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Art. 495 Codice Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 495 Codice Penale

Falsa attestazione di identità: la fuga finisce in Cassazione
Un uomo evaso dal carcere ha utilizzato per oltre un anno una carta d'identità contraffatta con la propria foto ma i dati di un'altra persona. Fermato in due occasioni nel 2013 e infine arrestato nel 2014, è stato condannato per il reato di falsa attestazione di identità. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che non vi fosse la certezza che nei controlli del 2013 l'utilizzatore del documento fosse effettivamente l'imputato, ipotizzando l'uso da parte di terzi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la ricostruzione dei fatti spetta esclusivamente ai giudici di merito e che gli indizi, come la presenza costante di un complice e il ritrovamento di effetti personali, collegano in modo logico e univoco l'imputato all'utilizzo del documento falso durante tutto il periodo di latitanza.
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Falsa attestazione a un pubblico ufficiale: la bugia costa cara
L'Automobilista, fermata per un controllo stradale e priva di documenti, ha fornito false generalità agli agenti di polizia. Condannata nei gradi di merito per il reato di falsa attestazione a un pubblico ufficiale, ha proposto ricorso in Cassazione. La difesa ha sostenuto che la condotta integrasse il meno grave reato di false dichiarazioni sulla propria identità e ha richiesto l'applicazione della particolare tenuità del fatto, alla luce della riforma Cartabia. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che fornire false generalità in assenza di documenti costituisce sempre falsa attestazione a un pubblico ufficiale, poiché la dichiarazione sostituisce l'atto di identificazione. Inoltre, la richiesta di particolare tenuità è stata respinta perché formulata in modo generico. L'Automobilista perde il ricorso ed è condannata al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Patente del fratello e recidiva reiterata: condanna definitiva
L'Imputato è stato condannato per aver fornito false generalità ai Carabinieri esibendo la patente del fratello. La Corte d'Appello ha confermato la condanna a un anno di reclusione, applicando l'aggravante della recidiva reiterata. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la sussistenza della recidiva in assenza di una precedente formale dichiarazione e chiedendo la prevalenza delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per la recidiva reiterata non serve una precedente dichiarazione formale, ma basta la presenza di più condanne definitive che dimostrino la pericolosità sociale del soggetto. Di conseguenza, l'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa dichiarazione sostitutiva: assolto chi tace il patteggiamento
Il Richiedente è stato condannato nei primi gradi di giudizio per aver omesso di indicare, in una domanda di iscrizione a un elenco pubblico, una precedente condanna a un anno di reclusione per patteggiamento. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste. I giudici hanno chiarito che, secondo la normativa vigente, il cittadino che presenta una dichiarazione sostitutiva non è tenuto a indicare i provvedimenti di patteggiamento sotto i due anni di pena, poiché questi non compaiono nel certificato del casellario giudiziale destinato ai privati. Di conseguenza, non si configura alcuna falsa dichiarazione sostitutiva.
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Rescissione del giudicato: il finto ignaro resta in carcere
Il Ricorrente, condannato a un anno di reclusione, ha richiesto la rescissione del giudicato sostenendo di non aver mai saputo del processo a suo carico. L'uomo aveva nominato un difensore di fiducia ed eletto domicilio presso un indirizzo dove però è risultato irreperibile. Di conseguenza, le notifiche sono state inviate al suo avvocato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che l'imputato rientra tra i cosiddetti finti inconsapevoli. Egli ha infatti fornito un indirizzo falso e non ha dimostrato alcuna diligenza nel tenersi informato tramite il proprio legale. La richiesta di rescissione del giudicato è stata quindi respinta, confermando la condanna e obbligando il ricorrente a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Falsa dichiarazione sulla propria età: condannato dalla scienza
Un cittadino straniero ha dichiarato ai Carabinieri di essere minorenne per ottenere i benefici riservati ai minori. Tuttavia, successivi accertamenti medici, tra cui la radiografia del polso, la panoramica dentaria e l'analisi della clavicola, hanno dimostrato che il soggetto aveva in realtà almeno diciannove anni. L'imputato è stato quindi condannato per il reato di falsa dichiarazione sulla propria età. La Cassazione ha confermato la condanna, stabilendo che la mancata attivazione delle procedure amministrative di protezione per i minori stranieri non rende inutilizzabili le prove mediche raccolte nel processo penale. Se più esami scientifici concordano sulla maggiore età, il giudice penale può legittimamente fondare la condanna su tali prove, garantendo il diritto di difesa dell'imputato durante il processo.
