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Art. 495 Codice Penale — Anno 2023

Altri anni per Art. 495 Codice Penale

Falsa attestazione a pubblico ufficiale: mentire costa 3000 euro
L'Imputato è stato condannato per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale per aver fornito le generalità del proprio fratello durante un controllo di polizia. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando la determinazione della pena e l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi presentati erano generici e si limitavano a riprodurre le medesime obiezioni già respinte in secondo grado. Di conseguenza, l'imputato perde la causa, con la conferma della condanna penale e l'obbligo di pagare le spese processuali, oltre a una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Furto aggravato: ricorso generico rende definitiva la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per vari episodi di furto aggravato e false dichiarazioni sull'identità personale. L'imputato contestava l'applicazione della circostanza aggravante della violenza sulle cose. I giudici di legittimità hanno stabilito che il motivo di ricorso era del tutto generico, limitandosi a formule astratte senza confrontarsi con la reale motivazione della sentenza d'appello. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la sua responsabilità penale.
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Inammissibilità del ricorso per genericità: condanna confermata
Il caso riguarda Il Ricorrente, condannato in primo grado per il reato di falsa attestazione a un pubblico ufficiale. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile il suo gravame a causa della genericità dei motivi presentati. Il Ricorrente ha quindi proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando vizi di motivazione e violazione di legge. La Suprema Corte ha confermato la decisione precedente, ribadendo l'inammissibilità del ricorso per genericità. I giudici hanno rilevato che i motivi di ricorso si limitavano a riprodurre le medesime argomentazioni generiche già respinte, senza creare una reale correlazione critica con la decisione impugnata. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando Il Ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Circostanze attenuanti generiche: la confessione non cancella i precedenti
L'Imputato è stato condannato a sei mesi di reclusione per il reato di falsa attestazione a un pubblico ufficiale. Egli ha proposto ricorso per Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche nella loro massima estensione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la concessione delle circostanze attenuanti generiche non è un diritto automatico derivante dalla semplice assenza di elementi negativi, ma richiede la presenza di elementi positivi. Nel caso specifico, il comportamento ammissivo del reo è stato correttamente bilanciato e limitato dai giudici di merito a causa dei suoi numerosi precedenti penali. L'Imputato è stato quindi condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Trattamento sanzionatorio: molti precedenti ma pena minima
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino straniero contro la sentenza della Corte d'Appello che lo aveva condannato a dieci mesi di reclusione per i reati di falsa attestazione a pubblico ufficiale e spaccio di stupefacenti di lieve entità. L'imputato contestava il trattamento sanzionatorio applicato dai giudici di merito, ritenendolo eccessivo e non adeguatamente motivato. La Suprema Corte ha invece confermato la correttezza della decisione precedente, evidenziando come la pena inflitta si discostasse pochissimo dal minimo edittale previsto dalla legge, nonostante i numerosi precedenti penali del soggetto. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: l’inganno che costa caro
Un uomo, sottoposto a una misura di prevenzione personale, ha fornito false generalità durante un controllo di polizia per nascondere la violazione degli obblighi a suo carico. La Corte d'Appello lo ha condannato per i reati di violazione della misura e falsa attestazione a pubblico ufficiale. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'assenza di dolo, il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e l'eccessività della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la falsa attestazione a pubblico ufficiale era finalizzata intenzionalmente a eludere il controllo, confermando così la piena consapevolezza del reato. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: quando l’aumento minimo non va motivato
L'Imputata è stata condannata per guida in stato di ebbrezza e false dichiarazioni a un pubblico ufficiale. Ha proposto ricorso in Cassazione contestando la misura dell'aumento di pena applicato a titolo di reato continuato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in tema di reato continuato, il giudice deve individuare il reato più grave, stabilire la pena base e calcolare distintamente l'aumento per i reati satellite. L'obbligo di motivazione su tali aumenti è proporzionato alla loro entità: per aumenti minimi, come nel caso in esame, è sufficiente una motivazione sintetica. L'Imputata perde il ricorso ed è condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: ricorso respinto e multa
Il cittadino è stato condannato per i reati di falsa attestazione a pubblico ufficiale e violazione delle misure di prevenzione antimafia. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione contestando la ricostruzione dei fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché generico e basato su argomentazioni già respinte nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Circostanze attenuanti generiche: no a sconti per recidivi
L'Imputato è stato condannato per il reato di falsa attestazione a un pubblico ufficiale. Ha proposto ricorso in Cassazione contestando la severità della pena e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena e la concessione delle circostanze attenuanti generiche rientrano nella discrezionalità del giudice di merito. Inoltre, i precedenti penali dell'imputato possono essere legittimamente utilizzati sia per negare le attenuanti sia per calcolare la pena, senza violare il principio del divieto di doppio giudizio. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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False dichiarazioni a pubblico ufficiale: carta vera, voce falsa
Durante un controllo stradale nel periodo della pandemia, il Conducente esibiva un'autocertificazione con i propri dati reali ma, privo di documenti, dichiarava verbalmente alla Polizia stradale di chiamarsi con un altro nome per nascondere la sospensione della patente. Condannato in primo e secondo grado per il reato di false dichiarazioni a pubblico ufficiale, l'imputato proponeva ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'autocertificazione Covid non sostituisce l'obbligo di fornire corrette generalità a richiesta degli agenti. La condotta di fornire un nome falso, finalizzata a celare la sospensione della patente, integra pienamente il reato contestato, confermando la condanna del ricorrente anche al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: la firma nega l’errore
