ricorso per cassazione. I giudici chiariscono che certe contestazioni, come quelle sulla recidiva, devono essere sollevate nei gradi di giudizio precedenti e non per la prima volta in Cassazione. La condanna aggravata diventa così definitiva.
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Ricorso inammissibile per rivalutazione dei fatti: condanna ok
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato, già condannato per resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, danneggiamento e false dichiarazioni. La Corte ha stabilito che l'imputato non può chiedere una nuova valutazione delle prove e dei fatti, compito che non spetta al giudice di legittimità. Il tentativo di ottenere una diversa ricostruzione della vicenda è stato respinto, portando a un **ricorso inammissibile per rivalutazione dei fatti**. La condanna è quindi diventata definitiva e l'imputato è stato obbligato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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False generalità per nascondere il passato: Cassazione conferma
Un individuo, già condannato in passato, viene nuovamente processato per aver fornito false generalità a un pubblico ufficiale. Lo scopo era proprio quello di nascondere i suoi precedenti penali. L'imputato ricorre in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva (l'aggravante per chi commette nuovi reati). La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile. I giudici stabiliscono che la volontà di sottrarsi alle conseguenze delle condanne precedenti è la prova stessa del legame tra il vecchio e il nuovo reato, rendendo impossibile escludere la recidiva.
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Falsa dichiarazione: condanna annullata per prescrizione
Due persone, condannate per aver fornito false dichiarazioni a un pubblico ufficiale, hanno presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte, prima di entrare nel merito della questione, ha rilevato un fatto decisivo: il tempo massimo per perseguire il reato era scaduto. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato l'estinzione del reato per prescrizione. La sentenza di condanna è stata quindi annullata definitivamente, non perché gli imputati siano stati dichiarati innocenti, ma perché lo Stato ha perso il potere di punirli a causa del lungo tempo trascorso.
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Ricorso inammissibile patteggiamento: appello respinto e multa
Una persona, dopo aver concordato una pena tramite patteggiamento per il reato di false dichiarazioni a un pubblico ufficiale, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione. La Corte ha stabilito che l'appello era infondato. La legge, infatti, limita strettamente i motivi per cui si può impugnare una sentenza di patteggiamento. Poiché il motivo sollevato non rientrava tra quelli consentiti e la contestazione era troppo generica, la Corte ha confermato il principio del ricorso inammissibile patteggiamento. Di conseguenza, ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di 4.000 euro.
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Firma Falsa sulla Notifica? La Cassazione: Serve la Querela di Falso
Una cittadina si oppone a diverse multe per violazioni del codice della strada, sostenendo di non averle mai ricevute e che le firme sugli avvisi di ricevimento sono false. La Corte di Cassazione interviene per chiarire un punto fondamentale: l'attestazione dell'agente postale che dichiara di aver consegnato l'atto nelle mani del destinatario ha un valore legale speciale. Per contestare questa attestazione non basta disconoscere la firma, ma è indispensabile avviare una specifica azione legale, la querela di falso notifica. La Corte ha dato ragione alla cittadina, stabilendo che la sua richiesta era legittima e deve essere riesaminata, annullando la precedente decisione sfavorevole.
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Falsa data di nascita: condannato ma la prescrizione lo salva
Un cittadino straniero viene condannato per aver fornito due volte una data di nascita falsa a un pubblico ufficiale. In Cassazione, ottiene l'annullamento di una delle due condanne grazie alla prescrizione del reato, maturata per il decorso del tempo. La Corte Suprema, tuttavia, conferma la seconda condanna. I giudici chiariscono che la difficoltà linguistica non è una scusa valida per dichiarazioni false e che la prescrizione di un reato non si estende automaticamente agli altri, anche se collegati da un unico disegno criminoso. La vittoria dell'imputato è quindi solo parziale.
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Patteggiamento: Errore di Calcolo Pena Non Giustifica il Ricorso
Un imputato, condannato con patteggiamento per detenzione di stupefacenti e false dichiarazioni, presenta ricorso in Cassazione. Sostiene che il giudice abbia sbagliato a calcolare la pena, identificando erroneamente il reato più grave. La Corte Suprema ha stabilito l'inammissibilità del ricorso contro il patteggiamento. I giudici hanno chiarito che un semplice errore di calcolo non rende la pena 'illegale'. Il ricorso contro un patteggiamento è consentito solo in casi eccezionali, come l'applicazione di una sanzione non prevista dalla legge, e non per contestare le valutazioni del giudice. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e l'imputato condannato a pagare le spese.
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Falsa attestazione: mente alla Polizia senza ID, condannato
Un automobilista, fermato dalla Polizia senza documenti, fornisce generalità false. Una volta scoperto, ammette la verità. La Corte di Cassazione ha stabilito che tale condotta integra il reato di Falsa attestazione a pubblico ufficiale (art. 495 c.p.) e non la meno grave ipotesi di false dichiarazioni. In assenza di documenti, infatti, la parola del soggetto diventa una vera e propria 'attestazione' per garantire la propria identità al pubblico ufficiale. La successiva confessione non cancella il reato, già perfezionatosi con la prima dichiarazione mendace. L'uomo viene quindi condannato in via definitiva.