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Aggravante della recidiva: confermata se il recupero fallisce
Un cittadino, condannato per falsa attestazione a un pubblico ufficiale, ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione dell'aggravante della recidiva. L'imputato lamentava una carenza di motivazione da parte dei giudici di merito riguardo alla sua reale pericolosità sociale, sostenendo di aver avviato un percorso di recupero. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che i gravi precedenti penali in materia di stupefacenti e il mancato completamento del programma terapeutico presso il Sert dimostrano una persistente pericolosità del soggetto. Di conseguenza, l'applicazione dell'aggravante della recidiva risulta pienamente giustificata e supportata da una motivazione logica e coerente. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Falsa attestazione a un pubblico ufficiale: mentire e poi cedere
Il Detenuto, sottoposto agli arresti domiciliari con permesso di uscita limitato fino alle ore 19:15, è stato sorpreso dalle forze dell'ordine fuori dalla propria abitazione dopo le ore 22:00. Durante il controllo di polizia, l'uomo ha fornito false generalità agli agenti, integrando il reato di falsa attestazione a un pubblico ufficiale. Un complice è intervenuto aggredendo fisicamente l'agente per ostacolare l'identificazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei due imputati, confermando in via definitiva le condanne per evasione, falsa attestazione e resistenza a pubblico ufficiale, oltre al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Falsa attestazione e prescrizione: la recidiva blocca lo sconto
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale. La difesa ha contestato il giudizio di bilanciamento delle circostanze e ha eccepito l'avvenuta prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Corte d'Appello aveva correttamente escluso la prevalenza delle attenuanti. Inoltre, a causa della presenza della recidiva reiterata infraquinquennale, il termine di prescrizione complessivo è salito a tredici anni e sei mesi, periodo non ancora trascorso al momento della decisione. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Falsa attestazione a un pubblico ufficiale: mentire costa caro
Un automobilista, privo di documenti durante un controllo stradale, ha fornito false generalità ai Carabinieri per nascondere la revoca della propria patente. Condannato nei primi due gradi di giudizio, ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo la riqualificazione del fatto in un reato meno grave o l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che mentire sulla propria identità in assenza di documenti integra il reato di falsa attestazione a un pubblico ufficiale, poiché la dichiarazione sostituisce l'atto d'identificazione. Inoltre, la richiesta di particolare tenuità è stata respinta a causa dell'elevata gravità concreta della condotta. L'automobilista è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: l’auto della defunta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di una donna per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale. La Ricorrente si era presentata alla Polizia Locale per ottenere il rilascio dell'auto della suocera, dichiarando falsamente che quest'ultima fosse impossibilitata a muoversi perché invalida, mentre in realtà era deceduta. La difesa sosteneva l'inutilizzabilità delle dichiarazioni, ritenendo che la donna dovesse essere sentita con le garanzie difensive poiché già indagata per un altro reato. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo che la richiesta di restituzione di un veicolo rientri nella normale attività amministrativa della polizia e che non vi fosse prova che gli agenti conoscessero le indagini in corso. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: le impronte non salvano
L'Imputato è stato condannato per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale per aver fornito per due volte generalità false alla polizia giudiziaria, scrivendole di proprio pugno sui moduli di identificazione. La difesa ha sostenuto l'ipotesi di reato impossibile, poiché l'identità dell'uomo, straniero privo di documenti, sarebbe stata comunque accertata tramite rilievi dattiloscopici. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che il mendacio è idoneo a ingannare e che la possibilità di un successivo controllo sulle impronte digitali non esclude la gravità della condotta, finalizzata a nascondere i numerosi precedenti penali del soggetto.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: impronte insufficienti