L'Imputato è stato condannato per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale per aver fornito generalità non corrispondenti al vero. La difesa ha sostenuto che vi fosse un errore di verbalizzazione o una somiglianza fonetica tra il nome reale e quello registrato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, rilevando la genericità della contestazione. I giudici hanno accertato che non vi era alcuna somiglianza fonetica e che lo stesso Imputato aveva scritto di proprio pugno il nome falso sul verbale. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato l'uomo al pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Guida senza patente: la bugia all’agente costa la condanna penale
Un automobilista, sorpreso alla guida con patente revocata, ha fornito false generalità alla polizia stradale per evitare sanzioni. Poiché l'uomo era già stato sanzionato l'anno precedente per la stessa violazione, i giudici di merito lo hanno condannato per il reato di guida senza patente e per false dichiarazioni a pubblico ufficiale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno chiarito che la guida senza patente costituisce reato se reiterata nel biennio, anche se la precedente violazione è stata accertata solo in via amministrativa. Inoltre, il reato di false dichiarazioni si consuma immediatamente al momento della menzogna, a prescindere da eventuali verifiche successive degli agenti. Di conseguenza, l'automobilista perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rito abbreviato e procura speciale: la pandemia non scusa il ritardo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per false dichiarazioni a pubblico ufficiale. L'uomo contestava il rigetto della richiesta di rito abbreviato e procura speciale, sostenendo che l'emergenza pandemica avesse costituito un caso fortuito o di forza maggiore idoneo a giustificare la mancata presentazione della procura speciale nei termini. I giudici hanno confermato la decisione dei gradi precedenti, ritenendo la richiesta tardiva e non provato l'impedimento assoluto causato dalla pandemia. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: no alle attenuanti
Il Cittadino Straniero è stato condannato per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale per aver fornito false dichiarazioni sulla propria identità. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. Secondo la difesa, i giudici di merito non avrebbero considerato l'annullamento di un precedente provvedimento di espulsione dovuto al suo status di soggetto meritevole di protezione internazionale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che i numerosi precedenti penali dell'uomo giustificano ampiamente il diniego delle attenuanti, poiché delineano una personalità negativa che non può essere compensata dall'annullamento dell'espulsione.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'Imputato per i reati di contraffazione della patente di guida, false dichiarazioni a pubblico ufficiale e danneggiamento aggravato. L'Imputato ha presentato ricorso lamentando vizi di motivazione, ma la Suprema Corte ha rilevato che i motivi di impugnazione erano del tutto generici, limitandosi a riprodurre le stesse difese già respinte nei precedenti gradi di giudizio senza contestare specificamente le motivazioni della Corte d'Appello. Per questo motivo, i giudici hanno dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: mentire costa caro
L'Imputato, fermato dalle forze dell'ordine, forniva false generalità. Condannato nei gradi precedenti, proponeva ricorso in Cassazione chiedendo di riqualificare il reato in una fattispecie meno grave o di applicare la particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che fornire false generalità destinate alla redazione di atti di rito integra pienamente il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Falsa attestazione a un pubblico ufficiale: ricorso inutile e multa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di falsa attestazione a un pubblico ufficiale. L'imputato aveva contestato la decisione della Corte di Appello, riproponendo però gli stessi motivi già respinti nei precedenti gradi di giudizio, senza contestare in modo specifico le motivazioni dei giudici. Inoltre, la Suprema Corte ha ritenuto corretto il diniego delle circostanze attenuanti generiche, poiché il giudice di merito ha motivato la scelta facendo riferimento agli elementi ritenuti decisivi. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Sostituzione della pena detentiva: negata per la condotta
Un cittadino, condannato per più episodi di falsa attestazione a pubblico ufficiale sulla propria identità, ha proposto ricorso in Cassazione. Il ricorrente lamentava il rifiuto, da parte dei giudici di merito, di concedere la sostituzione della pena detentiva con misure alternative come la libertà controllata o la semidetenzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che il diniego della sostituzione della pena detentiva era pienamente giustificato dalla valutazione negativa sulla personalità del condannato. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: l’impronta dice il vero
Durante un controllo stradale, un passeggero privo di documenti dichiara false generalità ai militari. Sottoposto a rilievi dattiloscopici, il sistema AFIS rivela la sua vera identità, smentendo le dichiarazioni precedenti. L'uomo viene condannato per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando che il Codice Unico Identificativo (C.U.I.) generato dal sistema AFIS costituisce il metodo di identificazione più sicuro e affidabile previsto dalla legge. Di conseguenza, la prova basata sulle impronte digitali è pienamente valida per fondare la condanna penale.
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Concordato in appello: l’accordo che blocca il ricorso
L'Imputata, condannata per furto in abitazione e false dichiarazioni, ha concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata riqualificazione del reato in tentato furto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'adesione al concordato in appello comporta la rinuncia ai motivi di merito sulla responsabilità penale. Di conseguenza, non è possibile contestare la qualificazione giuridica del fatto, salvo che si riscontrino vizi sulla volontà dell'accordo o l'applicazione di una pena illegale. L'Imputata è stata condannata anche al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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