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Carte rubate e ricettazione: l’assorbimento del reato cancella la doppia condanna
Una persona viene condannata per ricettazione di documenti e, separatamente, per il possesso di carte di pagamento rubate insieme agli stessi. La Cassazione interviene, stabilendo il principio dell'assorbimento del reato. La Corte chiarisce che il semplice possesso di una carta di credito proveniente da furto, senza un suo utilizzo, non costituisce un reato autonomo ma è già compreso in quello più generale di ricettazione. Di conseguenza, la condanna specifica per il possesso delle carte viene annullata, riducendo la pena complessiva. La Corte ha invece confermato la pluralità di reati di ricettazione per beni provenienti da furti diversi.
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Continuazione tra reati negata per appello generico
Un imputato, già condannato per false dichiarazioni a un pubblico ufficiale, riceve una nuova condanna per un reato identico. L'imputato presenta ricorso in Cassazione chiedendo il riconoscimento della **continuazione tra reati** per unificare le pene. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto i motivi dell'appello troppo generici e una semplice ripetizione di argomenti già respinti in precedenza, senza una critica specifica alla sentenza impugnata. Di conseguenza, la condanna diventa definitiva e l'imputato viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Falsa Attestazione a Pubblico Ufficiale: Ricorso Generico, Condanna Certa
Un soggetto, condannato per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione lamentando unicamente una pena troppo severa. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché le motivazioni erano generiche e non contestavano in modo specifico i criteri utilizzati dai giudici di merito. Questa decisione ha reso la condanna definitiva e ha comportato per il ricorrente l'obbligo di pagare le spese processuali e un'ulteriore sanzione economica. La sentenza sottolinea l'importanza di formulare ricorsi dettagliati e non limitarsi a una critica superficiale della pena.
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Recidiva reiterata: l’aumento di pena è fisso alla metà
Un uomo è stato condannato per false dichiarazioni e violazione di misure di prevenzione. Il giudice di primo grado ha applicato la recidiva reiterata, ma ha aumentato la pena base di un anno di soli quattro mesi. La Procura ha impugnato la decisione, sostenendo che la legge impone un aumento fisso della metà della pena per questa specifica aggravante. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, confermando che il giudice non possiede poteri discrezionali sull'entità dell'aumento quando la norma indica una misura fissa. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente al calcolo della pena e ha rideterminato la sanzione finale in un anno e sette mesi di reclusione, correggendo l'errore del tribunale senza necessità di un nuovo processo.
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Falsa attestazione: assolta per una condanna estinta dal tempo
Una donna è stata condannata per falsa attestazione a pubblico ufficiale per aver dichiarato di non avere impedimenti al rilascio della carta d'identità per l'espatrio, pur avendo una vecchia multa non pagata. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna. I giudici hanno stabilito che il tribunale precedente non ha verificato se il reato originario, e quindi l'impedimento, si fosse estinto per legge dopo 5 anni di buona condotta, come previsto per le pene patteggiate. Se il reato fosse estinto, la dichiarazione della donna non sarebbe stata falsa. Il caso dovrà essere riesaminato.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: condanna e prescrizione
Un imputato è stato condannato per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale ai sensi dell'articolo 495 del codice penale. Dopo la conferma della condanna in Appello, il soggetto ha presentato ricorso in Cassazione contestando la prova del dolo e invocando la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per genericità dei motivi, in quanto volti a richiedere una nuova valutazione dei fatti preclusa in sede di legittimità. La Corte ha inoltre chiarito che l'inammissibilità del ricorso impedisce di rilevare la prescrizione maturata dopo la sentenza di secondo grado. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale nei confronti di un soggetto che aveva fornito dichiarazioni mendaci sulla propria identità. Il ricorrente sosteneva che la condotta dovesse essere qualificata come semplice tentativo anziché come reato consumato, lamentando una carenza motivazionale della sentenza di appello. Gli Ermellini hanno dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi presentati erano privi della necessaria specificità, limitandosi a un generico richiamo alle doglianze già espresse nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, la Corte ha ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. Oltre alla conferma della pena, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: ricorso inammissibile.
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale (Art. 495 c.p.). Il ricorrente contestava la sussistenza della recidiva e la determinazione della pena, ma la Suprema Corte ha rilevato che la questione della recidiva non era stata sollevata durante il processo d'appello, rendendola un motivo inedito e dunque non proponibile in sede di legittimità. Inoltre, le doglianze sulla misura della pena sono state giudicate eccessivamente generiche. Oltre alla conferma della condanna, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Determinazione della pena: tra discrezionalità e rigore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna condannata per falsa attestazione a pubblico ufficiale e porto ingiustificato di una mazza sfollagente. La difesa contestava la determinazione della pena, ritenendola eccessiva e poco motivata. Gli Ermellini hanno stabilito che il giudice di merito gode di ampia discrezionalità nella determinazione della pena ai sensi degli articoli 132 e 133 del codice penale. Non è necessario analizzare ogni singolo parametro se la decisione complessiva appare logica e aderente ai fatti. La ricorrente è stata condannata anche al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: i limiti invalicabili della Corte
Un imputato ha proposto ricorso per Cassazione avverso una sentenza di patteggiamento relativa a reati di false dichiarazioni a pubblico ufficiale. Il ricorrente lamentava una carenza motivazionale del provvedimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ricordando che il ricorso contro patteggiamento è limitato dalla riforma del 2017 a soli quattro casi tassativi: vizi della volontà, difetto di correlazione tra richiesta e sentenza, errata qualificazione giuridica e illegalità della pena. La doglianza sulla motivazione non rientra tra queste ipotesi. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di quattromila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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