La Corte di Cassazione ha annullato la condanna di un cittadino straniero accusato del reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale per aver fornito false generalità alla Polizia di frontiera. La Corte d'Appello lo aveva condannato basandosi esclusivamente sull'elenco dei precedenti dattiloscopici (impronte digitali) prodotto dal Pubblico Ministero. I giudici di legittimità hanno stabilito che tale documento, pur utilizzabile, non è sufficiente da solo a fondare una condanna se non è supportato da altri elementi di prova esterni, come il verbale di identificazione o le testimonianze degli agenti operanti. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio ad un'altra sezione della Corte d'Appello per un nuovo giudizio.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: mentire aggrava la pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un automobilista condannato per guida in stato di ebbrezza, guida senza patente e falsa attestazione a pubblico ufficiale. L'imputato aveva fornito false generalità alle forze dell'ordine durante un controllo notturno. La Cassazione ha chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. Inoltre, i giudici hanno confermato il diniego delle circostanze attenuanti generiche, giustificato dalla gravità della condotta. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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False dichiarazioni a pubblico ufficiale: ricorso respinto e multa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di false dichiarazioni a pubblico ufficiale. L'imputato ha contestato la decisione dei giudici di merito senza specificare i motivi concreti di critica e lamentando la mancata acquisizione di un certificato di morte, documento mai richiesto in precedenza. I giudici di legittimità hanno rilevato la totale genericità e la mancanza di autosufficienza del ricorso. Di conseguenza, oltre alla conferma della condanna, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Lavoro di pubblica utilità: valido anche se il PM protesta
Il Giudice per le indagini preliminari applicava all'Imputato, su accordo delle parti, la pena di cinque mesi e dieci giorni di reclusione per il reato di false dichiarazioni sull'identità, sostituendola con 160 giorni di lavoro di pubblica utilità. Il Procuratore della Repubblica ricorreva in Cassazione, ritenendo illegale tale sostituzione per il reato contestato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore. I giudici hanno chiarito che, grazie alla riforma Cartabia, l'art. 20-bis c.p. consente l'applicazione del lavoro di pubblica utilità come pena sostitutiva per tutte le condanne alla reclusione non superiori a tre anni. Questa norma, più favorevole, si applica immediatamente, rendendo del tutto legittima la decisione del giudice di merito.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: pena tagliata
Il Condannato propone un ricorso straordinario per errore di fatto contro una precedente decisione della Cassazione che aveva confermato la sua condanna per tre reati di falsa attestazione a pubblico ufficiale. Il ricorrente evidenzia che i giudici non si sono accorti che due dei tre reati, commessi nel settembre 2013, si erano estinti per prescrizione prima della decisione di legittimità. La Suprema Corte accoglie il ricorso, riconoscendo l'errore percettivo sul calcolo dei termini. Di conseguenza, revoca la precedente sentenza, annulla senza rinvio la condanna per i due reati prescritti ed elimina la relativa quota di pena, rideterminando la sanzione finale per il terzo reato in otto mesi di reclusione.
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Reato continuato: la Cassazione nega lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta di applicare l'istituto del reato continuato avanzata da un condannato per i reati di ricettazione, furto aggravato e false dichiarazioni sull'identità personale. Il ricorrente sosteneva che i fatti, avvenuti a breve distanza temporale nel 2006, facessero parte di un unico progetto. I giudici hanno invece chiarito che la vicinanza nel tempo non basta a dimostrare un disegno criminoso unitario. Il furto di abbigliamento e la successiva falsa identità fornita ai carabinieri dopo l'arresto sono stati considerati atti autonomi ed estemporanei, non pianificati in precedenza. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il soggetto al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Patteggiamento e ricorso per Cassazione: l’accordo non si impugna
Il caso riguarda un cittadino straniero che, dopo aver concordato l'applicazione della pena per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale, ha proposto ricorso lamentando la mancata applicazione del proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, in tema di patteggiamento e ricorso per Cassazione, la violazione dell'obbligo di proscioglimento immediato può essere fatta valere solo se la causa di non punibilità risulta evidente dal testo stesso della sentenza impugnata. Non sussistendo tale evidenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Limiti ricorso patteggiamento: l’accordo non si tocca
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due imputati contro la sentenza di patteggiamento emessa dal GUP di Perugia. I ricorrenti contestavano la qualificazione giuridica dei reati di rapina e false dichiarazioni a pubblico ufficiale, chiedendone la riduzione a reati meno gravi. La Suprema Corte ha chiarito che, in tema di patteggiamento, i limiti ricorso patteggiamento imposti dalla legge limitano il sindacato del giudice di legittimità ai soli errori macroscopici. Nel caso specifico, la condotta violenta integrava pienamente la rapina, mentre l'attribuzione di false generalità a un pubblico ufficiale configura il reato più grave di false dichiarazioni, assorbendo la sostituzione di persona. Gli imputati sono stati condannati anche al pagamento delle spese e alla Cassa delle ammende.
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